
giovedì 30 aprile 2009
Incentivi per le bici: è boom dopo la prima settimana. Stentano gli aiuti per i motorini

mercoledì 29 aprile 2009
Balzo della fiducia dei consumatori. Ad aprile indice Isae al top dal 2007

martedì 28 aprile 2009
Da Paul McCartney ad Abramovich, il falò dei miliardari

lunedì 27 aprile 2009
Fiat-Chrysler, accordo raggiunto con i sindacati dell'auto Usa

DETROIT - Ora Chrysler potrebbe farcela ad evitare il fallimento: ha superato due dei maggiori ostacoli alla sua sopravvivenza e all’accordo con Fiat. Ha raggiunto un’intesa di massima con il sindacato Uaw sul ridimensionamento di salari e benefit dei lavoratori Usa e ha ratificato quella stretta qualche giorno fa con i sindacati dei suoi stabilimenti canadesi. Ma per ottenere i sei miliardi di dollari promessi dal governo Usa, dopo i quattro già concessi, Chrysler deve perfezionare l’alleanza con Fiat e sciogliere il nodo del debito con banche ed hedge funds, titolari di 6,9 miliardi di dollari di crediti. I dettagli dell’accordo con Uaw saranno resi noti solo oggi, ma il potente sindacato dell’auto Usa ha annunciato che l’intesa è stata raggiunta con Chrysler, Fiat e con il Tesoro Usa. Questi significa che c’è la benedizione del governo e che la Fiat è stata coinvolta in maniera molto intensa nel negoziato ed è seriamente intenzionato a prendere una quota del 20% in quello Usa in cambio della sua tecnologia sulle auto di piccola cilindrata. E per due persone vicine ai negoziati alla firma dell’accordo con Fiat manca solo al sistemazione dei creditori.
IL SINDACATO - Uaw ha definito dolorose le concessioni fatte nel quadro dell’intesa con l’azienda, ma ha aggiunto che l’accordo approfitta della seconda possibilità offerta a Chrysler dall’amministrazione Obama. «L’accordo provvisorio raggiunto fornisce il quadro necessario a garantire la competitività della produzione e contribuisce a soddisfare i requisiti avanzati dal Tesoro» ha affermato in una nota il vice presidente Chrysler per le relazioni industriali Al Iacobelli. «Chrysler può perciò continuare a negoziare per la partnership con Fiat». Chrysler sopravvive grazie ai quattro miliardi concessi dal governo e potrebbe ricevere altri 500 milioni per tirare avanti fino a giovedì, giornata entro la quale dovrà produrre un piano di riassetto che soddisfi l’amministrazione Obama. Altrimenti il Tesoro chiuderà i rubinetti del credito e l’esito più probabile per la più piccola delle tre case di Detroit sarà la vendita fallimentare.
CASA BIANCA - Domenica il consigliere economico della Casa Bianca Larry Summers si è detto convinto che Chrysler possa evitare di portare i libri in tribunale. Tuttavia Tesoro, azienda e banche, le parti coinvolte nel negoziato sui termini dello scambio dei 6,9 miliardi di debiti, sembrano ancora distanti: il Tesoro dovrebbe presentare lunedì un’altra controfferta dopo quelle tutte bocciate dal pool di creditori. Il vice presidente di Uaw General Holliefield ha affermato che «gli iscritti e i pensionati del sindacato dovranno fare straordinari sacrifici per la sopravvivenza di Chrysler. Per garantire un futuro sostenibile alla società, tutti gli stakeholders dovranno mostrare la stessa volontà a contribuire al bene comune che è state dimostrata ripetutamente dai nostri iscritti». Il presidente di Canadian Auto Workers Ken Lewenza ha affermato che l’accordo raggiunto con i lavoratori canadesi rende il costo del lavoro competitivo rispetto a quello della Toyota canadese, non sindacalizzata. Consentirà a Chrysler di risparmiare circa 200 milioni di dollari l’anno, senza tagliare i salari base o le pensioni.
FONTE: corriere.it
domenica 26 aprile 2009
Crisi, le microimprese pagano il conto. La «secessione» del piccolo ceto medio

A Varese artigiani e banchieri del credito cooperativo hanno addirittura steso una «Carta dei Valori del territorio del Nord Ovest», un'area decisiva per lo sviluppo del Paese visto che ospita due cattedrali della modernità come la Fiera di Rho e l'aeroporto della Malpensa. Il documento assomiglia a un Manifesto del piccolo ceto medio, rende omaggio «al mercato» ma lo integra e lo «circonda» con una serie di principi di ispirazione comunitaria che rimandano alla «centralità della persona», alla «unità della famiglia», alla «ricerca della qualità» e al «metodo dell'ascolto». Fino a tessere l'elogio del volontariato. A Bergamo una dozzina di associazioni del mondo produttivo, comprese la Coldiretti e la Lega Coop, hanno creato un cartello per cercare di imporre un loro candidato alla testa della locale Camera di Commercio, tradizionale roccaforte degli industriali. Da Roma lo slogan scelto dalla Confartigianato per il reclutamento 2009 suona quasi apocalittico: «O il declino o noi». Intanto da mesi le banche di Credito Cooperativo continuano a guadagnare quote di mercato con tanto di riconoscimento sia della Banca d'Italia sia del ministro Giulio Tremonti. I piccoli banchieri sostengono di aver lavorato in funzione anti-ciclica, hanno aperto i rubinetti del credito quando la recessione ha cominciato a mordere e gli altri li chiudevano. E presentano tutto ciò come un modo diverso di fare banca secondo i principi della «simmetria informativa». Banchieri e imprenditori che dispongono delle stesse informazioni. Tutto il mondo dei piccoli è in fibrillazione. Le microimprese, gli artigiani, le partite Iva, i commercianti, i piccoli professionisti non vogliono più far tappezzeria. Si preparano a dar vita a una secessione sociale, vogliono staccarsi da una rappresentazione del Paese che non li convince, anzi li irrita. Come se la crisi avesse rotto i freni inibitori e le accuse all'establishment, che prima venivano sussurrate, oggi vengono gridate. Le loro associazioni, bianche o rosse che siano state nel Novecento, stanno così vivendo una nuova stagione di protagonismo: le iniziative in giro per l'Italia non si contano più e tutto questo ambaradan sta mettendo in mostra, tra l'altro, una nuova classe dirigente che non sembra aver paura di sfidare il mondo dei grandi interessi industriali o creditizi. La Primavera dei Piccoli non solo riguarda solo le loro terre d'elezione, a partire dal mitico Nord Est dove i registri delle Camere di Commercio segnalano un'impresa ogni otto persone vecchi e bambini compresi. Ma anche Urbino — solo per fare un esempio — dove è partita una spinta dal basso per una legge di iniziativa popolare a difesa del made in Italy con l'istituzione del marchio «100 per cento Italia» e persino a Roma, al IV municipio le associazioni di Via e i piccoli imprenditori presenti sul territorio si stanno mobilitando a difesa dei propri interessi. La verità è che la paura fa novanta e le varie Confcommercio o Cna hanno il fondato sospetto che alla fine a pagare il conto della crisi siano loro e solo loro, i piccoli. Così mentre nelle grandi organizzazioni, come la Confindustria, emergono dopo mesi di pessimismo le prime analisi sugli spiragli del post-crisi, a Varese i dirigenti della Confartigianato hanno chiamato a raccolta i giornali per suonare l'allarme e denunciare quella che chiamano «la forbice dei tassi». «La crisi del credito costa alle imprese 13,8 miliardi l'anno — hanno accusato — e la colpa è delle banche che non adeguano i tassi di mercato a quelli di riferimento della Bce». Secondo le cifre elaborate dagli artigiani, mentre i grand commis di Francoforte hanno ridotto il costo del denaro di 2,25%, il calo di cui si sono giovate le piccole imprese che si presentano allo sportello è misero: solo lo 0,77%. Il mancato ribasso costa a un'azienda del Nord Ovest in media 3.300 euro e per un artigiano far tornare i conti diventa un rompicapo. Spiega Pietro Lavazza della Confartigianato dell'Alto Milanese: «Se da noi si continua a fare impresa è perché ci siamo noi piccoli, altrimenti l'area attorno a Legnano, che pure in passato aveva ospitato grandi complessi industriali, diventerebbe una zona dormitorio dove la ricchezza viene consumata ma non viene prodotta». Concetti non dissimili vengono fuori dagli uomini della Confcommercio. «Attenti all'effetto banlieue» è il loro refrain. E anche in questo caso tornano in ballo i valori di un'italianità tradizionale ma non per questo arcaica. Argomenta Mariano Bella dell'ufficio studi: «I negozi continuano a chiudere e le nostre città rischiano di non somigliare più a se stesse ma per l'appunto alle banlieue parigine, quelle sempre sul filo della rivolta. Senza fruttivendoli, macellerie, panetterie avanza la desertificazione dei centri storici ma anche delle periferie. E se fino a poco tempo il commercio assorbiva occupazione dagli altri settori ora non è più così». I numeri che produce Bella sono impressionanti: nel solo 2008 hanno chiuso circa 40 mila esercizi, di cui almeno 7 mila tra alberghi e ristoranti. E la previsione, ma forse è il caso di dire la certezza, è che nel 2009 questo record negativo possa essere ampiamente superato. Si dirà: chiudono i piccoli negozi e arrivano (finalmente) i moderni supermercati. No, almeno al Nord — nel Mezzogiorno tutto è più lento — non è più così, «il travaso dal piccolo al grande sta per finire» e quindi il commercio non svolge già più quel ruolo di tampone occupazionale che ha svolto in passato contribuendo, tra l'altro, alla regolarizzazione di un buon numero di immigrati. Se i piccoli commercianti hanno i capelli dritti anche le imprese manifatturiere di piccola dimensione sono in ambasce. Lo dimostra, tra gli altri, uno studio della Dun & Bradstreet, una società americana che ogni anno analizza le imprese italiane studiando bilanci e andamento dei loro affari. Il loro è un bollettino di guerra: nella fascia delle aziende con meno di 250 dipendenti e un fatturato inferiore ai 50 milioni di euro rischiano di chiudere o fallire oltre al 6% dei negozi, anche il 7% delle industrie manifatturiere, il 9% delle aziende di trasporto e addirittura il 12% delle imprese edili. Spiega Paolo Engheben, amministratore delegato della D&B, che «in Italia è sempre più difficile ricevere i pagamenti in orario e non solo quelli che riguardano la pubblica amministrazione. Le imprese sia grandi sia medie onorano i contratti ben oltre la scadenze delle fatture e nell'ultimo trimestre del 2008 per i ricevere i propri soldi le piccole hanno dovuto aspettare anche più di 200 giorni».
FONTE: corriere.it
sabato 25 aprile 2009
Autostrade, dal 1 maggio via agli aumenti dopo la moratoria

venerdì 24 aprile 2009
Fonti industriali tedesche: «In corso colloqui tra Fiat e Opel»

giovedì 23 aprile 2009
Bankitalia: «Dal 1993 a oggi più poveri impiegati e operai»
Dire che la povertà e il divario sociale sono cresciuti negli ultimi anni non è corretto, anche se la percentuale di chi ha strutturalmente grosse difficoltà a sbarcare il lunario nel nostro paese, purtroppo, era e resta elevata. Quello che invece si può affermare, cifre alla mano, è che c'è stato un travaso di reddito "orizzontale" fra categorie sociali : autonomi, dirigenti e pensionati hanno visto salire i loro redditi e invece fra operai e impiegati è cresciuto il numero di chi è povero. A spiegare il come e il perchè di questa avvenuta redistribuzione sociale, consumatasi, essenzialmente, alla metà degli anni '90, è stato un dirigente del servizio studi della Banca d'Italia, Andrea Brandolini, durante un'audizione alla commissione Lavoro del Senato. Tra il 1993 e il 2006 il reddito disponibile equivalente (espresso in termini reali con il deflattore dei consumi delle famiglie) è cresciuto dell'1,2% l'anno, ma per le famiglie degli autonomi la crescita è stata del 2,6%, per i dirigenti (pubblici e privati) dell'1,5% e per i pensionati dell'1,6%. Aumenti molto più contenuti si sono verificati invece per operai (+0,6%) e soprattutto impiegati (+0,3%) fra i quali vanno compresi anche i quadri intermedi, gli impiegati direttivi e gli insegnanti. Come risultato la percentuale dei poveri (coloro che percepiscono un reddito inferiore al 60% di quello medio) appartenenti a queste due classi sociali è salita dal 27 al 31% fra gli operai e dal 7 all'8% fra gli impiegati mentre è scesa fra gli autonomi. Non tutte le cifre fornite da Bankitalia arrivano, peraltro, ai giorni nostri, perché i dati che permettono i confronti sulla ricchezza si fermano al 2006. Mancano, quindi, gli effetti redistributivi indotti dalla crisi finanziaria iniziata nell'agosto del 2007: quella ricchezza bruciata in borsa e quelle stock option azzerate che si potrebbero riassumere con il titolo di una famosissima telenovela degli anni 80, "Anche i ricchi piangono". Ma sul piano della lotta alla povertà vera e propria, da Bankitalia è invece arrivato un caveat: in una fase di recessione come l'attuale, rischiano molto quelle famiglie in cui tutti gli occupati hanno impieghi atipici o a termine. mercoledì 22 aprile 2009
Borsa, l'Europa chiude in rialzo trainata dalle trimestrali Usa

martedì 21 aprile 2009
L'inflazione in Italia (+1,2%) tocca i minimi dal 1969
A marzo l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (Nic) segna un aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente, mentre su base tendenziale la crescita è dell'1,2% (+1,6% a febbraio), la più bassa dal febbraio 1969, precisa l'Istat, quando si registrò il medesimo valore. Una spinta all'inflazione si deve agli aumenti dei prezzi dei tabacchi. Per i prodotti più acquistati (indice Foi, calcola i consumi delle famiglie che fanno capo a un lavoratore dipendente) i valori si discostano di poco: +0,1% congiunturale e +1,1% tendenziale.L'indice armonizzato Ipca (comparabile a livello europeo) è aumentato dell'1,2% su mese e ha registrato un aumento dell'1,1% su anno (1,5% a febbraio), record dal 1996. Entrambi i valori sono stati ritoccati al rialzo dello 0,1% rispetto alla precedente stima. Infine, l'inflazione di fondo è cresciuta dell'1,9% (+2,2% a febbraio); l'inflazione al netto dei prodotti energetici si è attestata al +1,8% (+2,2% a febbraio). «Il deciso rallentamento dell'inflazione a marzo, risente - spiega l'Istituto nazionale di Statistica - del netto ridimensionamento della crescita tendenziale dei prezzi sia nel comparto dei beni (+0,8% contro l'1,2% di febbraio) sia in quello dei servizi (dal 2,2% di febbraio all'1,7%)». In particolare, dopo gli aumenti registrati nel mese precedente, a marzo i prezzi dei beni energetici tornano a far segnare «un marcato calo sul piano congiunturale, che ne accentua la diminuzione su base tendenziale». In rallentamento risulta anche il tasso tendenziale di crescita dei prezzi del comparto alimentare, i quali tuttavia continuano, anche a marzo, a registrare aumenti su base mensile. Con riferimento ai capitoli di spesa, gli incrementi congiunturali più rilevanti hanno interessato i prezzi delle bevande alcoliche e tabacchi (+1%), degli Altri beni e servizi (0,3%) e dell'Abbigliamento e calzature (0,2%). Diminuzioni congiunturali (sul mese precedente) si sono registrate per i prezzi dei Trasporti (-0,4%), della Ricreazione spettacoli e cultura (-0,2%) e dell'Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (-0,1%). Sul piano tendenziale, i maggiori tassi di crescita si sono registrati per i capitoli delle bevande alcoliche e tabacchi (+5,2%), dell'Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+3,4%) e dei prodotti alimentari e bevande alcoliche (+3%). Variazioni su base annua negative si sono avute invece nei capitoli Trasporti (-3,4%) e delle Comunicazioni (-1,9%). La scomposizione del tasso tendenziale di crescita dell'indice generale nei contributi imputabili ai diversi capitoli evidenzia che, nell'ultimo mese, il contributo maggiore è attribuibile al capitolo degli Alimentari e bevande alcoliche, che assieme a quello dell'Abitazione, spiega il 69% del tasso di inflazione. Nell'ambito delle 20 città capoluogo di regione, gli aumenti tendenziali più elevati dell'indice Nic si sono verificati nelle città di Napoli (+2,1%), Trieste, Genova (+1,5 per cento per entrambe); quelli più moderati hanno riguardato Aosta (+0,2%), Trento (più 0,4%), Venezia, Palermo e Cagliari (+0,6 per cento per tutte e tre).lunedì 20 aprile 2009
Antitrust, le carte prepagate sono troppo care. Il futuro è nel cellulare

domenica 19 aprile 2009
Euribor a un mese all'1%
sabato 18 aprile 2009
Commercio estero: Cgia, saldo +71,5 mld grazie alle pmi

venerdì 17 aprile 2009
Fotovoltaico, pannelli invenduti e guerra dei prezzi

giovedì 16 aprile 2009
Pepsi fa causa a Coca-Cola: battaglia sulle bevande sportive

mercoledì 15 aprile 2009
Università, verso la scelta: meno finanza, più economia

martedì 14 aprile 2009
Elettricità, arriva il "Trova Offerte" per scoprire se conviene davvero cambiare gestore

Dalla più conveniente a quella a vantaggio zero - L'elenco delle offerte che appare è in rigoroso ordine di convenienza, dall'offerta meno costosa alla più cara. Così si può scoprire con un colpo d'occhio se il risparmio c'è oppure no, e se c'è quanto vale in euro all'anno. Un confronto facile e soprattutto utile, perchè si può anche avere la sopresa che quell'offerta così ben pubblicizzata e che sembrava così vantaggiosa, alla fine non fa risparmiare per niente. E volendo approfondire - hai visto mai fosse sfuggito qualcosa - basta cliccare sulla freccia rossa per avere tutti i dettagli voce per voce della proposta, compresi eventuali optional, come partecipazione a raccolte punti, benefit o omaggi di benevenuto, oppure altre opzioni che magari possono rendere comunque conveniente il cambio di fornitore, al di là del risparmio imemdiato.
I gestori che aderiscono - Oggi è possibile confrontare in questo modo le prooste di dodici operatori: A.B. Energie Srl, AGSM Energia SpA, A2A, Edison Energia SpA, Enel Energia SpA, Eni SpA div. gas&power, Flyenergia SpA, Hera Comm Srl, Iride Spa, Sorgenia SpA, Italcogim Energia SpA, Trenta SpA. Ciascun gestore, peraltro, presenta più di un'offerta. Le informazioni sulle caratteristiche di ciascuna offerta vengono inserite dagli stessi operatori sotto la propria piena responsabilità. L'Autorità per l'energia da parte sua ha la facoltà di adottare misure di controllo o verifica e provvedimenti in caso di anomalie o reclami da parte dei consumatori.
Per tutti i dubbi anche un numero verde - E se poi si hanno ancora dei dubbi è sempre a disposizione il numero verde 800.166.654 per rispondere ai quesiti sulle novità della liberalizzazione, - attivo dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 18. Si possono inoltre consultare la guida Energia Semplice, le faq e la Finestra del consumatore sul sito dell'Autorità.
FONTE: repubblica.it


