sabato 13 giugno 2009

Banche italiane solide tra colossi d'argilla


Alla fine non avevano torto le banche italiane a sostenere di essere più solide delle altre. I dati raccolti da R&S-Mediobanca sui big del credito mondiale sembrano dar loro ragione, per lo meno per quanto riguarda i due maggiori istituti della Penisola, Unicredit e Intesa-Sanpaolo, che sono compresi nel campione. A fine 2008 i coefficienti di solvibilità le vedevano in coda nella classifica europea: Unicredit, dopo la ricapitalizzazione, aveva un ratio complessivo del 10,1%, Intesa-Sanpaolo, penultima nell'elenco, del 9,5%. Ma, come si è visto, i ratio patrimoniali non erano lo strumento più adatto a misurare il grado di affidabilità delle banche. Altrimenti non si spiegherebbe come mai Ubs, che col 15,7% vantava il parametro continentale più elevato, sia dovuta ricorrere al soccorso del Governo elvetico. O perchè Washington Mutual, che a giugno dell'anno scorso denunciava un solvency ratio del 13,9%, a settembre abbia portato i libri in Tribunale. Col senno di poi, la verità è che non basta guardare al core tier 1 e agli altri rapporti ufficiali, buoni per i tempi "normali", ma occorre considerare anche tutto quanto ci sta intorno. Guardare alla leva, per esempio, il rapporto tra il totale delle passività in bilancio e il capitale netto tangibile delle banche, che si è rivelato utile spia di intrinseche fragilità. In quest'ottica, già nel 2007 si sarebbe potuto capire che qualcosa non andava nei conti di Ubs: con una leva vicina a 80 volte, il colosso svizzero era secondo solo alla tedesca Hypo Real Estate che arrivava addirittura a 112. Misurati con questo metro, i bilanci delle due italiane apparivano molto più conservativi: per Unicredit la leva risultava pari solo a 25,5 volte, per Intesa solo a 19,5, meno "prudente" solo dell'olandese Rabobank (18,8).  Sempre per lo stesso esercizio, anche l'analisi della struttura dello stato patrimoniale avrebbe promosso i due campioni nazionali. Non solo per il livello di patrimonializzazione: per Intesa-Unicredit il capitale netto rappresentava il 7,2% del totale dell'attivo, meno dell'8,2% dei colossi americani, ma molto più del 3,9% della media continentale. Ma anche per la relativa esiguità della componente titoli (dalla quale sono derivati molti grattacapi), limitata al 16,4% contro il 26,9% della media europea e il 23,4% della media americana. Per contro i due big tricolori risultavano più ancorati degli altri alla più tranquilla attività tradizionale, con i crediti alla clientela che rappresentavano il 58,6% del totale dell'attivo rispetto al 41,5% delle concorrenti europee e del 49,2% delle statunitensi. La crisi poi ha messo tutte alla prova e, ragionevolmente, anche Intesa e Unicredit hanno chiesto l'aiuto dei Tremonti bond. Ma nessuna delle due ha dovuto alzare bandiera bianca, come è successo invece ai colossi dai piedi d'argilla che sono stati salvati a spese dei contribuenti.

FONTE: Antonella Olivieri

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