martedì 31 marzo 2009

Eurozona, insufficienti gli ultimi dati per dire se l'economia si stabilizzerà

Non sono sufficienti i dati sulla fiducia in febbraio e marzo a indicare se l'economia si sta stabilizzando. È questa la conclusione della Commissione Ue che oggi ha pubblicato il rapporto trimestrale sull'eurozona. «Anche se i mercati hanno mostrato recentemente alcuni segni di miglioramento le condizioni nel settore finanziario sono estremamente fragili». Per la Dg affari economici che ha elaborato il rapporto trimestrale, «le prospettive dell'economia a breve termine non sono incoraggianti». Solo alcuni indicatori sono migliorati in misura «molto modesta». Si tratta dell'indice di fiducia Ifo (peggiora la valutazione delle attuali condizioni ma le aspettative del business migliorano per il terzo trimestre consecutivo). Inoltre le prospettive dei consumi all'inizio dell'anno sono apparse negative con l'aumento della disoccupazione (dopo la perdita di 540mila posti di lavoro nell'ultimo trimestre 2008), la forte contrazione della domanda interna, il crollo del commercio internazionale. Ne consegue che per il primo trimestre le indicazioni disponibili disegnano un quadro caratterizzato «da una altra ulteriore forte contrazione dopo la caduta del quarto trimestre, -1,5%, il dato peggiore degli ultimi dieci anni. Tra i motivi del peggioramento delle condizioni di crescita la decelerazione dei prestiti bancari «che sta ora avendo impatto sulle imprese non finanziarie e sulle famiglie». Secondo l'indicatore della Commissione sui costi finanziari, per le società non finanziarie questi sono comunque calati di oltre 40 punti dal picco di ottobre. Per queste imprese il calo dei costi dei prestiti bancari e del debito contratto sul mercato eccede i costi crescenti di "equity capital" dovuti ai prezzi di borsa più bassi. Per le famiglie la riduzione dei tassi di interesse ha condotto a un calo dei costi finanziari significativo compensando gli aumenti delle condizioni finanziarie nel trimestre precedente. Bruxelles ritiene che «riportare i mercati al funzionamento in modo integro» resta una priorità. Il capitolo degli asset bancari deteriorati è lontano dall'essere chiuso e «per riportare la fiducia le banche che detengono asset deteriorati devono renderli noti alle autorità competenti».

FONTE: ilsole24ore.it

lunedì 30 marzo 2009

Fotovoltaico, le aziende italiane si lanciano nella produzione di silicio

Il fotovoltaico, per l'Italia, può rivelarsi una vera opportunità industriale. Nel giro di pochi anni il nostro Paese può diventare un grande esportatore e valorizzare al meglio tutta la filiera. Le aziende si stanno muovendo: sul piatto ci sono un miliardo e mezzo di investimenti programmati, dalla produzione di silicio a quello di celle e moduli. Un esito niente affatto scontato. Il settore sta vivendo una crescita importante nel nostro Paese, merito degli incentivi del Conto Energia che, dopo il taglio di Spagna e Germania, è diventato il migliore d'Europa. Il nostro Paese, inoltre, è molto assolato e secondo un recente studio della McKinsey è tra i primi due che sarà in grado di raggiungere la grid parity, ovvero quel momento in cui il costo dell'energia elettrica prodotta con il Sole sarà competitivo con quella tradizionale. Eppure, le aziende si concentrano prevalentemente a valle della filiera, nella distribuzione e nell'installazione degli impianti. La produzione e la vendita di silicio resta invece appannaggio dei Paesi stranieri. Come dire: ci sta sfuggendo una grossa occasione. Ma le cose stanno cambiando.  "Entro il 2013 saremo in grado di esportare" ha spiegato Gianni Silvestrini, presidente del Kyoto club, durante il convegno "Gestire il boom fotovoltaico" che si è tenuto durante EnergyMed, la fiera in corso a Napoli. Un percorso che parte dai 340 Megawatt con cui nel 2008 l'Italia si è attestata al terzo posto nel mondo, dopo Germania e Spagna, per quanto riguarda l'installazione di impianti fotovoltaici, superando così Stati Uniti e Giappone. Che passa dai 1000 Megawatt cumulativi previsti entro la fine del 2009 e i 2000 entro la fine del 2010. Così l'Italia potrebbe diventare un ruolo leader a livello mondiale. "Entro il 2013 l'Italia può essere addirittura in grado di esportare" ha aggiunto Silvestrini. Le aziende stanno muovendo i primi (decisi) passi. Sul fronte della produzione silicio, sono in corso investimenti da circa 400milioni di euro l'uno. Il primo è quello della Silfab di Borgofranco (Ivrea), il secondo lo sta sostenendo la Estelux di Ferrara. Entrambe stanno lavorando alla realizzazione dell'area industriale. La crisi ha un pochino rallentanto i piani, ma entro il 2011 anche l'Italia dovrebbe entrare ufficialmente nella filiera del silicio per il fotovoltaico. A seguire, c'è la filiera delle celle, dove le aziende italiane attive sono la X-Group, la Helios, la Omnisolar, Eurosolare (Eni) e la Solsonica. Infine, il segmento dei moduli. Qui, di imprese italiane, ce ne sono un sacco.

FONTE: ilsole24ore.it

domenica 29 marzo 2009

Cellulari low cost, tariffe a confronto

Quanto costa telefonare con i 14 «operatori virtuali» 1,5 milioni di clienti. «In 4 anni saranno 7 milioni»

Chi, tra gli operatori mobili virtuali, è anche virtuoso? L'ultimo arrivato è Erg Mobile, che userà l'infrastruttura di Vodafone, le piattaforme tecnologiche di Nokia Siemens e la catena dei distributori di benzina di Erg Petroli. Il prossimo sarà Intesa Sanpaolo, che conterà sulla sua vasta rete di clienti, sportelli e servizi bancari. Partiti in ritardo rispetto ad altri Paesi d'Europa, in Italia gli operatori mobili virtuali esistono solo dal giugno 2007. Sono infatti 14 (ma solo 10 hanno un'offerta commerciale operativa) rispetto ai 30 della Gran Bretagna, ai 50 della Germania e ai 60 della piccola Olanda. E al 31 dicembre 2008, il dato ufficiale più recente, contavano un milione e mezzo di clienti. Stiamo parlando di quegli operatori che, non possedendo una propria infrastruttura, affittano quelle di Tim, Vodafone, Wind e 3 per offrire i propri servizi: si va dal leader di mercato PosteMobile (con circa 900 mila clienti e il 60% del mercato) ai big della grande distribuzione (Coop, Conad, Auchan e Carrefour), agli operatori di rete fissa come Fastweb e Bt, fino all'interessante fenomeno nuovo degli operatori cosiddetti «etnici», quelli cioè che servono grandi comunità come i cinesi e i filippini (gli stranieri in Italia sono in totale 4 milioni). Per questo tipo di utenti i servizi mobili in prospettiva possono diventare alternativi agli stessi phone center.

Dopo il confronto tariffario tra operatori tradizionali (Corriere della Sera dell'11 novembre 2008), abbiamo provato a paragonare le varie proposte dei virtuali sulla base di dati e metodologie utilizzati dall'Autorità per le Comunicazioni Agcom. Ne abbiamo ricavato il grafico pubblicato qui accanto. Il metodo scelto è quello adottato dall'authority britannica Ofcom e ritenuto valido dall'Agcom italiana: consiste nel definire diverse tipologie di consumatori — i basket (panieri), che in questo caso sono due — nell'identificare le varie offerte disponibili, confrontare i prezzi e mettere a fuoco le proposte più convenienti. I due tipi di profili considerati sono, il primo (paniere 1), una persona che totalizza 60 minuti di conversazioni telefoniche al mese e non manda sms né mms; il secondo (paniere 2) è un cliente che fa telefonate per un totale di 380 minuti mensili incluse alcune chiamate internazionali e invia 60 sms. Qualche avvertenza è indispensabile.

Non vengono prese in considerazione le offerte flat (a forfait), vantaggiose per chi telefona molto, perché questo renderebbe complicatissimo un confronto omogeneo. Peraltro alcuni operatori virtuali hanno esclusivamente — Fastweb e Daily Telecom (quest'ultimo specializzato in comunicazioni con la Cina) — o prevalentemente (PosteMobile) offerte flat o semi-flat. Se le avessimo incluse, i risultati del confronto sarebbero usciti sostanzialmente modificati, soprattutto nel paniere 2. In particolare PosteMobile, Fastweb, Daily Telecom e Noypi (di proprietà della telecom filippina Pldt) sarebbero emersi come i più convenienti. Inoltre non sono considerate le modalità di tariffazione, al secondo o a scatto anticipato di 30 o 60 secondi, né vengono calcolati i costi di attivazione del piano e i costi una tantum. Dal confronto infine sono esclusi Bt, filiale italiana del colosso britannico British Telecom, orientata esclusivamente alla clientela business, e Erg, l'ultimo arrivato, che non ha ancora commercializzato il servizio.

Come si può vedere dalle tabelle, l'offerta più conveniente per entrambi i tipi di consumatori è quella di Conad, presente sul mercato con il marchio ConadInsim. Seguita — nel basket 1 (il consumatore che telefona solo per un'ora al mese) — da PosteMobile, Telepass (brand di Autostrade), Coop Voce (Coop Italia), Uno Mobile (Carrefour), Amobile (Auchan) e Noypi. Secondo i nostri conti infatti il consumatore del primo tipo spende 8,8 euro al mese con ConadInsim, 9,6 con PosteMobile, 9,8 con Telepass, 10,2 con Coop Voce, 10,8 con Uno Mobile, 10,8 con AMobile e 13,4 con Noypi. Se invece consideriamo il consumatore del secondo tipo (che totalizza 380 minuti al mese e 60 sms), la graduatoria della convenienza cambia un po': al primo posto rimane ConadInsim (70,1 euro mensili), al secondo si posiziona Telepass (75,6), al terzo PosteMobile (78,8), al quarto AMobile (81,1), al quinto Uno Mobile (82), al sesto Coop Voce (83) e al settimo Noypi (89,2). Come abbiamo detto — ma conviene ripeterlo — l'inclusione di offerte flat e semi-flat modificherebbe i risultati, sia nell'ordine di graduatoria che nell'ammontare della spesa, perché questo tipo di offerte consente ai sottoscrittori di ottenere forti risparmi, soprattutto per chi telefona molto e all'estero come nel caso dei filippini o dei cinesi che da città come Milano, Prato o Roma chiamano i parenti a Manila o a Shanghai.

FONTE: Edoardo Segantini (corriere.it)

venerdì 27 marzo 2009

Internet alle grandi manovre. Accordo tra Seat e Google

Nel mirino la comunicazione delle piccole e medie imprese

Da una parte c'è il principale motore di ricerca sul web, Google. Dall'altra gli elenchi online di Seat Pagine Gialle. In teoria dovrebbero essere, se non proprio «nemici», almeno concorrenti perché di certo il quasimonopolio del motore Usa nelle ricerche qualcosa deve aver strappato a Seat. Eppure a giudicare dal +37,5% del titolo in Borsa, quello di Seat Pagine Gialle, diventato ieri rivenditore autorizzato di Google AdWords, dovrebbe essere un bel colpo. La key word, cioè la parola chiave che mette tutti d'accordo, in questo caso è «pubblicità». Anzi «pubblicità online». Che siano o meno grandi manovre è difficile dirlo. Certo è che questo settore, parallelamente alle difficoltà mostrate in questo momento dall'advertising più tradizionale, è finito sotto il mirino delle aziende anche in Italia. A dimostrarlo, in un altro segmento pubblicitario sempre online, c'è anche il consorzio Premium Publisher Network (Ppn) per la gestione in esclusiva dei text link pubblicitari a performance nei siti dei giornali nato di recente da un accordo tra Rcs Media Group (Corriere.it e Gazzetta.it) e L'Espresso e al quale hanno già aderito sia l'Editrice La Stampa che Athesis. AdWords è il meccanismo di vendita all'asta della pubblicità online che compare sulla parte destra del motore di ricerca e che si basa sulla parola chiave. In seguito alla firma dell'intesa ora sarà integrato con PGclick, cioè la piattaforma della Seat che già permetteva alle aziende con dei semplici passaggi di accedere alla pubblicità online. L'obiettivo dichiarato di Seat è mettere in contatto soprattutto il tessuto delle piccole e medie imprese italiane con uno degli strumenti che hanno fatto la fortuna di Google. «L'accordo - ha spiegato Massimo Castelli, direttore generale per l'Italia di Seat PG - nasce per sviluppare la cultura del marketing online e dare un supporto alle aziende nel loro percorso di innovazione e crescita ». Anche se - per inciso - il meccanismo di vendita all'asta della key word, cioè della parola chiave che agirà da ponte tra spot online e ricerca, qualche problema lo sta creando a Google. Il motore di ricerca Usa (in realtà molte altre cose) è stato trascinato in un tribunale francese da LVMH per il nodo delle borse Louis Vuitton. Una vicenda sulla quale dopo la pronuncia a favore del gruppo LVMH da parte del giudice francese è atteso ora il parere della Corte di giustizia europea. In realtà l'intesa che non è in esclusiva - visto che rimane la possibilità di accedere individualmente alla piattaforma pubblicitaria direttamente da Google (una versione low cost e basic di AdWords costa 5 euro) potrebbe anche essere interpretata come un segnale di «debolezza » da parte di Google Italia: non solo da PgClick era già possibile decidere di comparire tra la pubblicità del motore di ricerca, ma si poteva e si potrà scegliere di comparire anche o solo su Yahoo! o su Msn (Microsoft). Cioè due sicuri nemici. Mentre un'altra tegola è proprio l'accordo tra gli editori dei principali giornali online che sarà operativo dal 2 aprile e che ha già di fatto strappato a Google e a Yahoo! la gestione dei text link, cioè degli annunci «in tema» che si trovano in fondo agli articoli.

FONTE: Massimo Sideri (corriere.it) 

mercoledì 25 marzo 2009

Usa, il mercato del mattone riparte

La compravendita delle case fa segnare un incremento del 4,7%

Le vendite di abitazioni nuove negli Stati Uniti, a febbraio hanno segnato un inaspettato rialzo mensile del 4,7% a 337.000 unità a tasso annuo. Lo scrive l’agenzia Bloomberg. Il dato è in controtendenza rispetto alle previsioni degli analisti che avevano stimato un calo del 2,9%, a 300.000 unità a tasso annuo. È stato inoltre rivisto il dato di gennaio a -13,2% al tasso annuo di 322.000 unità. E sui dati del mercato immobiliare vola la Borsa americana. A poco più di mezz’ora dall’apertura, dopo l’inaspettato aumento del 4,7% delle vendite di case nuove in Usa a febbraio, il Dow Jones segna un rialzo del 2,07% a 7.818,87 punti, lo S&P 500 sale del 2,13% a 823,26 punti mentre il Nasdaq avanza del 2,27% a 1.550,94 punti.

FONTE: lastampa.it

martedì 24 marzo 2009

Compagnie aeree: perdite raddoppiate

Bilanci in rosso per 4,7 miliardi di dollari per l'anno in corso rispetto ai 2,5 delle stime precedenti

Previsioni nere per il trasporto aereo. L'Associazione internazionale del trasporto aereo (Iata), che rappresenta 230 compagnie di tutto il mondo, per il 2009 prevede una perdita globale del settore di 4,7 miliardi di dollari (pari a 3,46 miliardi di euro), molto peggio rispetto alle precedenti previsioni che prospettavano perdite per 2,5 miliardi di dollari (1,84 miliardi di euro). Anche per le entrate del settore, la Iata prevede un calo del 12% a 467 miliardi di dollari.

DOMANDA - La domanda dovrebbe calare nettamente, con una contrazione del traffico passeggeri del 5,7%, mentre il traffico merci dovrebbe scendere del 13%. La situazione è «cupa, molto peggiore di quella seguente all'11 settembre 2001» e l'anno in corso si profila tra i più difficili mai affrontati dalle compagnie aeree, ha commentato il direttore generale della Iata, l'italiano Giovanni Bisignani. «A causa della crisi economica, la domanda si è ridotta molto più rapidamente di quanto avevamo previsto qualche mese», ha detto. Bisignani ha ricorda che oltre alla crisi del 2001-2002, il settore aereo ha subito un altro duro colpo nel 2003 con l'epidemia di Sars, che ha contratto i voli specie in Asia.

FONTE: corriere.it

lunedì 23 marzo 2009

Casa, tutte le novità del decreto. E in arrivo c'è la liberalizzazione

Dopo gli ampliamenti per decreto, la liberalizzazione dell’edilizia proseguirà con un disegno di legge delega, la cui scarna bozza è stata ultimata dal governo. La scelta della delega è abbastanza logica, visto che si tratta di mettere mano a due testi complessi come il testo unico per l’edilizia del 2001 e il codice dei beni culturali del 2004. Il governo avrà quindi un anno di tempo, dopo l’approvazione del disegno di legge, per compliare un «unico testo normativo recante, nell’ambito del governo del territorio, i principi fondamentali in materia di attività edilizia, nel rispetto delle attribuzioni costituzionali delle Regioni». Che l’esecutivo voglia procedere ad una deregulation ad ampio raggio si capisce dal primo criterio della delega, che parla di «individuazione degli interventi di trasformazione urbanistico edilizia e di conservazione comunque realizzabili quali espressione del diritto di edificare connaturato alla proprietà fondiaria ed edilizia». I successivi criteri riguardano poi la diversificazione delle autorizzazioni, in base alla «natura e al carico urbanistico prodotto» dagli interventi edilizia; la semplificazione delle procedure (e qui si prospetta la «sostituzione dei titoli edilizi preventivi con certificazioni di conformità asseverate», dunque secondo il modello già seguito nel decreto); la tutela dell’incolumità e della sicurezza pubblica e l’esercizio dei poteri di controllo. Intanto Silvio Berlusconi è tornato a parlare del progetto allo studio del governo: «Con il rilancio dell’edilizia residenziale - ha detto il presidente del Consiglio - abbiamo dato il via ad un volano anti-crisi, una sorta di contropiede economico, per creare posti di lavoro». Resta l’ostacolo delle Regioni, che saranno consultate la prossima settimana: il decreto di fatto stabilisce norme che possono essere applicate su tutto il territorio nazionale «sino all’emanazione di leggi regionali in materia». Lo stesso leader della Lega Bossi ha notato che si rischia uno scontro se gli enti locali saranno scavalcati.

FONTE: ilmessaggero.it

sabato 21 marzo 2009

Il Tesoro Usa prepara il piano salvabanche

È pronto il nuovo piano di salvataggio bancario del Tesoro americano, che si propone di rilevare gli asset tossici e ripulire i bilanci della finanza. I contenuti dell'attesissimo piano, che potrebbe essere annunciato ufficialmemte lunedì, sono stati anticipati dal Wall Street Journal: il governo dovrebbe immettere inizialmente tra i 75 e i cento miliardi in nuovi fondi, una cifra che potrebbe aumentare in seguito. E, soprattutto, chiede una forte partecipazione del settore privato in partnership con le autorità pubbliche. Quest'ultimo sarà l'aspetto più delicato per il successo del piano. L'adesione dei privati è in dubbio dopo le polemiche esplose sulla Aig e sui bonus a Wall Street, che hanno spinto il Congresso a preparare leggi per tassare fino al 90% i premi dei dipendenti delle società salvate dal governo. Contro simili misure sono insorti nelle ultime ore molti grandi istituti che hanno ricevuto soccorsi: dai vertici di Citigroup a quelli di JP Morgan e Bank of America, che hanno denunciato il rischio di esodo di personale essenziale. La stessa amministrazione Obama sta cercando di ammorbidire le proposte di legge, cercando di esonerare i partecipanti al Talf, il progamma di Federal Reserve e Tesoro per il sostegno al credito al consumo e alle piccole imprese. Con il nuovo piano bancario il Ministro del Tesoro Tim Geithner, la cui credibilità nei salvataggi è ormai apertamente in discussione, cerca di orchestrare in dettaglio strategie inizialmente delineate settimane or sono ma che avevano deluso Wall Street per l'assenza di specificità. Gli strumenti adesso articolati, che dovrebbero dare corpo all'alleanza pubblico-privato, sono tre:
1) Un nuovo ente sostenuto dalla Fdic, l'organismo che assicura i depositi bancari, dedicato ad acquistare e tenere prestiti. Nel Disposition Finance Program è previsto un ruolo privato ma il governo potrà offrire finanziamenti fino all'80 per cento. Il programma potrà offrire garanzie per investimenti fino a 500 miliardi di dollari. 
2) L'espansione del programma Talf da mille miliardi gestito dalla Fed, decollato in questi giorni e finora impegnato solo su recenti titoli legati al credito al consumo e alle piccole aziende. Adeeso verrà esteso anche ad asset di più vecchia data, relativi al 2005-2006.
3) La nascita, infine, di fondi misti pubblico-privato che acquistino anzitutto titoli garantiti da mutui, dove il governo prevede di contribuire con un dollaro per ciascun dollaro in arrivo da privati. Questi fondi saranno affidati a gestori privati.

FONTE: ilsole24ore.it

venerdì 20 marzo 2009

La Ue raddoppia a 50 miliardi gli aiuti ai Paesi dell' Est Europa

«È stata raddoppiata a 50 miliardi di euro la somma per la quale siamo disposti a intervenire caso per caso a sostegno dei paesi dell'Est europeo». Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi alla conferenza stampa a conclusione del vertice Ue. I capi di Stato e di Governo dell0Unione europea inoltre, hanno raggiunto l'accordo per permettere il raddoppio a 500 miliardi di dollari delle risorse del Fondo monetario internazionale. L'apporto europeo sarà almeno di 75 miliardi di dollari su base volontaria. La cifra è stata concordata verbalmente, hanno indicato fonti diplomatiche. Il Giappone ha già promesso di contribuire con 100 miliardi di dollari. Nel corso della conferenza stampa Berlusconi è intervenuto su diversi temi di attualità.
«Piano casa, molto apprezzato in sede Ue»
«C'é stato apprezzamento - ha aggiunto - per le misure italiane, anche la Commissione Ue ha riconosciuto che gli interventi sono in linea con il piano di ripresa europeo. Molti colleghi ci hanno chiesto il testo del disegno di legge e del decreto per l'ampliamento del 20% di cubatura delle case mono-bifamiliari. Ci siano impegnati a inviare il testo alle ambasciate degli altri 26 Paesi entro lunedì». Il premier poi ha commentato i dati resi noti questa mattina dal'Istat sulla disoccupazione. Il livello è sotto «la media nell'eurozona» ha detto.
Eni, le esigenze del paese vengono prima delle regole Ue 
Il Premier poi ha risposto ai rilievi che proprio l'Antitrust europeo ha mosso contro l'Eni, accusata di abuso di posizione dominante nella gestione di alcuni gasdotti. «Ci sono esigenze superiori di sicurezza del paese, su questo non possiamo fare concessioni» ha detto il premier Silvio Berlusconi. «Consideriamo che l'approvvigionamento dell'energia sia un fatto che attiene alla sicurezza, sono esigenze superiori alle regole» europee.

FONTE: ilsole24ore.it

giovedì 19 marzo 2009

L'Fmi: "Graduale ripresa nel 2010"

Il documento sulla crisi per il G20: «Recessione globale, poi la ripresa». La Bce: «Il 2009 sarà molto difficile»

Imminente revisione in peggio delle previsioni economiche da parte del Fondo monetario internazionale, che ora per il 2009 si attende una vera e propria recessione mondiale. A confermarlo è stato il vice direttore dell’Fmi, John Lipsky, che oggi durante un seminario a Vienna ha messo in guardia dal «circuito corrosivo» che si è innescato a livello mondiale, tra tempesta della finanza e deterioramento dell’economia reale. Tuttavia «con misure politiche efficaci - ha aggiunto - il ciclo negativo mondiale può essere smorzato e la ripresa potrà innescarsi». Sempre oggi sulla situazione economica è intervenuto anche il presidente della banca centrale europea, Jean-Claude Trichet. «Penso che il 2009 sarà molto, difficile», ha affermato in un’intervista alla radio Europe-1. Tuttavia il futuro contiene degli spiragli. «C’è un consenso generale e diffuso tra tutte le istituzioni pubbliche e private - ha rilevato - sul fatto che il 2010 puo essere l’anno in cui si veriricherà una moderata ripresa della crescita». A margine del seminario, Lipsky ha riferito che l’istituzione di Washington si attende ora una contrazione del Pil mondiale di portata «modesta» nel 2009, laddove nelle stime dello scorso gennaio prevedeva un incremento dello 0,5 per cento. Il vice direttore dell’Fmi non ha voluto fornire cifre più specifiche. Ieri a farle era stata una consulente del direttore Dominique Strauss-Kahn, Teresa Ter-Minassian. Da Lisbona ha citato una bozza di revisione di fine febbraio, in cui il Pil mondiale del 2009 viene indicato in flessione dello 0,6 per cento. Ora, sempre secondo la Ter-Minassian, si prevede una pesante recessione nell’area dell’euro, con un Pil in calo del 3,2 per cento nel 2009. Ancor peggiore la stima per l’economia del Giappone, che secondo questa bozza dovrebbe assottigliarsi del 5 per cento. Per gli Stati Uniti, infine, viene indicata una contrazione del 2,5 per cento. Interpellato sulla questione, oggi Lipsky ha solo confermato che le previsioni dell’Fmi «sono passate da un progresso molto modesto» della crescita mondiale in base alle stime di gennaio, a «una modesta contrazione. Prevedevamo una crescita globale di circa mezzo punto percentuale mentre le previsioni riviste - ha detto - mostreranno un dato leggermente negativo». Nel suo intervento al seminario di oggi, organizzato dall’Opec - il cartello dei paesi esportatori di petrolio - Lipsky ha invece messo in guardia dai perduranti rischi di instabilità sul mercato dell’oro nero, settore che ha legami a doppio filo con l’economia reale. Nei mesi passati i prezzi del petrolio sono crollati a ricaduta dell’aggravamento della recessione mondiale, ma in prospettiva, ha spiegato, la ripresa dell’economia reale dipenderà in parte anche dall’andamento dei corsi petroliferi. Per questo vanno evitate «eccessive altalene dei prezzi». Il vice direttore dell’Fmi ha quindi spronato tutti gli attori in causa «produttori, consumatori, investitori finanziari e autorità di vigilanza a fare la loro parte per migliorare» gli aspetti chiave del mercato. Bisogna fare leva su «trasparenza, funzionamento e vigilanza» e puntare all’equilibrio tra produzione e domanda. «La recente straordinaria caduta dei prezzi del petrolio è innanzitutto una risposta fisiologica a un cambiamento brutale e drammatico delle prospettive di crescita globali», ha proseguito Lipsky, secondo quanto riporta un comunicato dell’Fmi. «Al momento, la maggiore minaccia di instabilità del mercato deriva dalla possibilità di ulteriori indebolimenti dell’economia globale nei mesi a venire». Le contromisure «aggressive» giunte dalle autorità di tutto il mondo «hanno ridotto questi rischi. Ma la stretta finanziaria e la debolezza economica hanno creato un circuito corrosivo che continua a costituire un rischio per le prospettive mondiali». In questo quadro secondo Lipsky «le priorità più rilevanti sono quella di stabilizzare il sistema finanziario mondiale e di fornire stimoli adeguati agli aggregati di domanda. Con misure politiche efficaci, il ciclo negativo mondiale può essere smorzato e la ripresa potrà innescarsi. Guardando in prospettiva, tuttavia qualunque ripresa dell’economia mondiale dipenderà in parte dagli sviluppo nei mercati petroliferi». Per questo bisogna agire, ha concluso, per evitare «eccessive altalene sui prezzi». Lo scorso luglio, al culmine dell’ultimo rally rialzista dei prezzi, il barile di oro nero aveva superato i 147 dollari, ma nei mesi successivi è crollato fin sotto i 35, per poi stabilizzarsi nelle passate settimane tra i 40 e i 50 dollari. Negli scambi di metà seduta sul Nymex, la Borsa merci di New York, i futures sul petrolio in prima scadenza cadono di 1,19 dollari rispetto alla chiusura di ieri, con il barile di West Texas Intermediate a 47,97 dollari. Flessione accentuata da un incremento settimanale delle scorte americane superiore a quanto previsto dagli analisti.

FONTE: lastampa.it

mercoledì 18 marzo 2009

Energia, dalla Ue 30 milioni in più all'Italia

L'Italia ottiene 30 milioni di euro in più dalla lista di progetti da 5 miliardi di euro da finanziare con il bilancio Ue nell'ambito del Piano di rilancio economico europeo. E' quanto traspare dall'ultima proposta di compromesso elaborata dalla presidenza di turno ceca dell'Ue, di cui Apcom ha ottenuto una copia.  Nello specifico, i fondi per il gasdotto 'Galsi' tra Algeria e Italia, tramite la Sardegna, passano da 100 a 120 milioni di euro, mentre quelli per l'elettrodotto Sorgente-Rizziconi tra Sicilia e Calabria salgono da 100 a 110 milioni di euro. Invariate le cifre per gli altri progetti di interesse italiano: 100 milioni per l'Interconnettore Turchia-Grecia-Italia (Itgi), promosso dall'Edison; 20 milioni per l'elettrodotto Italia-Malta; 100 milioni per l'impianto di cattura e stoccaggio (Ccs) del CO2 nella centrale Enel di Porto Tolle. La nuova lista verrà discussa domani dai ministri degli Esteri Ue, in vista di un'approvazione definitiva da parte del Consiglio europeo del 19-20 marzo a Bruxelles, a cui sarà presente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Nel complesso, la presidenza ceca ha deciso di tagliare le risorse destinate all'agricoltura e allo sviluppo della banda larga, che scendono da 1,25 a 1,1 miliardi, con una maggiore flessibilità di utilizzo tra i due obiettivi. Nell'ambito del capitolo 'Energia', passato da 3,75 a 3,9 miliardi, sono stati ridotti gli stanziamenti per la Ccs e aumentati quelli per gli interconnettori di gas ed elettricità. Tra gli Stati membri, il maggior beneficiario delle ultime modifiche è la Germania, che ottiene 50 milioni in più per un elettrodotto e altri 50 per un progetto di energia eolica offshore. Spagna e Francia hanno spuntato 75 milioni di euro per un elettrodotto, mentre altre 'briciole' sono state spartite tra Gran Bretagna e Irlanda (10 milioni per un elettrodotto), Portogallo (10 milioni), Bulgaria-Grecia e Slovacchia-Ungheria (5 milioni in più in entrambi i casi). Inoltre la dotazione per la rete offshore di eolico nel Mare del Nord è salita a 165 milioni (+10) e altri 5 milioni si aggiungeranno ai finanziamenti per l'inversione del flusso di gas, che interessa diversi Stati membri. Dal punto di vista finanziario la presidenza Ue, piegandosi alle richieste di numerosi Stati, "esclude" il ricorso al bilancio Ue 2008 per finanziare il fondo da 5 miliardi. I fondi verranno recuperati dai 'margini' dei bilanci 2009 e 2010, ma nel caso in cui non sia sufficiente è possibile un allungamento al 2011.  Sulla base delle ultime modifiche, il vicepremier ceco agli Affari europei, Alexandr Vondra, è sicuro di aver trovato un accordo. "Abbiamo messo sul tavolo una proposta di compromesso che riteniamo risponde alle preoccupazioni sollevate dagli Stati membri, rispettando allo stesso tempo gli obiettivi strategici dell'Ue e mantenendo un equilibrio geografico. La gran parte degli Stati membri, infatti, ha espresso il proprio pieno appoggio", assicura Vondra, sottolineando che la lista da 5 miliardi va approvata "senza indugi" perché "solo così confermeremo la capacità dell'Ue di agire rapidamente e in maniera coordinata" di fronte alla crisi economica.

FONTE: ilsole24ore.it

martedì 17 marzo 2009

Blue chips europee: I ratings di oggi

Questa è la lista dei principali ratings emessi oggi sulle blue chips europee dagli analisti delle più importanti banche d'affari. 
Anglo American
Goldman Sachs ha tagliato il suo rating su Anglo American da "Buy" a "Neutral".
ENEL 
WestLB ha tagliato il suo rating su ENEL da "Neutral" a "Sell" e fissato un target sul prezzo a €2,80. La casa d'investimento ha spiegato il downgrade con l'aumento di capitale e con la nuova politica dei dividendi annuciata da ENEL. WestLB stima che la cedola del colosso italiano delle utilities verrà quasi dimezzata a €0,25 per azione. 
Eni 
J.P. Morgan ha alzato il suo rating su Eni da "Neutral" ad "Overweight" ma tagliato il target price da €21,50 a €19,50. Secondo la banca d'affari i rischi legati ad un possibile taglio del dividendo sarebbero già scontati nel titolo. Eni avrebbe delle elevate qualità difensive e presenterebe al momento una bassa valutazione. 
Henkel 
Royal Bank of Scotland ha tagliato il suo rating su Henkel da "Hold" a "Sell" ed il target price da €23 a €17. La banca d'affari crede che il business degli adesivi dell'impresa tedesca resterà quest'anno sotto pressione. Secondo Royal Bank of Scotland, inoltre, il dividendo di Henkel sarebbe a rischio. Henkel dovrebbe perciò registrare nel 2009 una performance inferiore a quella dell'intero comparto. 
Royal Dutch Shell 
Bernstein ha tagliato il suo rating su Royal Dutch Shell da "Outperform" a "Market perform".
FONTE: borsainside.it

lunedì 16 marzo 2009

Così l'austerity entra in azienda


«Fino ad ottobre gli impianti hanno lavorato al 95 per cento. Poi, di botto, il rallentamento. Solo a gennaio, gli ordinativi sono crollati del 40 per cento», scuote la testa il presidente di Federacciai, Giuseppe Pasini. Il mantra obbligato è diventato tagliare i costi, nella grande provincia manifatturiera italiana provata dalla crisi mondiale. In ogni piega del conto economico. Come? «Lavorare di notte e nei weekend permette, ad esempio, di sfruttare la tariffa elettrica più bassa (fino al 20%)». Ha cominciato l'Alfa Acciai di San Polo, adesso nel bresciano lo fanno praticamente tutti. «Anche la mia Feralpi», conferma Pasini che aggiunge: «In questo modo abbiamo riportato in house la manutenzione che facciamo durante il giorno, quando gli impianti sono fermi».
Meccanica 
Dalla siderurgia bresciana alla meccanica reggiana, per Fabio Storchi e la sua Comer industries «l'obiettivo è tornare ai costi 2007. Tagliando le spese generali e la pubblicità del 10%, e alcune fiere non strategiche. D'altronde - dice - il crollo dei prezzi delle materie prime, che sul nostro business incide per il 50%, è stato un salasso, perché arriva a valle di una bolla che aveva drogato la domanda. Risultato: magazzini al massimo delle scorte da riassorbire insieme al calo di produzione». In molti casi c'è chi ha comprato a prezzi esorbitanti, e oggi si trova esposto con magazzini pieni che valgono poco. Che fare allora? Tagliare. Sperando di scavallare la crisi senza chiudere. «Si punta alla sopravvivenza, accantonando investimenti, strategie di espansione e spin-off», ragiona Giampaolo Vitali del Ceris-Cnr. «La recessione colpisce tutti e le imprese sono costrette a ridurre i costi fissi per abbassare il punto di break even: su produzione, vendita, commercializzazione e molto spesso R&S». Spiega Federico Bonanni, responsabile ristrutturazioni aziendali di Kpmg, che oggi il focus è tutto finanziario, perché è crollata la domanda e insieme la stretta creditizia fa mancare liquidità. Dunque le imprese lavorano sul lato costi: «Cassa integrazione in quelle aziende che dipendono molto dall'intesità degli addetti impiegati, mobilità, riduzione dei temporary, internalizzazione del lavoro, dilatazione dei pagamenti ai fornitori, blocco delle spese di marketing e pubblicità (la stima sul 2009 prevede un taglio del 5% sulle tv e 10% sulla stampa, ma nel primo bimestre ha sfiorato il 20%)». E per chi è messo peggio, «riduzione del ciclo vendite e produzione acquisti». In sostanza: «Produco solo su ordinativi e non più per il magazzino, riducendo il volume di affari e acquisti massimizzando le code degli incassi». Tutte misure che hanno impatto sulla cassa a breve, in attesa del ritorno ai ricavi. «Certo manca una visione industriale di medio lungo - precisa Bonanni - non ci sono in corso veri piani di ristrutturazione». Richiederebbero tempo e soldi che oggi non ci sono .
Artigianato 
«L'altro giorno - spiega Massimo Ferlini, presidente della Compagnia delle Opere di Milano - un artigiano mio associato si è tagliato il reddito, insieme alle spese di rappresentanza e alle piccole sponsorizzazioni. D'altronde quando nella meccanica prima si ruotava con il magazzino a due mesi mentre oggi si arriva a sette o a otto mesi, è davvero dura». Alessandro Cappeller produce, a Cartigliano nel vicentino, minuterie metalliche di precisione (17 milioni di fatturato 2008), tra cui le molle per i soffietti di gomma degli ammortizzatori auto (lavorano al 50% per l'automotive). «Per ora - dice - me la cavo giocando sulle scorte di magazzino: attingendo da lì, non ho costi e recupero liquidità, visto che le banche non fanno il proprio mestiere. E poi stiamo attenti alla cassa. Ad esempio sull'energia, che incide per il 3% sul nostro fatturato, ho organizzato un corso in azienda per sensibilizzare i miei dipendenti. Anche un risparmio di mezzo punto vale oro in questi mesi». 
Tessile-abbigliamento 
Nella moda, la Diesel di Renzo Rosso ha appena aperto uno store in San Babila a Milano. L'azienda veneta continua a investire sulla distribuzione, sulla rete retail e sulla comunicazione di brand. Però i ricavi sono in flessione per tutti, quindi si taglia: ad esempio da qualche settimana in Diesel si vola solo low cost e si prenotano alberghi meno cari, risparmiando sulle trasferte. «Siamo in una fase attendista, al di là dei tagli ai centri di costo. Le aziende vogliono prima capire la profondità della crisi», ragiona Giorgio Airaudo, gran capo della Fiom di Torino. «I più avveduti, puntano a non distruggere capitale sociale». Anche per non sprecare l'aggiustamento avvenuto attraverso lo sviluppo di attività non strettamente manifatturiere (investimenti in asset intangibili e aumento del peso dei white collars nella forza lavoro) e il cambio delle linee di produzione interne, che secondo l'Isae spiega il 30% dell'aumento di produttività 2000-2005 nel manifatturiero italiano.

FONTE: ilsole24ore.it

domenica 15 marzo 2009

La porno tax è pronta al decollo

Al via il prelievo del 25% sulle trasmissioni televisive pornografiche e su quelle di maghi e cartomanti. Pubblicato il Dpcm attuativo della disposizione introdotta con la manovra anti-crisi. Per la porno-tax e il prelievo sulle trasmissioni di maghi e cartomanti il Fisco si prepara a passare all'incasso. Il Consiglio dei ministri ha infatti approvato il decreto attuativo delle nuove extra-imposte dirette a disincentivare le produzioni pornografiche e lo sfruttamento della credulità popolare. L'addizionale sui prodotti «in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti», nonché sulle emittenti che le trasmettono, è stata introdotta con la manovra anti-crisi. L'articolo 31 del decreto legge 185/08 (poi convertito nella legge 2/09) rimandava però a un Dpcm proposto dal ministro dei Beni culturali la determinazione del concetto di "materiale pornografico". Il Dpcm, varato da Palazzo Chigi e subito pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale» n. 60 del 13 marzo 2009, in realtà si limita a riprodurre la definizione contenuta nel Dl 185. Di fatto però la pubblicazione rende esigibile il supplemento di tributo pari al 25% del reddito «proporzionalmente corrispondente alla quota di ricavi derivanti dalla trasmissione di programmi televisivi pornografici» stabilito dall'articolo 1, comma 466 della legge 266/05. Supplemento di tributo che andrà pagato già con riferimento al periodo d'imposta 2008.  Lo stesso discorso vale per l'addizionale applicabile ai soggetti che utilizzano «trasmissioni televisive volte a sollecitare la credulità popolare che si rivolgono al pubblico attraverso numeri telefonici a pagamento», con particolare riferimento ai programmi di sedicenti maghi e cartomanti.

FONTE: ilsole24ore.it

venerdì 13 marzo 2009

Forbes: sempre meno miliardari, il più ricco del mondo è Bill Gates

Secondo la rivista Usa i super-ricchi, a causa della crisi, si sono ridotti di un terzo. Ferrero è l'italiano più ricco

La crisi si fa sentire anche nel mondo dei super-ricchi. Tanto che nel 2008 si sono sensibilmente ridotti. A guidare la pattuglia dei plurimiliardari c'è il fondatore di Microsoft, Bill Gates, che è tornato ad essere l'uomo più ricco del mondo, secondo la tradizionale classifica stilata dalla rivista americana «Forbes». Il magazine è tornato a stilare la sua classifica alla luce della crisi finanziaria che ha colpito i mercati mondiali, e secondo le sue ricerche ha verificato che il numero dei miliardari del pianeta si è ridotto di almeno un terzo nell'ultimo anno. Tra i ricchi più colpiti, quelli di Russia, India e Turchia.

SEMPRE PRIMO - Bill Gates invece con i suoi 40 miliardi di dollari ha riguadagnato la vetta della classifica, seguito dall'americano Warren Buffet, con 37 miliardi, e dal magnate messicano delle telecomunicazioni Carlos Slim con 35. Tutti, comunque, hanno accusato il colpo portato dalla crisi: Gates solo un anno fa era accreditato di una fortuna pari a 58 miliardi, Buffet di un patrimonio superiore ai 60 miliardi e Carlos Slim di 62 miliardi di dollari. Secondo Forbes, solo questi tre miliardari avrebbero perso complessivamente in un anno una ricchezza pari a 68 miliardi di dollari. Il magazine sostiene che nell'ultimo anno i miliardari del mondo hanno perso circa 2mila miliardi di dollari, circa 1560 miliardi di euro. I ricchissimi del pianeta un anno fa erano 1.125, oggi sono 793. New York è tornata a rimpiazzare Mosca come la città in cui vivono il maggior numero di super ricchi (55), mentre Mosca, che un anno fa aveva 87 supermiliardari, oggi ne conta 32. A New York però l'unico che non ha accusato perdite nell'ultimo anno è stato il sindaco Michael Bloomberg, il cui patrimonio sarebbe cresciuto da 11,5 a 16 miliardi. Bloomberg è oggi secondo Forbes l'uomo più ricco di New York e figura tra i primi 17 al mondo, mentre un anno fa era solo sessantacinquesimo. Lo scorso anno figurava nella classifica di Forbes anche il miliardario texano Allen Stanford, coinvolto quest'anno in'inchiesta federale con l'accusa di aver truffato secondo la Sec (la Consob americana) «almeno» 8 miliardi di dollari. Ora la classifica è decisamente l'ultima delle sue preoccupazioni.

ITALIA - Sul fronte dei magnati di casa nostra l'italiano più ricco è, sempre secondo Forbes, Michele Ferrero. Il padre della Nutella si è piazzato al quarantesimo posto con un patrimonio valutato attorno ai 9,5 miliardi di dollari. Seguono a distanza, al settantesimo mo posto, il remier Silvio Berlusconi e famiglia con 6,5 miliardi di dollari e Leonardo del Vecchio, patron di Luxottica, al settantunesimo posto con 6,3 miliardi. Per trovare altri italiani bisogna scendere alle posizioni più basse della lista dei ricchi del pianeta. Primo tra questi «ultimi» è lo stilista Giorgio Armani al duecentoventiquattresimo mo posto con 2,8 miliardi di dollari di patrimonio.

FONTE: corriere.it

martedì 10 marzo 2009

Usa e Ue, assedio ai paradisi fiscali

Minivertice in Svizzera, Austria e Lussemburgo in difesa del segreto bancario

Hanno paura di essere cacciati dal paradiso (fiscale) loro che proprio angeli non sono mai stati. Così si sono incontrati ieri pomeriggio in Lussemburgo per decidere una strategia comune in difesa del segreto bancario sul quale hanno costruito una buona parte delle loro fortune, il ministro delle Finanze del Granducato Luc Frieden, l’elvetico Hans Rudolf Merz, e l’austriaco Josef Pröll. Missione difficile, se non impossibile. Dopo la micidiale crisi finanziaria scatenata proprio dalla viscosità dei mercati creditizi, la possibilità che qualche Paese del club dei migliori possa continuare a tenere nascoste informazioni su conti e pagamenti è del tutto fuori moda nella grandi capitali. Nicolas Sarkozy e Angela Merkel guidano la crociata. Il presidente francese, giusto una settimana fa, ha paventato la possibilità di inserire la Svizzera nella lista nera dei paradisi fiscali, quelli che non collaborano e che, anzi, ostacolano la vigilanza dei flussi di capitale. Della questione si parlerà anche al G20 del 2 aprile per tracciare le linee della riforma dell’architettura finanziaria del pianeta. Anche perché i banchieri della Confederazione hanno già avuto il loro bravo scontro il mese scorso con gli americani, vittoriosi nel costringere l’Ubs a consegnare, pagando una salata multa, i nomi di trecento clienti a stelle e strisce sospettati di frode fiscale. La cancelliera tedesca dopo il caso Liechtenstein ha aperto gli occhi e dichiarato guerra a tutti i sistemi che consentono con facilità ai contribuenti di non versare le tasse nei forzieri federali. Il suo ministro delle Finanze Peer Steinbrück, come con la collega francese Lagarde, ha deciso fra l’altro di chiedere al prossimo G-20 di imporre a banche e assicurazioni piena trasparenza sulle attività che mantengono nei paradisi regolamentari. Il cerchio si stringe. In Europa, a parte le isolette che nessuno sembra veramente voler toccare, sono rimasti pochi a garantire un segreto bancario inviolabile vecchio stile. Tre sono Stati comunitari (Belgio, Lussemburgo, Austria), che hanno ottenuto una deroga al principio dello scambio di informazioni della direttiva Risparmio del 2003. In cambio, i guardiani del paradiso hanno inasprito le condizioni di imposta. «Il segreto bancario fa parte della nostra mentalità sociale e della nostra concezione della protezione della sfera privata», si difende lo svizzero Merz. Chiaro? Se non lo fosse, ecco come la pensa il lussemburghese Frieden. «Non siamo pronti ad abbandonare il segreto bancario nemmeno se si tratta di lottare contro la criminalità fiscale» ha affermato. Se uniamo il fatto che il suo premier Jean-Claude Juncker è presidente dell’Eurogruppo, e che il Granducato fa un terzo del pil con la finanza, si intuisce bene quanto duro potrà essere lo scontro. In attesa che domani i ministri economici europei facciano il punto sui Paesi non cooperativi, Merz, Pröll e Frieden si sono trovati insieme nell’essere contrari ad abbandonare il segreto bancario sino a quando esso sarà tollerato e praticato fuori dall’Europa, leggi Hong Kong o Singapore. Questo è un punto. Bisogna capire come si coniugherà con le dichiarazioni dei premier nazionali, sulla carta pronti alla necessaria collaborazione. Come? Tutto da vedere. La novità è che Usa e Ue fanno sul serio, così i più scommettono che i presunti angeli perderanno. Come è quando è però presto per dirlo.

FONTE: lastampa.it

sabato 7 marzo 2009

Casa: per gli italiani è meglio l'affitto, il “mattone” è troppo caro

In testa alle classifiche di Confedilizia, per le zone centrali c'è Venezia che supera sia Roma che Milano

Nel 2009 gli italiani scelgono sempre di più gli affitti, nonostante i prezzi degli immobili restino stabili. Il borsino immobiliare di Confedilizia registra Venezia, Roma e Milano come le città più care per acquistare una casa, mentre Vibo Valentia è la provincia più economica. Venezia è in testa alla classifica: per le zone centrali della città il costo medio al metro quadro è pari a 9.500 euro, seguono Roma con 7.800 euro e Milano con 7.500. Per le zone semicentrali del capoluogo veneto il prezzo scende a 6.200 euro, con Milano a 5.000 e Roma a 4.600. Anche per le zone periferiche Venezia risulta la più costosa con 3.800 euro al metro quadrato, a Roma ne servono 3.600 e 3.200 a Milano. Vibo Valentia è la provincia dove si spende meno: con 350 euro al metro quadro in una zona periferica e 400 per una zona semicentrale. Confedilizia conferma le previsioni  su un significativo aumento del numero dei contratti di affitto, a condizionare la scelta degli italiani c'è l'aumento dei tassi dei mutui e le perduranti difficoltà di accesso al credito. Per il 2009 si prevede un consolidamento del ritorno di interesse per l'affitto e i canoni non dovrebbero subire particolari rialzi rispetto all'attuale livello di inflazione.
A Roma un nuovo piano casa per affrontare l'emergenza abitativa. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha proposto «l'apertura un tavolo di confronto tra Comune di Roma e Regione Lazio per elaborare un piano casa, attraverso il quale affrontare l'emergenza abitativa nella Capitale. La crisi in atto ed il costo del denaro molto basso offrono delle opportunità di cui bisogna approfittare. L'emergenza casa è un problema che va affrontato e risolto, altrimenti può diventare la principale bomba sociale della città». Sono due le strategie principali dell'amministrazione capitolina per affrontare il problema casa: «Utilizzare a fini edilizi quelle aree - ha spiegato Gianni Alemanno - non edificate inserite all'interno di contesti già urbanizzati presenti nelle disponibilità dei privati. Entro due anni possiamo arrivare alla consegna delle prime case. L'altro obiettivo è di trasformare i 35 milioni di euro, utilizzati per affitti ed alberghi destinati all'emergenza abitativa, da spesa corrente a investimenti per la realizzazione di edilizia popolare con un buono standard qualitativo». «A Milano c'è un'emergenza abitativa». Il Sunia, sindacato degli inquilini della Cgil, ha denunciato «il triplicarsi a Milano delle domande per il sostegno all'affitto rispetto al 2000. Nel giro di sei anni sono passate da 7.000 a 21.000». «Purtroppo - ha aggiunto Stefano Chiappelli, segretario milanese del Sunia - le risorse per il fondo sociale nel 2008 sono state il 44,41% in meno di quelle del 2000 e, se la tendenza non cambia, nel 2011 si arriverà a -69,58%. In un mercato in cui le compravendite calano del 13%, cresce la domanda dell'affitto, che si orienta prevalentemente verso alloggi di piccole dimensioni e in periferia. È ormai irreversibile il fenomeno dell'espulsione di cittadini e lavoratori dal centro e gli affitti aumentano: dal 1999 al 2008 sono cresciuti del 145%».

FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 6 marzo 2009

Ponte sullo stretto, via libera del Cipe

Impegnati 1,3 miliardi, sui 6 necessari per l'intera opera. Ciucci (Anas): completeremo   la   Salerno - Reggio
Il ponte sullo Stretto di Messina si farà e per i lavori sono stati stanziati 1,3 miliardi di euro sui 6,1 del costo complessivo dell'opera. Il via libera all'impegno delle risorse è arrivato dal Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, che si è riunito oggi a Palazzo Chigi. LA SALERNO-REGGIO - Quella del ponte - che subito dopo il via libera del Cipe è stato definito un «progetto strategico per l'intero Mezzogiorno» dal presidente del Senato, Renato Schifani - è solo una delle opere inserite in un pacchetto complessivo che prevede interventi per quasi 18 miliardi di euro nel campo delle infrastrutture (a cui sono destinati 16,6 miliardi) e per l'edilizia scolastica e carceraria (1,2 miliardi). Tra i grandi cantieri finanziati, un altro particolarmente significativo è quello per il il completamento della Salerno-Reggio Calabria. Le risorse stanziate per quest'opera, secondo quanto ha dichiarato il presidente dell'Anas, Pietro Ciucci in un'intervista a Sky Tg24, «saranno sufficienti a completarla entro il 2012-2013». «Finora la Salerno-Reggio Calabria è costata circa 9 miliardi - ha precisato Ciucci -. Dei 450 Km 190 sono stati ricostruiti con i criteri più moderni di sicurezza e servizio 180 sono in costruzione. I tempi non sono lunghi come qualcuno afferma: i lavori sono partiti nel 2002 in maniera decisa e se riusciremo a rispettare la scadenza del 2012-2013 per completarli, 20 anni sarebbero un risultato molto apprezzabile». LE ALTRE OPERE - Sono stati stanziate risorse anche per infrastrutture legate all'Expo 2015 (che non riguardano solo la città di Milano: sono infatti citati la Linea C della metropolitana Roma, la rete metropolitana regionale campana, le reti metropolitane di Palermo e Catania, i sistemi urbani e metropolitani di Bari e di Cagliari, l'adeguamento dei sistemi metropolitani di Parma, Brescia e Bologna, l'aeroporto di Vicenza, i sistemi di trasporto lacuale), al tunnel del Frejus, alla Pedemontana Lecco-Bergamo, al Mose (la barriera contro l'acqua alta a Venezia). Tra i contributi privati messi in campo con la delibera ci sono quelli che riguardano il potenziamento delle reti autostradali e in particolare la Cisa, la Brescia-Padova, la Cecina-Civitavecchia e la tangenziale est di Milano.

AMMORTIZZATORI SOCIALI - Il governo ha poi annunciato lo stanziamento di 4 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali precisando che si aggiungono ai 4 miliardi di euro delle Regioni e al miliardo di euro della Finanziaria. «Complessivamente la somma diventa di 9 miliardi» ha fatto notare lo stesso premier, Silvio Berlusconi nella conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il consiglio dei ministri. È una cifra, ha poi puntualizzato, che «riteniamo esuberante, ma noi volevamo dire ai lavoratori di stare tranquilli». Non solo: per Berlusconi «nessuno ha fatto più di noi in Europa; se ci sono cifre più imponenti- ha detto- è perchè sono state destinate a salvataggi di banche». 

FONTE: corriere.it