sabato 31 gennaio 2009

E la crisi penalizza anche il caffè: Starbucks taglia 7000 posti e 300 locali

A luglio era stata già annunciata la chiusura di 600 caffetterie

La crisi economica continua a colpire le aziende di tutto il mondo. E a farne le spese non sono solo i colossi dell'elettronica come Sony e Toshiba o della fotografia come Kodak (che ha da poco annunciato il taglio di 4500 posti di lavoro) ma anche abitudini consolidate come la classica tazzina (o bicchiere) di caffè. Così alla lunga lista delle imprese che licenziano dipendenti non è un caso se troviamo anche Starbucks, una delle catene di caffetterie più famose al mondo, che, già colpita in estate dalla crisi, si vede costretta a chiudere ulteriori 300 punti vendita, tagliando circa 7.000 posti di lavoro.

NEGOZI DA CHIUDERE - Inoltre l’amministratore delegato della società Howard Schultz ha chiesto al consiglio di amministrazione di tagliare il suo stesso salario a 10.000 dollari all’anno, dagli 1,2 milioni di dollari dell’anno precedente. Il consiglio di amministrazione ha dato il via libera e, una volta dedotti i costi relativi all’assicurazione sanitaria, il numero uno della società riceverà meno di 4 dollari al mese. Starbucks pensa di chiudere 200 caffetterie negli Stati Uniti e cento all’estero entro la fine dell’anno fiscale, che termina a settembre. Lo scorso luglio era già stata annunciata la chiusura di 600 caffetterie.

METROPOLITANA DI LONDRA - Ma la crisi inizia adesso a farsi sentire anche sulle aziende a partecipazione pubblica. E' il caso della metropolitana di Londra, la più estesa del mondo, che taglierà 1.000 posti di lavoro nel 2009, nei settori finanza e amministrazione: lo ha annunciato la stessa London Underground, precisando che i tagli non riguarderanno però guidatori o personale delle stazioni. L'azienda spiega che cercherà di tagliare i posti per lo più non rimpiazzando lavoratori che vanno in pensione o non rinnovando contratti temporanei. I sindacati hanno criticato l'annuncio affermando che si tratta di un «forte colpo» destinato ad avere conseguenze sul servizio della metropolitana.

FONTE: corriere.it

venerdì 30 gennaio 2009

Case, nelle grandi città prezzi subito in calo

Arrivano da Internet le prime conferme di una tendenza alla flessione dei prezzi delle case. I dati - ancora parziali - di gennaio 2009, elaborati da Immobiliare.it (portale con oltre 3 milioni di visitatori ogni mese e più di 8 mila agenzie attive nella vendita), fotografano in tutte le dieci più grandi città italiane un'erosione della valutazione al metro quadro. Le previsioni più recenti - dopo un 2008 all'insegna del calo marcato delle compravendite, ma con prezzi stabili - parlavano di cali compresi, nel corso del 2009, tra il 2 e il 4% (Tecnocasa) fino al -6% complessivo messo nel conto da Gabetti. Dall'evoluzione delle quotazioni rilevate in rete da Immobiliare.it emerge che la slavina è già cominciata, anche grazie, spiega l'amministratore delegato Carlo Giordano, «ad una motivazione maggiore alla vendita e a una grande offerta di nuovo in aree extra-urbane». Guidano la tendenza al ribasso Roma con un -5,3% e un prezzo di 4.797 euro al metro, Venezia con -4,7% e 3.884 euro, Firenze (4.437 euro) e Bari (2.863) con -4,4 per cento. Mostrano maggior tenuta Milano (-1,6% ma addirittura solo -0,7% se si tiene conto dell'intera provincia) e soprattutto Torino (-0,5%) e Genova (-0,6%). I cali risultano più contenuti se si guarda anche ad altre province di grandi città, dove l'inerzia della dinamica dei prezzi si fa sentire insieme a una maggiore quantità di nuovo costruito extra-urbano: Roma -3,8%, Firenze -1,3%. In controtendenza, per minore offerta e incidenza delle nuove costruzioni, realtà come Cremona (+4,8%), Trieste e Como (+3,7%), Palermo (+2,2%) . I prezzi però, anche perché frutto di una media (non va dimenticato che le zone centrali e il lusso per adesso resistono alla crisi), non dicono tutto. Negli ultimi sei mesi, spiega Giordano al Sole24Ore.com, complessivamente «comprare casa è diventato più difficile». I motivi? «L'accesso al credito in forma di mutuo è stato drasticamente ridotto da parte delle banche, rendendo così difficile l'acquisto della casa a ampie fasce di popolazione. La discesa dell'indice di fiducia dei consumatori e il severo deterioramento delle "prefigurazioni future" - secondo un'analisi Eurisko tra un anno andrà ancora peggio - convince le persone a rinviare grandi investimenti come la casa di proprietà». Risultato: il tempo di vendita medio si è allungato ulteriormente, passando da 4,3 mesi a 6,2 mesi. Ed ecco che quelli che hanno più necessità di vendere magari fanno uno sconto maggiore: secondo un focus group di Immobiliare.it su un panel di agenzie immobiliari, sul primo prezzo di richiesta si è passati da un 3-4% ad 5-6 per cento. Starsene alla finestra per qualche mese potrebbe voler dire fare migliori affari, quindi, ma non è il caso di aspettarsi un crollo del mercato. 

FONTE: Alberto Annicchiarico (ilsole24ore.it)

mercoledì 28 gennaio 2009

Fmi rivede al rialzo i costi della crisi

Il Fondo monetario internazionale: «La crescita si fermerà al +0,5%». Le Nazioni Unite: «50 milioni di lavoratori resteranno disoccupati»

Il Fondo monetario internazionale abbassa ancora le stime sulla crescita per il 2009 sottolineando che si tratta della peggior recessione dal secondo dopoguerra. Per il 2009 l’economia mondiale si svilupperà a un modesto tasso dello 0, 5%. Nell’aggioramento del world economic outlook, il Fondo monetario taglia le stime rispetto a novembre quando stimava l’economia mondiale in crescita del 2, 2% per l’anno in corso. Anche il 2010 si annuncia un anno difficile anche se in ripresa con un tasso di crescita del 3% rispetto al 3, 8% stimato a novembre. «I rischi al ribasso continuano a dominar lo scenario» rileva il Fmi sottolineando che l’economia si trova in acque inesplorate mentre aumentano i rischi di deflazione in diverse economie. Il Fmi rinnova la richiesta alle autorità nazionali di intervenire con decisione per affrontare le turbolenze finanziarie. L’aggioramento del world economic outlook evidenzia che per le economie avanzate nel 2009 il pil accuserà una contrazione del 2%, soprattutto a causa della flessione dell’1, 6% del pil americano e del 2% dell’eurozona che nel 2010 salirà solo dello 0, 2% rispetto a un +1, 6% degli Stati Uniti. Un 2009 nero anche per il Giappone con il Fondo monetario che stima una contrazione del pil del 2, 6% per rimbalzare poi nel 2010 con un +0, 6%. Colpo di forbici sulle stime anche della Cina e dell’India. L’economia di Pechino nel 2009 salirà a un ritmo del 6, 7% contro l’8, 5% stimato in novembre mentre nel 2010 il tasso di crescita si attesterà all’8% dal 9, 5% delle precedenti previsioni.  «Il peggioramento delle condizioni del credito che colpisce uno spettro sempre più ampio di mercati» ha inoltre spinto il Fondo monetario internazionale ad alzare le stime «di deterioramento potenziale degli asset originati negli Stati Uniti detenuti da banche e altre istituzioni a 2.200 miliardi di dollari dai 1.400» previsti in ottobre. E' quanto si legge nell’aggiornamento del global financial stability report del fondo.  «Il processo di ristrutturazione potrebbe comportare l’uso di una "bad bank" a proprietà pubblica per rimuovere gli asset sotto pressione dai bilanci degli istituti». Così il fondo monetario internazionale nell’aggiornamento del global financial stability report. «Una valutazione dei piani industriali delle banche - scrive il fondo - e l’individuazione di quali istituzioni finanziarie necessitano l’intervento pubblico dovrebbe essere fatta in modo proattivo dai supervisori, dato che la storia suggerisce che più si attende più aumentano i costi fiscali». «Il ripristino della funzionalità e della fiducia del settore finanziario sono requisiti necessari alla ripresa dell’economia», sottolinea il Fmi, ribadendo la necessità di «misure più aggressive» da parte di governi e autorità che dovrebbe far sì che il processo di deleveraging avvenga in modo più ordinato. La ricetta del Fmi si basa su tre livelli di intervento, da adottare «rapidamente» per favorire la «pulizia» dei bilanci: erogazione di maggiore liquidità per garantire il funzionamento dei mercati, iniezioni dirette di capitale, e soluzione del problema degli assets tossici. È infine necessaria una maggiore cooperazione a livello internazionale. E intanto l'Onu lancia un forte allarme ai lavoratori. Se l’economia continuerà a peggiorare si rischiano oltre 50 milioni di disoccupati in più quest’anno in tutto il mondo, rispetto ai livelli del 2007. A lanciare l’allarme è l’International Labour Office, ente delle Nazioni Unite che oggi ha pubblicato il suo rapporto annuale sulle tendenze nel mercato del lavoro. Si prevede un «drammatico aumento» sul numero dei senza lavoro, che si ripercuoterà prevalentemente sulle fasce più povere e vulnerabili. Lo scenario di base dell’Ilo è che nel 2009 il numero di disoccupati aumenterà tra 18 e 30 milioni a livello mondiale, paragonato rispetto ai livelli del 2007. «Ma per oltre 50 milioni se la situazione continuerà a peggiorare». In questa ipotesi «qualcosa come 200 milioni di lavoratori, prevalentemente nelle economie in via di sviluppo, potrebbe finire nella povertà estrema», si legge. «Il nostro messaggio è realistico, non allarmistico», sottolinea in un comunicato il direttore generale dell’Ilo, Juan Somavia. Le Previsioni dell’Ilo sono basate sulle stime dello scorso ottobre dell’Fmi, che per il 2009 indicavano un aumento del tasso di disoccupazione mondiale al 6,1 per cento, dal 5,7 per cento del 2007. Peraltro proprio oggi l’istituzione di Washington ha rivisto in peggio le sue previsioni sull’economia mondiale.

FONTE: lastampa.it

martedì 27 gennaio 2009

Pfizer acquisisce Wyeth per 68 miliardi di dollari

Mossa del gigante farmaceutico americano in vista della scadenza di alcuni brevetti-chiave

La casa farmaceutica Pfizer ha annunciato di aver raggiunto l' accordo per acquistare Wyeth per 68 miliardi di dollari in titoli e contanti. Lo riferisce l'agenzia Bloomberg citando un comunicato. La notizia circolava già da alcuni giorni ed era stata ripresa anche dal New York Times e dal Wall Street Journal. Pfizer, di fatto, acquisisce Wyeth pagando un prezzo di 50.19 dollari ad azione, di cui due terzi in contanti e un terzo in azioni proprie. Il finanziamento necessario a Pfizer per l'operazione sarebbe di 25 miliardi di dollari. 

BREVETTI IN SCADENZA - L'accordo ha lo scopo di rinforzare la posizione di Pifzer nei farmaci biotecnologici, nei vaccini e nelle medicine da banco (quelle che si possono acquistare senza ricetta medica). L'acquisizione dovrebbe anche rinforzare la «pipeline» (il portafogli di farmaci in sviluppo) di Pfizer in vista della scadenza del brevetto del Lipitor, il più venduto farmaco contro il colesterolo al mondo. La scadenza di questo brevetto consentirà infatti a chiunque di produrre l'atorvastatina (il principio attivo del Lipitor) come farmaco generico.

POSIZIONAMENTO- Wyeth ha una forte presenza in particolare nel campo degli anticorpi monoclonali, farmaci sempre più usati per patologie reumatiche e tumori, oltre che nei vaccini (tra cui il «blockbuster» contro lo pneumococco) e in medicina veterinaria L'accordo potrebbe portare un ulteriore riduzione di posti di lavoro per la sovrapposizione di aree di business e di ricerca. L'acquisizione è la seconda per dimensioni di tutti i tempi in campo farmaceutico, dopo quella che ad opera della stessa Pfizer nei confronti di Warner-Lambert Co. per 93,4 miliardi di dollari nel 2000.

FONTE: corriere.it

lunedì 26 gennaio 2009

Caterpillar pronta a licenziare 20.000 dipendenti


Il quarto trimestre 2008 si è chiuso comunque in utile anche se in calo rispetto allo stesso periodo 2007. Anche Sprint Nextel e Home Depot hannunciano pesanti tagli all'occupazione

Se si va oltre i semplici numeri. Se si va oltre agli asettici indici sul tasso di disoccupazione e alle fredde analisti degli economisti. Se si pensa alle persone, alle famiglie, allora (forse) si può cogliere la profondità della crisi in cui è finita l'economia mondiale. 
Inserendo la semplice parola "jobs" (in inglese il plurale di "lavoro"), nei motori di ricerca delle agenzie di stampa di oggi, lo scenario che se ne ricava fa impressione. Certo, si dirà: non è la prima né sarà l'ultima volta, purtroppo, che si dovrà affontare una situazione del genere. Ma lo Tsunami finanziario ormai si è impadronito dell'economia reale. 

Il risultato della "ricerca":  Caterpillar, colosso mondiale nelle macchine movimentazione terra, ha annunciato che taglierà 20mila posti di lavoro, dopo aver archiviato il secondo trimestre consecutivo con profitti in calo. Il gruppo statunitense ha chiuso il quarto trimestre con un utile netto a 661 milioni di dollari (1,08 dollari per azione) dai 975 milioni (1,50 dollari per azione) dello stesso periodo dell'anno prima. Il risultato - scrive l'agenzia Bloomberg - è inferiore a 1,30 dollari per azione stimato dagli analisti. Di più: la società americana prevede, per il 2009, un calo del giro d'affari del 20 per cento

Dall'industria pesante alla telefonia la musica non cambia, purtroppo. Sprint Nextel ha annunciato il licenziamento di 8mila dipendenti che rappresentano il 13% della propria forza lavoro. 

E anche nella finanza continua l'emoraggia di posti di lavoro: Home Depot ha annunciato che lascerà a casa circa 7.000 dipendentiIng, dal canto suo, ha dichiarato che è costretta a tagliare 7.000 posti di lavoro, dopo avere riportato un secondo trimestre in perdita. Tra i licenziati anche il ceo Michel Tilmant che, tuttavia, non avrà certo "problemi di sopravvivenza immediati". 


Philips, dal canto suo, ha dichiarato che per fare fronte alla crisi licenzierà 6.000 persone.

FONTE: ilsole24ore.it

domenica 25 gennaio 2009

Auto, sorpasso della Toyota su Gm. La giapponese prima per vendite globali

Per la prima volta in 77 anni, la casa asiatica ha venduto più veicoli (8,9 milioni) rispetto al colosso di Detroit

General Motors non è più la prima casa automobilistica al mondo: il colosso di Detroit, secondo i dati diffusi mercoledì, ha venduto nel 2008 8,35 milioni di veicoli, cedendo il primato (ed è la prima volta in 77 anni) alla giapponese Toyota che, nello stesso anno e stando alle cifre fornite nelle scorse settimane, ha veduto 8,9 milioni di veicoli.

CROLLO DELLE VENDITE - Le vendite mondiali di Gm nel 2008 sono scese dell'11% «riflettendo le pressioni economiche mondiali, come la stretta del credito, la flessione dei prezzi delle materie prime e l'assenza di crescita», sottolinea la società in una nota. Le vendite in aumento del 3% nella regione dell'Asia-pacifico, in America Latina e in Africa non sono riuscite a compensare la forte flessione delle vendite (-21%) negli Usa e del -7% registrato in Europa.

FONTE: corriere.it

sabato 24 gennaio 2009

Con meno smog in città almeno 5 mesi di vita in più

Un taglio netto allo smog nelle città può regalare ai suoi abitanti almeno cinque mesi di vita in più. Lo hanno scoperto, prendendo come esempio alcune metropoli americane dove già da qualche decennio sono stati adottati provvedimenti contro l’inquinamento, i ricercatori della Brigham Young University e della Harvard School of Public Health (Usa), che ne parlano sul “New England Journal of Medicine”. Lo studio ha preso in considerazione il livello di smog e l’aspettativa di vita di 51 città fra il 1980 e il 2000. Utilizzando sofisticati modelli statistici, è stato rilevato che gli abitanti, alle soglie del ventunesimo secolo, vivevano 2,72 anni in più rispetto a 20 anni prima. E il 15% di questo “guadagno” è dovuto alla diminuzione dell’inquinamento, causa di malattia polmonari e cardiovascolari. Parallelamente, in Gran Bretagna è stato stimato che lo smog sta riducendo l’aspettativa di vita della popolazione di otto mesi in media, nonostante i miglioramenti raggiunti nel periodo recente. Limitare ancora di più le emissioni potrebbe aiutare a dimezzare questo valore, fanno notare gli esperti. Le analisi statunitensi si sono concentrate in particolare su Pm 2.5, misurando dunque i livelli di particelle inquinanti con un diametro pari a un ventesimo rispetto a quello di un capello. Queste possono viaggiare facilmente verso i polmoni e sono state collegate ad asma e malattie cardiache. I ricercatori hanno evidenziato che, per ogni diminuzione di 10 microgrammi per metro cubo di aria di Pm 2,5, le persone guadagnano sette mesi di vita. E in alcune città come Pittsburgh e Buffalo, il calo di inquinamento è stato pari a 14 microgrammi per metro cubo d’aria. In Europa queste valutazioni non sono ancora possibili perché i dati sono stati raccolti solo da poco, ma gli sforzi profusi in questi ultimi anni si pensa possano portare benefici a breve. 

FONTE: lastampa.it

mercoledì 21 gennaio 2009

Il disastro della finanza globale

La storia degli ultimi trent’anni insegna: le recessioni peggiori dopo le crisi bancarie

Quale sarà la durata della recessione innescata dalla crisi bancaria globale? Quante persone saranno licenziate? Torneremo agli anni Trenta, quando la recessione degenerò nella Grande Depressione? Fin dove si spingerà la mano pubblica nel turare le falle della finanza privata già colpita dal suo primo suicidio eccellente, quello del miliardario tedesco Adolf Merckle che, travolto dalle speculazioni fallite, si è gettato sotto un treno? Come ne usciremo, alla fine? Nell’ottobre scorso, la Banca d’Inghilterra aveva stimato un impegno di 7 mila miliardi di dollari a carico dei Tesori nazionali per impedire il tracollo dei sistemi bancari. A novembre, soltanto gli Usa hanno aggiunto nuovi programmi d’acquisto di mutui tossici e obbligazioni illiquide per 800 miliardi da eseguire quest’anno. Il 13 gennaio, intervenendo alla London School of Economics, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha avvertito che i costi dei salvataggi bancari in giro per il mondo sono destinati a crescere ancora. Nell’Occidente avanzato, produzione, commerci e servizi regrediscono intrecciando in una spirale perversa gli effetti della crisi finanziaria a quelli, ancor più drammatici, della crisi dell’economia reale. La Merrill Lynch si aspetta un arretramento dell’economia americana del 2,3% quest’anno e una parvenza di ripresa, non più dello 0,5%, nel 2010, mentre vede Eurolandia a meno 0,6% nel 2009 e a più 1,1% l’anno prossimo. Ma quando i credit default swaps sulle obbligazioni del Tesoro della Corona britannica, il massimo della sicurezza, tripla A per le agenzie di rating, pagano 108 punti base e McDonald’s, una sola A, paga 57 punti base, ogni previsione è un numero al lotto. Le domande sul futuro, pur naturali e diffuse, sono destinate a restare senza risposte attendibili, almeno per un po’. Al contrario, le esperienze fatte, se indagate, possono offrire interessanti suggestioni.

Per cominciare, bisogna chiedersi com’è la finanza globale che è andata spavaldamente incontro al disastro, convinta che la rappresentazione dei risultati del lavoro contenuta nei suoi complicatissimi titoli fosse reale e consistente e non, invece, virtuale e drogata. Secondo il McKinsey Global Institute, nel 2007 la ricchezza finanziaria globale (azioni, obbligazioni private e pubbliche e depositi bancari) valeva 196 mila miliardi di dollari, 3,6 volte il prodotto interno lordo del pianeta. Pur scontando la svalutazione della moneta Usa, nell’ultimo anno «buono » tale ricchezza in larga misura cartacea era aumentata del 12% contro un incremento medio annuale che, a partire dal 1990, si aggirava sul 9%. A trainare questa espansione sempre più marcata dei valori, in un mondo dove il denaro, equivalente universale, circolava sempre più liberamente, sono stati il settore privato e le economie emergenti. Nel 1990, le obbligazioni statali rappresentavano il 18,6% delle attività finanziarie del mondo; diciotto anni dopo erano scese al 14,3%. Nel 2000 erano 11 i Paesi con attività finanziarie pari a 3,5 volte il prodotto interno lordo; nel 2007 gli 11 erano diventati 25, comprendendo nel novero anche giganti come Cina e Brasile.

Gli ormai frenetici flussi finanziari tra un Paese e l’altro sono arrivati a 11.200 miliardi di dollari, con un incremento del 19% rispetto al 2006, e tra questi flussi la parte del leone la fanno i depositi e i prestiti sull’onda dell’internazionalizzazione di banche, assicurazioni, hedge funds e private equity. Privatizzazioni e globalizzazione hanno dunque favorito la finanziarizzazione dell’economia alimentata dal debito: un debito cross-border che, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, era per il 65% con scadenza inferiore ai 12 mesi, e dunque fragile perché facilmente revocabile. Particolare interessante, la dinamica del debito èmolto forte nei paesi più avanzati, con l’eccezione della Germania, mentre la crescita delle attività finanziarie delle economie emergenti dipende per lo più dal collocamento in Borsa delle loro grandi aziende più o meno a partecipazione statale.

Negli Stati Uniti, epicentro di tutto, la bolla finanziaria è stata gonfiata della crescita prolungata dei prezzi delle azioni e delle case nonché dall’aumento del deficit della bilancia commerciale che rappresenta la faccia imperiale dell’aumento del prodotto interno lordo pro capite (noi consumiamo e voi pagate). Due economisti americani, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, hanno constatato come queste tendenze si siano sempre manifestate nell’incubazione delle principali crisi bancarie degli ultimi trent’anni: Spagna (1977), Norvegia (1987), Finlandia e Svezia (1991), Giappone (1992). Negli Stati Uniti, semmai, non si è registrata l’impennata del debito pubblico prima della crisi, ma questo potrebbe spiegarsi con l’accortezza di nasconderne una parte sotto etichette formalmente private come Fannie Mae e Freddie Mac a dimostrazione che il gioco delle tre carte non si fa soltanto a Napoli. Se dunque l’incubazione è stata simile, quali sono le costanti negli esiti delle crisi?

Partiamo dal valore delle case, che da confortevole rifugio sono diventate una trappola mortale. Nelle 22 crisi esaminate da Reinhart e Rogoff, la caduta dei prezzi degli immobili dai massimi ai minimi al netto dell’inflazione èmediamente del 35,5% al netto dell’inflazione e il declino dura 6 anni. Più pronunciato ma meno persistente è il crollo reale delle quotazioni azionarie: mediamente è del 55,9% e si prolunga per 3,4 anni. Il tasso di disoccupazione aumenta di 7 punti percentuali e il declino va avanti per 4,8 anni. Queste tendenze parziali si riflettono in un andamento del Pil, che arretra di 9,3 punti e torna a crescere dopo un anno e nove mesi. Nel suo ultimo World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale ha addirittura comparato 113 episodi di crisi finanziaria in 17 paesi svi luppati, sempre negli ultimi trent’anni. E’ emerso che solo 31 volte le crisi hanno generato recessioni vere e proprie e solo in un numero ancor minore di casi, 17 volte per la precisione, le recessioni sono state preparate da una crisi bancaria. In questi ultimi casi la durata e la profondità delle crisi sono state più che doppie rispetto alle recessioni normali (7,6 trimestri di durata media contro 3,1 trimestri; perdita cumulata di Pil del 19,8% rispetto a un 5,4% se non c’è crisi bancaria). Nessuna di queste crisi, tuttavia, ha avuto l’estensione geografica di quella in corso. Negli Stati Uniti, in 18 mesi di crisi finanziaria, l’indice Dow Jones ha bruciato il 40%, i prezzi delle abitazioni il 28% e nel 2008, anno nel quale complessivamente il Pil è aumentato di circa un punto, oltre 2,5 milioni di persone hanno perso il lavoro. Quali saranno le nuove percentuali a metà 2010 quando, a dar retta a Merrill Lynch piuttosto che al Fondo monetario internazionale l’andamento del Pil dovrebbe invertire la tendenza?

FONTE: corriere.it

martedì 20 gennaio 2009

Fiat: alleanza strategica con Chrysler, avrà 35% iniziale


Fiat, Chrysler e Cerberus Capital Management hanno siglato un term-sheet non vincolante per creare un'alleanza strategica globale in base a cui la casa torinese avrà un iniziale 35% del colosso Usa, controllato oggi all'80,1% da Cerberus e al 19,1 da Daimler. L'accordo prevede la condivisione delle piattaforme e dei prodotti, anche con riferimento alle classi A e B, la condivisione delle tecnologie e l'accesso a nuovi mercati, compresa la distribuzione delle auto Chrysler fuori dal Nord America. Lo si legge nella nota congiunta delle due case. Fiat fornirà capacità distributive in mercati chiave e opportunità di sostanziali risparmi di costo. Entrambe le case automobilistiche trarranno beneficio dai rispettivi network distributivi. L'accordo non prevede investimenti cash da parte di Fiat in Chrysler né impegni a finanziamenti futuri. L'alleanza sarà coerente con i termini e le condizioni poste dal Tesoro Usa per il sostegno finanziario a Chrysler. In quest'ambito, Fiat aiuterà Chrysler nella presentazione del richiesto piano di continuità gestionale al Tesoro. "Questa iniziativa rappresenta una pietra miliare nel panorama, in rapido mutamento, del settore automobilistico e conferma l'inpegno e la determinazione di Fiat e Chrysler a giocare un ruolo significativo in questo processo globale", dice l'AD di Fiat Sergio Marchionne. Per Marchionne "l'accordo permetterà ad entrambe le società di accedere a importanti mercati atuomobilistici con un'offerta di prodotti innovativi ed ecologici".

FIAT POTRA' SALIRE ANCORA

L'accordo siglato siglato oggi prevede che il gruppo torinese possa salire ulteriormente nella casa automobilistica Usa, rispetto alla quota inziale del 35%, ed è un primo passo nel processo di consolidamento del settore. 

FONTE: reuters.it

lunedì 19 gennaio 2009

Ue: «Pil italiano giù del 2% nel 2009». E la disoccupazione spaventa

La crisi si abbatte sulla crescita. Per il nostro Paese rapporto deficit/Pil al 3,8%, esplode il debito pubblico

La crisi economica e finanziaria si farà sentire anche nel 2009. E gli effetti saranno preoccupanti: crollo della produzione, milioni di posti di lavoro in meno, aumento del deficit dei vari Paesi. E l'Italia, in questo contesto, appare quanto mai esposta alle turbolenze internazionali. A dipingere un quadro tutt'altro che rassicurante sono le previsioni «intermedie» (e straordinarie) pubblicate da Eurostat. Primo dato: la Commissione Ue rivede drasticamente al ribasso le sue precedenti stime di crescita dell'economia europea e prevede per il 2009 un crollo del Pil (prodotto interno lordo) dell'1,9%. Bruxelles, comunque, spera che la ripresa possa manifestarsi già entro la fine dell'anno, e prevede che il 2010 si chiuderà con un +0,4%. Tra i principali Paesi della zona euro, la Germania chiuderà il 2009 con una flessione del 2,3%, la Francia dell'1,8% e la Spagna, come l'Italia, con un Pil in calo a -2%.
DEFICIT - La recessione, riducendo il Pil, fa schizzare in alto proporzionalmente i deficit pubblici dei paesi dell'eurozona (4,0% del Pil) e dell'Ue nel complesso (4,4%). Secondo le stime, fra i membri dell'euro il deficit più alto rispetto al Pil è quello dell'Irlanda (11,0%), che già nel 2008 era a 6,3%. Ma le previsioni sul deficit (vale a dire la spesa pubblica non coperta dalle entrate) sono molto oltre la barra del 3% anche per la Spagna (6,2%), la Francia (5,4%), e il Portogallo (4,6%). Sforamento, ma più lieve, anche per l'Italia (3,8%) e la Grecia (3,7%), mentre restano vicini ai limiti di Maastricht la Germania (2,9%) e il Belgio (3%). Fuori dall'eurozona, la caduta più impressionante è quella del Regno Unito (8,8%), ed è significativo anche il dato della Romania (7,5%). Va male anche per la Lituania (6,3%), mentre gli altri due Paesi baltici restano sul 3% (Lettonia) o poco sopra (Estonia, 3,2%).
DISOCCUPAZIONE - La disoccupazione fa, purtroppo, un balzo in avanti. Nella zona euro il dato sarà del 9,3% e nei Ventisette dell'8,7%, con 3,5 milioni di posti di lavoro in meno. In Italia il tasso di disoccupazione sarà dell'8,2%, contro il 6,7% del 2008. L'inflazione, nel nostro Paese, scenderà all'1,2% nel 2009, per poi risalire al 2,2% nel 2010. Nelle zona euro l'inflazione scenderà all'1% nel 2009 per poi salire all'1,8% il prossimo anno.
IL DEBITO ITALIANO - A proposito del nostro Paese, la Commissione europea spiega che «l'elevatissimo debito pubblico impedisce al governo di ricorrere in maniera più ampia a strumenti fiscali» per far fronte alla crisi. «Un ricorso agli stabilizzatori automatici - prosegue - porterebbe il disavanzo delle amministrazioni pubbliche ben al di sopra del 3% del Pil nel 2009, con un solo un marginale miglioramento atteso nel 2010. Questo, insieme con una crescita non certo esuberante - prosegue la Commissione Europea - implica l'aumento del debito. Ed eventuali ricapitalizzazioni bancarie potrebbero far salire ancora di più l'alto debito».
ALMUNIA - «Le misure anticrisi prese dal governo italiano - afferma il commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia - costituiscono una adeguata combinazione tra l'esigenza di stimolare l'economia e l'esigenza di mantenere prudenza» di bilancio. «L'8 febbraio - ha aggiunto Almunia - faremo una prima valutazione sui Paesi che si trovano con un deficit superiore al 3%. Io non posso dire al momento se ci sarà una procedura nei confronti dell'Italia».

FONTE: corriere.it

domenica 18 gennaio 2009

Arcese, il camionista di Frosinone diventato un re del trasporto su gomma


Partire dal nulla, poco più di quarant’anni fa, e diventare uno dei big, anzi dei grandissimi, del trasporto su gomma. E’ uno di quei miracoli non infrequenti nell’Italia del boom; meno consueto che il miracolo prosegua oggi, con migliaia di autotreni sulle strade di tutt’Europa, ma anche del Messico e della Cina. E’ la storia di Eleuterio Arcese, frusinate, titolare di 45 società di trasporto e di logistica, ma che quando cominciò era un semplice camionista. «Abbiamo saputo diversificarci e stare al passo dei tempi» dice il figlio Matteo, amministratore delegato dell’azienda, che ha una ”mission”: trasportare tutto quello che pesa dal mezzo quintale in su. Quando Eleuterio comincia, da ragazzo, l’Italia è in pieno sviluppo: la motorizzazione, le autostrade, le fabbriche che ripartono. Capisce che le merci devono viaggiare svelte, sempre più rapide con l’avanzare delle richieste. E si butta. Prende armi e bagagli (i camion) e si trasferisce da Frosinone a Riva del Garda, dove nel 1966 fonda la ditta di autotrasporti. Sarà il nucleo di un gruppo oggi ramificato in ogni branca del trasporto merci e dello stoccaccio. Tempo dieci anni e la Adige Trasporti diventa Arcese. Pochi anni ancora e si passa all’intermodale, il primo grosso contratto per la gestione del magazzino è con le Cartiere del Garda. Gli anni Novanta sono i più produttivi: entrano nel gruppo la Ventana Cargo (già Fiat), e il Mercurio, specializzato nel trasporto di auto. Cade il Muro di Berlino e Arcese si allarga in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia. Il ’95 è l’anno del satellite: tutta la flotta di autotreni è sotto controllo GPS e collegata alla gestione elettronica dei magazzini. L’azienda comincia a offrire servizi di logistica industriale ai clienti che richiedono trasporti fra diversi stabilimenti in Europa. A quel punto ha centinaia di camion. Entra nella Germani, che trasporta rifiuti speciali e merci pericolose, e il fatturato fa un primo balzo significativo. Nel 2003 nasce la holding, l’anno successivo stringe accordi con Decathlon, Land Rover, Jaguar, Ford. L’anno dopo ancora nasce l’hub, proprio come per gli aeroporti, a Colonia. Poi entra in scuderia la Tast Cavalli (trasporti di equini); Ventana Cargo e Serra Shipping si fondono in Ventana Serra, leader nel trasporto marittimo. Tutto nell’universo Arcese.  E’ un fervore di iniziative, fino alle recenti aperture di filiali in Turchia e in Cina: «La sede di Shangai ci permette di completare la filiera dall’Asia all’Europa e di offrire al cliente tutti i servizi di trasporto, di logistica e di assistenza doganale spiega Matteo Arcese. Gli investimenti si estendono al trasporto su rotaia, con l’acquisto di semirimorchi per il trasporto intermodale. Intanto l’Ideal Standard affida all’Arcese la realizzazione del magazzino centrale italiano: una commessa da quattro milioni di euro. Oggi l’azienda fondata dal camionista di Frosinone fattura 869 milioni (l’aumento sul 2006 è stato del 29 per cento) e conta di chiudere il 2008 oltre i ovecento milioni. I dipendenti sono più di 4.500. Negli ultimi due anni Arcese ha investito 15 milioni per acquistare 550 semirimorchi e altri 28 per rinnovare la flotta stradale, composta da 1500 trattori e 2600 semirimorchi. Tutti Euro 5, quelli nuovi, cioè a basso impatto ambientale, in un’azienda che ha coperto tutti i magazzini con pannelli solari per la produzione diretta di energia elettrica. «Impegni gravosi, ma in termini di sicurezza pagano. Nell’ultimo anno 1100 dei nostri mezzi hanno percorso 148 milioni di chilometri senza mai essere coinvolti in infortuni stradali mortali» dice soddisfatto il fondatore. Il figlio aggiunge però: «Purtroppo in questo settore c’è un bel po’ di abusivismo, molta gente non rispetta gli orari di guida. E il 2009 sarà un anno difficile, a causa della crisi generale».

FONTE: Sandro Vacchi (ilmessaggero.it)

sabato 17 gennaio 2009

Il piano Obama: 825 miliardi per il rilancio

Sgravi fiscali, investimenti in infrastrutture ed energie rinnovabili, aiuti alle scuole pubbliche e sostegno a poveri, anziani e disoccupati. Sono i pilastri del piano di stimoli da 825 miliardi di dollari proposto ieri dalla Camera dei Rappresentanti di concerto con lo staff di Barack Obama. I dettagli sono stati resi noti in coincidenza della visita del presidente eletto a Bedford Heights, in Ohio, prima tappa del tour economico durante il quale illustrerà gli obiettivi dell’«American Recovery and Reinvestment Bill», il piano di rilancio del Paese con il quale punta a creare tre milioni di posti di lavoro in due anni. 
Sgravi alle imprese
Per rimettere in moto la locomotiva americana occorre una manovra di tagli sulla tassazione volta a favorire la ripresa di consumi e investimenti. Per questo gli architetti del piano hanno stanziato 275 miliardi di dollari per due anni in sgravi fiscali a cittadini e imprese. Si tratta di agevolazioni che vanno dai 500 dollari per i «single» ai mille dollari per nucleo familiare con reddito inferiore ai 200 mila dollari lordi annui. Le aziende potranno invece decurtare le perdite subite nel 2008 dai profitti guadagnati negli ultimi cinque anni, anziché nei due anni previsti dalla normativa vigente. Sono 119 i miliardi destinati alle casse delle amministrazioni statali, 87 miliardi dei quali per sostenere aumenti provvisori dei costi della sanità di anziani e poveri. I restanti sono ripartiti tra capitoli di spesa prioritari, come sicurezza e servizi sociali. 
Scuole e studenti
All’istruzione vanno 117 miliardi di dollari, 41 miliardi per il finanziamento di strutture per gli studenti poveri e disabili, e 39 miliardi per le scuole superiori, i college e le università pubbliche. In attesa di rivitalizzare il mercato del lavoro è necessario garantire il sostegno dei disoccupati ai quali andranno 40 miliardi di dollari per estendere la copertura sanitaria e 43 miliardi per organizzare corsi di formazione e riconversione professionale. Venti miliardi servono per ampliare il programma dei buoni pasto, mentre quattro sono per il Social Security (il sistema pensionistico pubblico). 
Infrastrutture
Ai capitoli di spesa sociale si affianca un aggressivo piano di investimenti in infrastrutture modulato su un budget di 90 miliardi di dollari. Trenta miliardi servono per costruire o rinnovare autostrade e ponti, una somma equivalente è destinata a ristrutturare edifici e infrastrutture pubblici. Dodici miliardi sono per il rinnovo di ferrovie e trasporti pubblici, mentre 19 miliardi sono destinati a progetti di rinnovo della rete idrica. 
Energia e Internet
E’ l’energia la grande scommessa del futuro e per questo i guru economici hanno messo in bilancio 54 miliardi di dollari al fine di rendere il Paese più verde e meno dipendente dal petrolio. Per migliorare l’efficienza della rete elettrica saranno spesi 32 miliardi di dollari, mentre 22 miliardi sono destinati a ridurre i consumi energetici di abitazioni ed edifici pubblici. Sono inoltre previsti investimenti per 16 miliardi in programmi scientifici e tecnologici, come la fornitura della banda larga Internet alle zone rurali, mentre agli enti comunali andranno, fra gli altri, 520 milioni per la gestione degli alloggi destinati a indigenti e anziani. 
«Agire in modo aggressivo»
«Non è troppo tardi per cambiare il corso della storia, ma dobbiamo agire subito e in modo aggressivo», spiega Obama ai lavoratori della Cardinal Fastener & Specialty Company, un impianto specializzato nella realizzazione di turbine eoliche, considerato un esempio di sviluppo ecosostenibile. Ma il piano, che potrebbe lievitare in Senato, è solo il primo passo di un processo più lungo che impone al 44° presidente americano scelte difficili come lui stesso spiega al Washington Post. Il rilancio dell’economia passa infatti per la riforma di sanità e pensioni che Obama appare determinato ad avviare da subito con la convocazione già a febbraio di un summit di «responsabilità fiscale» tra membri di Congresso e Casa Bianca.

FONTE: lastampa.it

venerdì 16 gennaio 2009

Auto, vendite in picchiata in Europa

A dicembre le immatricolazioni sono calate del 17,8 per cento. Nel 2008 la riduzione è pari al 7,8%. Volkswagen tiene, Renault in caduta, mentre Fiat fa un po' meglio della media di mercato

Soffre, ma era prevedibile, l'auto europea. In calo tutti i grandi, alcuni registrano perdite pesanti, altri come Vw tengono il mercato vedendo contarsi le immatricolazioni. Questi in sintesi i risultati del 2008. Nel 2008 il mercato dell'auto inEuropa (27 Paesi Ue più quelli Efta) è sceso del 7,8% rispetto al 2007, registrando 14.712.158 immatricolazioni di nuove vetture. Si tratta dei livelli più bassi dal 1993. Nel solo mese di dicembre, invece, le immatricolazioni sono calate del17,8%, a 924.646. È quanto risulta dai dati diffusi dall'Acea. Riguardo all'Italia, nell'intero 2008 ha immatricolato 2.160.131 unità, con un calo del 13,4% rispetto al 2007, mentre nel solo mese di dicembre il mercato ha segnato una flessione del 13,3%, a 140.656 unità. La contrazione delle immatricolazioni di nuove auto accusata in Europa in dicembre è la seconda peggiore del 2008 (dopo il -25,8% di novembre) e allunga a otto la serie consecutiva di mesi negativi del mercato. E' anche da tenere in considerazione che la performance poteva risultare ancora più pesante, visto che in dicembre sono stati registrati in media due giorni lavorativi in più in tutta l'area considerata, mentre in novembre abbiamo avuto due giorni lavorativi in meno. Comunque sia l'intero anno è stato nero per il mercato dell'auto del Vecchio continente, con un -8,4% registrato nell'Ue+Efta a seguito di un disastroso quarto trimestre: -19,3%. Complessivamente nel 2008 solo quattro Paesi hanno portato a casa un segno positivoFinlandia (+11,2%), Portogallo (+5,7%), Belgio (+2,1%) Svizzera (+1%). I primi due mercati hanno tratto beneficio delle agevolazioni fiscali che hanno interessato il settore, mentre gli altri due hanno manifestato una migliore resistenza alla crisi finanziaria ed economica del resto dell'Europa. Sono comunque tutte piazze che in termini di volumi sono chiaramente meno significative. Le peggiori performance sono state di Islanda (-43,3%) eIrlanda (-18,7%). Tra i principali mercati invece la maglia nera è della Spagna, che ha accusato un crollo di portata storica (-28,1%). Segno negativo a due cifre, come detto, anche per l'Italia (-13,4%), che in tutto l'anno non ha infilato alcun segno positivo. Pesante il bilancio anche per laGran Bretagna (-11,3%), mentre resistenti sono risultati i mercati diGermania (-1,8%) e Francia (-0,7%).  Il gruppo Fiat vede calare, a dicembre, le vendite del 14,5% a poco circa 71mila vetture nell'area Ue23 + Efta con una quota di mercato che aumenta leggermente passando dal 7,4 al 7,7 per cento. Il calo per il solo marchio Fiat è pari al 15,2%, tuttavia il market share segna un lieve rialzo dal 5,9 al 6,1 per cento. Su Fiat, proprio oggi, si è abbattuta inoltre l'annuncio dell'agenzia Moody's che ha messo sotto revisione i rating del debito del gruppo per un possibile downgrade».Lancia, invece, vede aumentare le vendite del 6,4%. Si tratta, complessivamente, di 7.208 esemplari di cui 5.860 immatricolati in Italia. Alfa Romeo registra, invece, un dato peggiore della media del mercato in ragione di una contrazione nelle vendite pari al 24,2%, a market share invariato allo 0,8% e pari dunque alla quota controllata da Lancia.


FONTE: ilsole24ore.it

giovedì 15 gennaio 2009

Bce, nuovo taglio dei tassi: sono al 2%. Trichet: "Rallentamento significativo"

Si torna ai livelli di fine 2005. Il tasso dei depositi degli istituti di credito scende addirittura all’1%

Nuovo consistente taglio dei tassi da parte della Banca centrale europea, 0,5 punti in meno, come auspicato da molti analisti, con cui il principale livello di riferimento sul costo del danaro scende al 2 per cento. I tassi tornano così ai livelli di fine 2005, prima che la Bce avviasse la passata manovra restrittiva culminata al 4 per cento, interrotta con la crisi finanziaria ma con un ulteriore rialzo al 4,25 per cento lo scorso luglio. Riduzione ancora più sensibile per il tasso sui depositi degli istituti di credito presso la banca centrale che viene ridotto di un intero punto all’1%. Resta invece fermo al 3% il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale. Ora il quadro economico dell’area euro non fa che aggravarsi, di ieri il rapporto di una nuova pesante contrazione per la produzione industriale, meno 7,7 per cento annuo a novembre, mentre i timori sull’inflazione sembrano svanire. Proprio oggi Eurostat ha confermato che a dicembre è rientrata all’1,6 per cento. Le decisioni comunicate oggi avranno decorrenza dal 21 gennaio. Nell’ultima riunione del 2008 la Bce aveva varato la più consistente riduzione dei tassi mai decisa in un colpo solo, 0,75 punti in meno che ha seguito altri due tagli, in entrambi i casi da mezzo punto percentuale. Lo scorso 8 ottobre, in reazione all’aggravarsi della crisi finanziaria - ora chiaramente estesa a tutta l’economia reale - la Fed, la Bce, la Bank of England e altre delle maggiori banche centrali mondiali avevano deciso un taglio simultaneo dei rispettivi tassi di riferimento per mezzo punto percentuale. Da allora hanno proseguito in ordine sparso. Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha proseguito a ridurli aggressivamente, fino ad azzerarli quasi del tutto, da alcune settimane mantiene una forchetta di fluttuazione simbolica tra zero e 0,25 punti. La scorsa settimana si è nuovamente mossa la Banca d’Inghilterra, anch’essa molto decisa in precedenza, con un taglio da mezzo punto che ha portato i tassi per la sterlina all’1,5 per cento, segnando un nuovo minimo sugli oltre tre secoli di storia di questa istituzione.
"Frenata della crescita, domanda debole"
L’economia dell’area euro sta accusando un «significativo rallentamento», prevalentemente causato dall’aggravarsi dei mesi scorsi della crisi finanziaria e la Banca centrale europea si attende che sia la domanda interna che la domanda estera ne risultino nettamente indebolite «per un protratto periodo di tempo». Lo ha affermato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, durante la conferenza stampa a seguito della riunione del Consiglio direttivo. Debolezza economica che ha favorito un netto rientro dell’inflazione, e proprio questo calmieramento, ha aggiunto Trichet, è stato determinante per la decisione di oggi di tagliare nuovamente i tassi di interesse, ridotti di un altro mezzo punto al 2 per cento. Per la media 2009 la Bce si attende un’inflazione in linea con i suoi livelli obiettivo, che vogliono la crescita annuale dei prezzi inferiore ma prossima al 2 per cento. Ma ci si attende anche una marcata «volatilità», ha avvertito Trichet.


FONTE: lastampa.it

mercoledì 14 gennaio 2009

La Cina terza economia mondiale, superato il Pil della Germania

Era perfino più esuberante di quanto finora indicato la crescita economica della gigantesca Cina, prima che l'intero sistema mondiale si impantanasse nella crisi finanziaria ed economica. Nel 2007 l'ammontare della ricchezza prodotta dal Dragone è stato pari a 25.700 miliardi di yuan, circa 3.500 miliardi di dollari, che corrisponde ad un'espansione di ben il 13 per cento rispetto all'anno precedente, secondo le revisioni statistiche ufficiali diffuse oggi da Pechino.  In precedenza per il 2007 la Cina indicava una crescita del Pil dell'11,9 per cento, mentre il valore di oggi rappresenta la performance più forte del Dragone dal 1994. Inoltre secondo gli economisti implica un risultato storico: il sorpasso della Cina sulla Germania, il cui ammontare del Pil era pari a 3.300 miliardi di dollari nel 2007 - utilizzando a riferimento una media aggiornata sul tasso di cambi - salendo al terzo posto tra le maggiori economie mondiali. E per scalare un altro gradino, scalzando il Giappone, potrebbero bastare tre o quattro anni. Resta invece più un miraggio l'eventuale sorpasso sugli Usa, per non parlare dei dati sul Pil procapite - quelli in cui il valore di un'economia viene diviso per l'intera popolazione: in questo caso i cinesi restano lontanissimi da qualunque paese avanzato. E gli entusiami nazionali per il dato 2007 rischiano di essere smorzati anche dalle necessità più immediate che l'amministrazione cinese deve affrontare: mantenere il più possibile intatta questa vigorosa crescita in un contesto di pesantissimo rallentamento globale e recessione nei paesi industrializzati che sono sbocchi chiave per il suo enorme export.  La maggior parte del miliardo e trecento milioni di cittadini che conta la Cina restano poveri e Pechino considera la crescita un fattore cruciale per combattere la povertà. Il 2008 è stato nettamente meno esplosivo del 2007: secondo le stime di economisti indipendenti la crescita del Pil ha rallentato al 9 per cento e per il 2009 non supererà il 6 per cento. Lunedì scorso il superindice previsionale sull'economia dell'Ocse ha segnalato proprio per la Cina la seconda peggiore flessione tra i paesi monitorati.  Temendo proprio per la crescita, Pechino ha già varato il più massiccio piano a livello mondiale di sostegno all'economia, pari a 4.000 miliardi di yuan, o 445 miliardi di euro, perfino più consistente di quanto mobilitato dagli Stati Uniti, epicentro della crisi. E proprio oggi le autorità hanno approvato una nuova serie di misure che puntano a sostenere la domanda di auto - agevolazioni fiscali per le case del celeste impero, anche loro in crisi - assieme ad aiuti per il settore siderurgico.  In ogni caso secondo Ting Lu, economista di Merrill Lynch, i nuovi dati sul Pil riflettono in maniera più veritiera la posizione raggiunta dal gigante giallo nel contesto mondiale. «Penso che alla Cina ci vorranno solo tre o quattro anno per superare il Giappone e diventare seconda economia mondiale». Resta più lontano il vertice: sempre nel 2007 l'ammontare del Pil degli Stati uniti era stato pari a 13.800 miliardi di dollari, mentre il Giappone aveva raggiunto 4.400 miliardi. Inoltre, se in termini assoluti la Germania è stata superata, ben diversa è la situazione se guardata in termini di ricchezza pro capite. A ognuno dei circa 85 milioni di tedeschi corrispondono 38.800 dollari sul 2007, mentre diluito per gli innumerevoli cinesi il Pil 2007 si riduce ad appena 2.800 dollari a testa.  Secondo Lu potrebbero volerci decenni per la Cina per colmare il gap produttivo con gli Usa, anche nell'ipotesi irrealistica che l'economia americana rimanesse ferma ai livelli attuali «ci vorrebbero oltre 20 anni per il sorpasso - ha rilevato - è un orizzonte temporale così distante che è davvero azzardato fare previsioni». «Il sorpasso sulla Germania - ha commentato a Il Sole 24 Ore Radiocor il presidente di Osservatorio Asia, Alberto Forchelli - non desta sorprese. La Cina ha negli anni inanellato una serie ininterrotta di successi e quest'ultima performance appare fatidica. Se le previsioni saranno rispettate il Giappone sarà raggiunto in 5 anni e gli Stati Uniti in 30. Quando la Cina sarà la prima economia al mondo, la classifica sarà coerente con le dimensioni. Finora il paese ha scontato una bassa produttività che moltiplicava, con risultati modesti, un immenso bacino di forza lavoro. Da quando le dotazioni del paese sono migliorate, le macchine si sono accoppiate alle braccia, la Cina è diventata un Dragone. È automatico scalare le classifiche quando si è i primi produttori mondiali di acciaio e di prodotti agricoli. Quando la supremazia riguarderà l'elettronica, la cantieristica, l'automotive, l'apice sarà raggiunto. C'è da sperare che per quel tempo la Cina sia stata finalmente invitata al G8». I balzi in avanti della Cina sul fronte economico sono stati innescati dopo le profonde riforme lanciate nel 1979 dallo storico leader Deng Xiaoping. Allora la sua economia valeva appena 300 miliardi di dollari, nemmeno un decimo del dato 2007, secondo le cifre del Fondo monetario internazionale.

FONTE: ilsole24ore.it