giovedì 14 maggio 2009

Btp e Cct, è caccia ai rendimenti. Quota 3% con la scadenza giusta


Julius Baer: è il momento di puntare sui titoli legati all’inflazione




I Bot, l’approdo più sicuro in assoluto per i risparmi degli italiani, hanno ormai un rendimento vicino allo zero. Stan­do ai risultati dell’asta di martedì scorso, per esempio, quelli a scadenza annuale rendono lo 0,96% al netto delle tasse, ma ancora me­no se si tiene conto delle commissioni banca­rie. Secondo la rilevazione dell’Assiom, l’as­sociazione che riunisce gli operatori sui mer­cati dei capitali, applicando le tariffe massi­me si può scendere allo 0,69%. Per i trime­strali addirittura allo 0,36%. Insomma, se per il Tesoro questo trend può essere un van­taggio, perché diminuisce il costo del debito pubblico, per chi investe in titoli di Stato la convenienza è al minimo. «Siamo arrivati a livelli non più comprimibili», osserva Vitto­rio Gaudio, responsabile Asset management di Banca Mediolanum. D’altra parte, aggiun­ge, «non c’è nulla di anomalo, se si pensa che l’Euribor (il tasso interbancario, ndr) è oggi all’1,28% e che lo stesso tasso di riferi­mento della Bce ha toccato il livello minimo dell’1%». Sì, ma allora conviene ancora pun­tare su Bot, Cct e Btp? Come si può ottenere una remunerazione maggiore senza uscire dall’ambito dei titoli pubblici?
I risparmiatori ormai l’hanno capito: più cresce il rendimento, più sale il rischio. Un meccanismo che vale per ogni tipo di investi­mento. Se, dunque, si cerca la sicurezza mas­sima bisogna accontentarsi di poco. Dopo le turbolenze che hanno interessato nell’ulti­mo anno i mercati finanziari e le difficoltà di banche e istituzioni che sembravano solidis­sime, di affidabile è rimasto soltanto lo Sta­to. Così, le famiglie pagano con una minore remunerazione la garanzia di una maggiore tranquillità.
Al di là di ogni altra considerazione con­tingente (la crisi, la scarsa liquidità del siste­ma, la stretta al credito), gli italiani manten­gono una delle più alte propensioni al rispar­mio del mondo. E chi è riuscito a salvare, in tutto o in parte, un po’ di liquidità, ora va giustamente alla ricerca del modo migliore in cui impiegarla.
È il caso, dunque, di accontentarsi dell’or­mai minimo rendimento dei Bot? Oppure c’è qualche altra strada, sempre nell’ambito dei titoli pubblici, un po’ più conveniente? «La cultura del risparmiatore italiano è so­stanzialmente orientata al breve periodo», osserva Massimo De Palma, responsabile As­set Management di Julius Baer Sgr. Ed è pro­prio questo il limite principale alla possibili­tà di guadagnare di più. Basta, infatti, rivol­gersi a titoli di durata più lunga per trovare rendimenti più interessanti. Il Btp con sca­denza 1 marzo 2012, per esempio, rende il 2,35% lordo e il 2,08% al netto delle tasse (a questo risultato si arriva combinando la ce­dola facciale, pari al 3% lordo, con la quota­zione attuale sul mercato secondario, che su­pera il valore nominale). Se, poi, si vuole an­dare su scadenze ancora più lunghe, la re­munerazione crescerà in proporzione. Il Btp che sarà rimborsato nell’agosto del 2015, cioè fra poco più di sei anni, oggi rende per esempio il 3,38% (che scende però al 2,98% al netto del Fisco).
Ma vale la pena impegnarsi per un tempo così lungo? Secondo gli esperti, non appena l’economia accennerà a riprendersi ripartirà anche l’inflazione. E di conseguenza tutto il sistema dei tassi si adeguerà. Perciò, in pre­visione di un rialzo che potrebbe attuarsi fra uno o due anni, il consiglio è quello di punta­re su titoli a tasso variabile. «Nel breve perio­do — è il parere di De Palma — il problema dell’inflazione non si pone. Guardando più avanti, tuttavia, è possibile che la tendenza si manifesti. Per questo è certamente conve­niente mettere in portafoglio titoli con una cedola indicizzata, meglio se il meccanismo di adeguamento non è troppo lungo. E con una durata non eccessiva: penso, per esem­pio, al 2014 come limite massimo».
I titoli dello Stato italiano con queste carat­teristiche, però, sono i Cct (Certificati di cre­dito del Tesoro), le cui cedole vengono ag­giornate ogni sei mesi. In una fase di rialzo dei tassi d’interesse, che potrebbe avvenire con una forte accelerazione, il semestre po­trebbe essere un periodo troppo lungo.


FONTE: Giacomo Ferrari (corriere.it)

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