domenica 31 maggio 2009

Il fotovoltaico è meglio dei Btp: ecco perché

Bolletta  azzerata e incentivi del Conto energia: grazie a queste due voci una famiglia media può guadagnare ogni anno più di mille euro e risparmiarne altri 500. Come nel caso-tipo della famiglia Zardi di Casatenovo (Lecco), la cui passione per il risparmio energetico è stata raccontata il 26 maggio nel Rapporto Sviluppo sostenibile, allegato al Sole 24 Ore.  Come ha mostrato, dati alla mano, il "capofamiglia" Luciano Zardi, ingegnere informatico, per l'esattezza negli ultimi 12 mesi il risparmio sulla bolletta è stato di 543 euro, a cui si sono aggiunti 1.329 euro ricevuti per il Conto energia. Totale: 1873 euro.  Di questo passo i 16.306 euro dell'investimento iniziale per l'impianto da 2,45 kWp si recuperano in meno di nove anni. In vent'anni, a questi ritmi, il guadagno al netto dell'investimento sarà di poco superiore ai 21mila euro.  La passione per il fotovoltaico non è isolata: nonostante la contrazione dei consumi e degli investimenti che stiamo vivendo, il numero di famiglie italiane che stanno spendendo 14mila-20mila euro per un impianto fotovoltaico è in forte ascesa. L'occasione è ghiotta (il sistema di incentivi per il fotovoltaico è il migliore d'Europa); tra Conto energia e scambio sul posto, l'investimento rende più dei BoT e dei Btp (tema anticipato dal Sole 24 Ore Rapporti del 3 febbraio, poi pubblicato sul sito del Sole 24 Ore e linkato in 1.130 altri siti italiani). Per dimostrare questa tesi, Il Sole 24 Ore si è avvalso dello studioEnergy & strategy group del Politecnico di Milano (la ricerca è scaricabile previa registrazione) e della consulenza della società Ecoclima di Besana Brianza, che ha fornito preventivi-tipo per costruire il conto economico. La simulazione, naturalmente, è al netto di discorsi come la convenienza di investire su una casa dalla quale, dopo l'installazione, per 25 anni conviene non traslocare, o come alcuni ritardi denunciati negli ultimi mesi sull'allacciamento alla rete generale, per immettere l'energia prodotta in surplus e rivenderla a tariffa iper-agevolata.
Partiamo dall'indice più significativo: il tasso interno di rendimento (Tir o Irr, tasso annuale di ritorno effettivo che un investimento genera). Quello medio di un impianto fotovoltaico residenziale integrato architettonicamente è del 9 per cento. Vale a dire il doppio del rendimento dei Btp con scadenza nel 2034 (25 anni da oggi, una durata pari alla vita media di un impianto): quelli dell'asta del 19 maggio garantivano il 4,6% netto (il 5,25% lordo). Secondo la simulazione effettuata dalla Ecoclimaun impianto da 14mila euro Iva inclusa, dalla potenza di 2,1 kW, in Italia centrale e con integrazione architettonica parziale, garantisce un introito di 1.793 euro all'anno (1.264 da Conto energia e 529 da scambio sul posto).
Ma la redditività e il tempo di "pay back" dipendono da tanti fattori: gli impianti sono tanto più convenienti quanto più sono integrati architettonicamente e di potenza ridotta. Inoltre i sistemi piccoli sono favoriti dal fisco, perché al di sotto dei 20 kW, almeno se destinati alle famiglie, non sono soggetti a Iva e alle altre forme di tassazione. Conta molto anche la zona geografica. Favoriti, a causa del maggiore irraggiamento solare, sono ovviamente il Sud e la Sicilia in particolare. 
Per farsi un'idea precisa del ritorno dell'investimento un utile strumento è un simulatore messo a punto da Alessandro Caffarelli, ingegnere considerato uno degli esperti maggiore nel settore, disponibile sul sito www.ingalessandrocaffarelli.it. Un analogo strumento si trova sul sito di Enel Si. Dietro il successo e i numeri del fotovoltaico ci sono i generosi incentivi italiani. Si tratta del Conto energia, che remunera per 20 anni l'energia prodotta, e dello scambio sul posto, che permette di non pagare la bolletta per l'energia consumata. Gli incentivi, va ricordato, non sono destinati a durare in eterno, visto che il Conto energia starà in piedi, salvo ravvedimenti, solo fino al raggiungimento della soglia dei 1.200 MW di potenza installata in Italia (il che potrebbe avvenire entro il 2010-2011). Il crollo delle installazioni in Spagna dopo la riduzione degli incentivi indica chiaramente che la sola sensibilità ambientale non basta.

FONTE: Laura La Posta e Fabrizio Patti (ilsole24ore.it)

venerdì 29 maggio 2009

Inflazione ai minimi dal 1968. Prezzi fermi nell' Eurozona


Scende ai minimi toccati oltre 40 anni fa l'inflazione. A maggio l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività ha segnato una variazione, rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, di +0,9%, la più bassa dal novembre del 1968 quando la variazione fu di +0,7%. La variazione, rispetto ad aprile, è invece dello 0,2%. Lo comunica l'Istat, sottolineando che si tratta di stime preliminari. L'inflazione di fondo è pari a +1,9%, mentre l'acquisito è pari +0,7%. L'inflazione, a maggio, crolla anche nell'Eurozona. I prezzi al consumo sono rimasti fermi rispetto al mese precedente, secondo la prima stima pubblicata oggi da Eurostat. Nel mese di aprile l'inflazione era allo 0,6%.


FONTE: ilsole24ore.it

giovedì 28 maggio 2009

A Roma Enel firma accordo con Egitto


Favorire il decollo delle infrastrutture energetiche africane, ma all'insegna della pulizia e dell'efficienza. Un dovere ma anche un buon affare per noi. All'Enel ne sono convinti. Tant'è che ieri, in occasione del G8 energia i corso a Roma, hanno firmato con l'Egyptian Electricity Holding Company, l'ente elettrico di stato egiziano, un memorandum di intesa per implementare nelle centrali elettriche egiziane, quelle vecchie e quelle nuove che si costruiranno, tecnologie produttive a più elevata efficienza.Enel - si legge in una nota - "fornirà inoltre ad Eehc know how tecnologico ottimizzando il funzionamento degli impianti di generazione alimentati a gas, introducendo più avanzati sistemi di manutenzione e nuovi programmi di addestramento del personale tecnico". Pulizia ma anche un impulso alle fonti verdi, che in Africa possono dare davvero molto. "Particolare attenzione _ spiega l'Enel _ sarà inoltre dedicata all'introduzione di sistemi di generazione da fonte rinnovabile, soprattutto con riferimento alle potenzialità di sviluppo della fonte solare a concentrazione". "L'accordo - spiega l'amministratore delegato dell'Enel, Fulvio Conti - mira a creare un rapporto diretto in un mercato promettente" in cui Enel ha già solide collaborazioni.Enel insieme a Total ha di recente vinto la concessione per l'esplorazione del blocco 4 nell'off-shore antistante il Delta del Nilo e prosegue la collaborazione con Egas per lo sviluppo di progetti nel gnl (il gas naturale liquefatto da trasportare via nave e rigassificare a destinazione) con base al memorandum del 2008.«È importante che i governi accompagnino lo sforzo compiuto dalle aziende energetiche mettendo a punto incentivi per lo sviluppo di quelle tecnologie innovative che oggi non hanno ancora raggiunto un sufficiente grado di economicità» rimarca intanto il presidente dell'Enel, Piero Gnudi, nella sua veste di presidente dell'E8, l'associazione dei principali produttori di energia elettrica del mondo.


FONTE: F.Re. (ilsole24ore.it)

mercoledì 27 maggio 2009

Risparmio energetico, la casa a bolletta zero non è un sogno


L'articolo è pubblicato sul rapporto "Sviluppo sostenibile" in edicola martedì 26 maggio insieme al «Sole 24 Ore». Nell'inserto anche un focus sull'energia solare: dal mercato agli incentivi, dalle nuove tecnologie alla convenienza economica per famiglie e imprese.

L'era delle "case colabrodo" sta rapidamente chiudendosi. Oggi, in tutto il mondo, si stima che il 40% delle emissioni di gas serra provengano dagli edifici, e la climatizzazione, insieme a illuminazione e gestione degli elettrodomestici, sono tra le attività più energivore e meno ottimizzate, fonti di salate bollette per i cittadini, destinate con ogni probabilità a crescere nei prossimi anni. Ed è quantomai probabile che, dal 2019 in avanti, su proposta del Parlamento europeo, tutti i nuovi edifici dovranno essere a zero emissioni.
Eppure case di questo genere, persino a bolletta zero, non sono un sogno. Lo testimoniano non solo progetti e studi in corso in tutto il mondo ma anche prime realtà sperimentali. Come la Leaf House del marchigiano Gruppo Loccioni, che ha appena completato i suoi primi tre mesi di test sul campo, con 1.500 visitatori-abitanti. La Leaf House, con sei appartamenti, è innanzitutto una struttura ad architettura tradizionale, derivata dalle case coloniche marchigiane. Secondo molte delle prescrizioni della bio-architettura, fondate sull'inserimento ottimale nell'ambiente, l'uso di tecniche e materiali costruttivi consolidati nei millenni. Una sapere millenario che oggi torna, prepotentemente, di attualità. Orientamento solare verso Sud, sfruttamento del sole invernale ma protezione da quello estivo, posizionamento delle finestre per la ventilazione naturale. E soprattutto accurato isolamento termico, sia del tetto che delle pareti, con eliminazione di possibili "ponti termici" (come travi di ferro per i balconi) nocivi.
Questo l'involucro di base, su cui si innesta la tecnologia più avanzata. A partire dai pannelli fotovoltaici (115) per alimentare i sei appartamenti e la pompa di calore connessa da un lato ai pannelli radianti e dall'altro a due pozzi geotermici di geoscambio che sfruttano la temperatura costante dell'acqua di falda. Il sistema, secondo stime sui primi 90 giorni di attività, risparmia all'anno 4mila euro di riscaldamento e 1.400 di condizionamento. E l'elettricità rinnovabile frutta altri 2.100 euro a bolletta zero.
I sette pannelli termici poi riforniscono di acqua calda sanitaria i sei appartamenti, altri 700 euro risparmiati. Compresi gli elettrodomestici (speciali whirlpool super ottimizzati) si arriva a una stima complessiva di 8.500 euro/annui di risparmio, con valori energetici per metro quadro di 18 chilowattora, contro 37 di una pari casa tradizionale.
Ovvio: Leaf House per ora è un esercizio di tecnologia, ancora costoso. Basti pensare ai 1.200 sensori che gestiscono la ventilazione e l'illuminazione in modo controllato. Ma anche senza la sua sofisticazione domotica basta valutare il risparmio derivante dal solo isolamento termico dell'edificio e dalla pompa di calore alimentata via fotovoltaico: ben 1.686 euro in tre mesi, e 12 tonnellate di Co2 non emesse, pari a 90 campi di tennis di foresta. Sono cifre significative anche per interventi parziali su un patrimonio immobiliare italiano, in buona parte realizzato nei "dispendiosi" anni Cinquanta-Sessanta, che è oggi un giacimento di risparmio energetico, e di minori costi per i cittadini, ancora tutto da valutare.

FONTE: Giuseppe Caravita (ilsole24ore.com)

martedì 26 maggio 2009

Istat: una famiglia su 5 ha difficoltà economiche


Famiglie in difficoltà, Sud in affanno sul fronte dell'occupazione, calo dell'export. Lo rileva il Rapporto annuale Istat presentato oggi nella Sala della Regina di Montecitorio. La presentazione è trasmessa in diretta sul sito del Sole 24 Ore. 
Una famiglia su 5 è in difficoltà.Una famiglia su cinque ha difficoltà economiche crescenti e il 6,3% addirittura non riesce ad arrivare a fine mese. Secondo l'Istituto di statistica, il 22% circa delle famiglie italiane è vulnerabile mentre il 41,5% si può definire «agiato». L'Istat spiega che del 22% di chi ha problemi circa 2 milioni e mezzo di famiglie (il 10,4%) segnalano difficoltà economiche più o meno gravi e risultano potenzialmente vulnerabili soprattutto a causa di forti vincoli di bilancio. Spesso non riescono a effettuare risparmi e nella maggioranza dei casi non hanno risorse per affrontare una spesa imprevista di 700 euro. Sono la Sicilia (20,1% e la Calabria 17,1% le regioni dove è maggiore la frequenza di questo gruppo. La crisi economica globale può essere un'occasione per riflettere sugli errori commessi, ha commentato il presidente dell'Istat, Luigi Biggeri. «Il focolaio di infezione - ha detto Biggeri - si é inserito in un più ampio contesto di fragilità del sistema finanziario e, soprattutto, economico del Paese: va però detto che le condizioni perché esso potesse propagarsi rapidamente si erano gradualmente accumulate nel tempo». 
Occupazione, Sud in affanno. Le condizioni del mercato del lavoro in Italia «peggiorano a causa della crisi in atto». Per la prima volta dal 1995, infatti, la crescita degli occupati nel 2008, che sono aumentati di 183 mila unità rispetto al 2007, è risultata inferiore a quella dei disoccupati, saliti di 186 mila unità sempre rispetto all'anno prima. Il mercato del lavoro evidenzia ancora un divario strutturale tra il Nord e il Sud del Paese, ma anche nel Mezzogiorno ci sono territori in controtendenza. L'analisi del mercato del lavoro, pur «nel quadro strutturale dell'accentuato divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno», spiega il rapporto Istat, mette in evidenza «alcune aree in difficoltà nelle ripartizioni centro-settentrionali» che nel complesso sono invece caratterizzate da buone condizioni occupazionali particolarmente positive in Umbria e Toscana, e per contro «aree forti al Sud e nelle Isole», dove invece il quadro generale è critico. Ci sono sistemi costieri della Sardegna e dell'Abruzzo si caratterizzano per tassi di occupazione medio-alti (superiori alla media del Centro-Nord nel caso di Olbia e la Maddalena: 50,7%) e tassi di disoccupazione contenuti (inferiori alla media Italia o a quella della ripartizione di riferimento: rispettivamente 6,7% e 12,1%). Per contro le situazioni più critiche sono localizzate in Calabria e Sicilia.
Anche gli immigrati fanno i conti con la crisi. Accanto al disoccupato italiano spunta, infatti, anche la figura di quello straniero che è uomo ed ha un'età compresa fra i 40 e i 49 anni. Venuti in Italia con la speranza di trovare un posto di lavoro, gli immigrati devono come tutti, fare i conti con la crisi economica. Secondo il Rapporto nel 2008, erano 162mila le persone con cittadinanza straniera in cerca di lavoro, 26mila in più rispetto all'anno precedente. Nel quarto trimestre 2008 la quota stranieri disoccupati arriva a superare il 10% del totale dei senza lavoro. Il fenomeno, eccetto l'area del Nord-Ovest, interessa tutto il territorio nazionale. 

FONTE: ilsole24ore.it

lunedì 25 maggio 2009

Per un prestito personale anche il 15%


Dal Taeg (tasso effettivo globale) ai contratti, ecco come confrontare le offerte

Con le mini-rate la differenza è spesso di pochi euro. Verrebbe da dire spic cioli. Ma lo sapevate — e magari lo state fa cendo — che per finanziare l’acquisto di un televisore nuovo si paga anche il 15,6% di in teresse con Neos Banca? Verrebbe da dire ec cessivo. Facciamo un passo indietro: banche e società di prestito al consumo devono gua dagnare. È il loro lavoro. Non ci piove. Ma il dubbio rimane lecito e in alcuni casi senza ri sposta: come si passa dal tasso di finanzia mento base della Banca centrale europea pari all’1%, un indicatore di quanto costi il denaro alle banche, a interessi a due cifre incassati per delle tv dagli istituti ma anche, più sem plicemente, ai mutui sulla prima casa che su perano il 6%? Quella dei tassi d’interesse atti vi, cioè pagati dalle famiglie italiane per i ser vizi, è da sempre la giungla per eccellenza. Fi no a pochi anni fa si dovevano consumare suola delle scarpe e giornate preziose per ca pire quale fosse l’offerta migliore. Ora alme no c’è Internet. E, certo, l’introduzione del Ta eg, il tasso effettivo annuo che 'svela' anche i costi nascosti, ha aiutato a non cadere nei tra nelli del Tan, il tasso nominale. Basta far scor rere il dito sulle rilevazioni trimestrali dell’As sofin, l’associazione delle finanziarie per il prestito al consumo, per rendersene conto. Qualche esempio? Il Tan della Deutsche Bank Prestitempo per un prestito di 5 mila euro fi­nalizzato all’acquisto della moto nel primo tri mestre dell’anno è del 7,83%. Il Taeg sale al 10,27%. Il 2,5% circa di differenza. Non poco. Ma anche passando alle banche italiane la sto ria non cambia: il Tan dell’Unicredit Family Financing Bank per un prestito di 700 euro per acquistare elettronica di consumo è il 9,44%. Il Taeg addirittura di 5 punti percen tuali in più (il 14,56%) anche a causa delle spese del Rid.

Inutile quindi sottolineare che la prima co sa da fare è sempre pretendere con chiarezza il Taeg. La legge obbliga le banche a comuni carlo. Ma non sempre è in primo piano. Per l’acquisto dell’auto nuova i tassi tendono a scendere per effetto del maggior importo del finanziamento e della scadenza del rimborso più lunga. Per una spesa di 12 mila euro da rimborsare in 48 mesi vale la pena «consuma re » un po’ di suola scarpinando sul web: le offerte possono variare anche di molto. Si va dal 7,92 di Taeg di B@nca 24-7 al 10,07 di Bmw Financial Services Italia. La differenza di rata è di quasi 12 euro. Non da farsi venire il mal di testa. Ma bisogna considerare che per definizione il prestito al consumo si som ma ad altri prestiti come il mutuo.

Insomma, anche considerando le spese del le strutture, i costi da sostenere, i rischi per le finanziarie di inciampare nell’insolvenza del le famiglie (un’auto si può pignorare, ma con un frigorifero o una protesi dentaria è un’al tra cosa...) resta il dubbio che la forbice tra i tassi potrebbe essere tagliata. Per i mutui il ragionamento è simile. Proprio ieri l’Euribor a tre mesi su cui vengono indicizzati i mutui per l’acquisto delle case ha toccato il nuovo minimo storico: l’1,237%. Il Taeg rilevato da Bankitalia è del 5,56% considerando fissi e va riabili (che in questo momento sono molto bassi). Anche qui Internet. Basta mettere i pa rametri su www.mutuionline.it per ottenere un confronto di offerte immediate. Per un prestito quindicinale di 125 mila euro, prima casa, immobile del valore di 200 mila (un pu ro esempio), si passa dal Taeg fisso di Che Banca! (5,3%) al 6,12% di Unicredit Family.

D’altra parte, anche se su un piano diverso, l’ex ministro pd Pierluigi Bersani con le sue famose «lenzuolate» sulle liberalizzazioni ave va tentato di riequilibrare tassi attivi e passivi delle banche per superare quella che in econo mia si chiama vischiosità dei prezzi e che al tro non è che la ritrosia di banche e aziende ad adeguare il costo dei servizi per le famiglie quando scendono i loro costi, come succede per i benzinai con il petrolio. A quel tempo lo scontro si era consumato con l’Abi, l’associa zione delle banche. E alla fine del percorso le gislativo era rimasta ben poca cosa dello spiri to di quel riequilibrio. «I tassi d’interesse so no troppo alti — è tranchant come sempre Elio Lannutti, dell’Adusbef, che da ex banca rio ora guida la battaglia dei consumatori con tro le banche —. I banchieri sono tartarughe, non adeguano i tassi. E non è vero che quelli italiani sono i meno cari d’Europa. I margini per una riduzione ci sono. Consigli? Per i mu tui sulla la prima casa continuiamo a dire che bisogna scegliere un tasso fisso per evitare che succeda quello che è già accaduto negli ultimi anni quando le famiglie hanno firmato mutui a tasso variabile e la rata è poi esplosa mettendole in difficoltà. Certo: a fronte del l’ 1% della Bce ci sono tassi vicini al 6% come quelli di Banca Sella. Noi non vogliamo lan ciare accuse infondate però le banche, se vo gliono ricostruire un rapporto di fiducia con i clienti che si è andato deteriorando, devono fare di più. La fiducia va sudata».

FNTE: Massimo Sideri (corriere.it)

domenica 24 maggio 2009

Dalle Alpi alle Piramidi, una funicolare italiana contro il traffico del Cairo


Dalle Alpi alle Piramidi, mai come questa volta. Approda infatti al Cairo il "minimetro" sperimentato sulle funivie alpine e poi portato anche in città. L'aeroporto della capitale egiziana sarà collegato con il centro cittadino da un sistema di venticinque cabine da trenta persone ciascuna in parte sospese: un sistema già messo a punto a Perugia, dove per tre chilometri ci si può spostare fino al centro, attraverso sette stazioni. La commessa egiziana vale sessanta milioni di euro per la Leitner di Vipiteno, azienda leader negli impianti di trasporto a fune - cabinovie, funivie e teleferiche – che fattura 535 milioni di euro. Per decongestionare il traffico delle città, questi altoatesini hanno pensato di spostare i movimenti verso l'alto. Qual è una delle città più paralizzate del mondo, se non Il Cairo? E che dire di New York? Entro quest'anno Manhattan e Staten Island saranno collegate con una cabinovia classica per 160 persone in andata e ritorno. «Ne siamo orgogliosi, ma non potevamo costruirla che noi» commenta compiaciuto Michael Seeber, azionista di maggioranza e presidente della Leitner. E cita il curriculum aziendale. In primo luogo, l'impianto più lungo del mondo per il trasporto di persone, sette chilometri fra l'aeroporto di Hong Kong e una collina sull'isola di Ngong Ping, dove si trova una delle più grandi statue di Buddha dell'intero Oriente. In Colombia, a Medellin, 19 milioni di persone si spostano ogni anno al di sopra del suolo, sempre con una funivia altoatesina. In Corea sono in funzione altri sette impianti della Leitner. Visto che all'estero realizza l'82% del fatturato, l'azienda all'inizio del 2009 ha aperto tre stabilimenti in Austria, Stati Uniti e India, con un investimento di trenta milioni di euro; in particolare, in India sta per essere inaugurata una fabbrica di otto ettari che costruirà generatori eolici. E la crisi economica? «Proprio nei momenti difficili bisogna guardare avanti - dice Seeber - Nell'ultimo anno abbiamo assunto 168 persone, destinato sedici milioni all'innovazione e messo a punto il più grande battipista del mondo». A questo punto i dipendenti complessivi del gruppo sono duemila. Di strada ne è stata fatta dal 1888, quando il meccanico Gabriel Leitner aprì un'officina per macchine agricole, teleferiche per il trasporto di materiali e turbine idrauliche. Dopo l'ultima guerra, l'azienda si dedicò anche al trasporto delle persone. Oggi progetta e installa in tutto il mondo impianti a fune di ogni tipo, e il fiore all'occhiello è il "minimetro", un sistema automatizzato di trasporto passeggeri su tratti medio-brevi che sta avendo successo nei centri urbani. Un altro esempio è quello della funicolare di Innsbruck, che parte dal centro città, a ridosso dell'area congressuale, per arrivare in meno di mezz'ora a 2300 metri di altitudine: un progetto firmato da Zaha Hadid. «Con il centro produttivo di Telfs, vicino a Innsbruck, ci potenzieremo in tutta l'Europa centrale. Da questa sede ci attendiamo un fatturato di novanta milioni» conclude Seeber.

FONTE: ilmessaggero.it

sabato 23 maggio 2009

Spagna, il Pil cala a livello record


Il Pil spagnolo ha registrato un calo del 3% nel primo trimestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, stando ai dati definitivi resi pubblici oggi dall'Istituto nazionale statistiche Ine di Madrid.  Il calo è stato dell'1,9% rispetto al trimestre precedente. Sono i dati peggiori registrati in Spagna dall'inizio della serie statistica Ine, nel 1970. Si tratta della contrazione più consistente del Pil registrata dal 1959. La Spagna è in recessione dall'autunno del 2008, dopo oltre un decennio di euforia economica.

FONTE: ilsole24ore.it

venerdì 22 maggio 2009

Commercio: vendite al dettaglio +0,1% su mese


A marzo l'indice destagionalizzato del valore del totale delle vendite al dettaglio ha segnato una variazione positiva di +0,1% rispetto a febbraio, mentre a livello tendenziale, nel confronto con marzo 2008, il valore delle vendite del commercio fisso al dettaglio ha presentato una diminuzione del 5,2%. Lo comunica l'Istat chiarendo che la variazione tendenziale è sintesi di variazioni negative del 5,6% delle vendite di prodotti alimentari e del 5,1% delle vendite di prodotti non alimentari. Per quanto riguarda le variazioni congiunturali, il valore delle vendite di prodotti alimentari ha registrato una variazione negativa dello 0,1%, mentre quello delle vendite di prodotti non alimentari un incremento dell0 0,2%.


FONTE: ilsole24ore.it

mercoledì 20 maggio 2009

Il sistema idrico fa acqua. Sprecati 2,6 mld di m³ all'anno


Gli acquedotti italiani fanno letteralmente acqua. Il tasso medio di H2O perduta e rubata è del 30% sul totale. Bazzano (Federutility): «Bisogna alzare le tariffe per permettere gli investimenti». Attanasio (Kpmg): «Consolidare i gestori e norme più certe nel settore». Lembo (Contratto mondiale per l'acqua): «L'acqua non è una merce. Puntare sulla fiscalità dello Stato».


Goccia dopo goccia. Anzi, sarebbe meglio dire: "ondata dopo ondata". E sì, perché quello che sparisce ogni anno dagli acquedotti italiani è un vero e proprio fiume d' acqua. Circa 2,61 miliardi i metri cubi di H2O che, annualmente, il sistema idrico italiano lascia per strada. Meglio...per i propri tubi. Il tutto a causa di perdite fisiche o per mano dei soliti ignoti che rubano acqua.Una massa liquida notevole che si desume dai numeri del Co.Vi.Ri, il Comitato per la Vigilanza sull'uso delle Risorse idriche. Secondo il comitato istituito presso il ministero dell'Ambiente, contattato dal Sole24Ore.com, la quantità di acqua immessa nel sistema idrico nel 2008, riferita a 36,5 milioni di abitanti, è di 5,308 miliardi di m3. Questo dato parametrato sugli attuali 60 milioni di abitanti, così come indicato dallo stesso Co.Vi.Ri, implica una valore di 8,72 miliardi di m3 del prezioso liquido immessi nei tubi. Tenuto conto che la percentuale media di perdite del sistema idrico italiano è del 30% ecco, allora, che si giunge al valore di 2,61 miliardi di m3. Milioni di euro buttati...Una cifra assolutamente attendibile, come conferma lo stesso Co.Vi.Ri., che ovviamente significa anche un'immediata, e diretta, perdita economica. Le società di gestione degli acquedotti, infatti, tirano fuori dei soldi per fornire l'energia elettrica e i servizi al fine di immettere l'acqua nelle condutture. Un'attività che, secondo Federutility, equivale al 10% dei costi industriali sostenuti per ogni metro cubo d'acqua. Costi, quest'ultimi, che in media si attestano in Italia sui 0,87 euro.Tirando le somme, i 2,61 miliardi di m3 di acqua perduta significano circa 226 milioni di euro buttati via ogni anno. Soldi sprecati. Il che, in un momento di dura crisi come l'attuale, non è un bel vedere. E non basta.


FONTE: Vittorio Carlini (ilsole24ore.com)

martedì 19 maggio 2009

Fs, al via il macchinista unico. Entro l'anno 900 nuovi assunti


La novità dovrebbe essere introdotta in concomitanza con il nuovo orario estivo. L'Orsa non ha firmato


MILANO - Macchinista unico (e non più due) alla guida di tutti i treni delle Fs a partire dal 14 giugno prossimo; almeno 900 nuove assunzioni nel gruppo Ferrovie nel 2009; riassetto organizzativo della rete, reintegro di attività di manutenzione prima esternalizzate; riattivazione del fondo Fs per la gestione del personale in uscita. Questi in sintesi alcuni dei punti qualificanti dell'accordo programmatico per il rilancio competitivo delle Ferrovie, siglato da Filt Cgil, Fit Cisl, Uilt, Ugl e Fast. L'intesa non è stata firmata dall'Orsa che ha siglato solo la parte relativa al fondo Fs.
DAL 14 GIUGNO - Il tavolo era partito nel luglio 2008 e l'accordo apre ora una fase di negoziazione a tutto campo su capitoli da definire, quali il settore cargo, la rete di assistenza e vendita. L'intesa dà finalmente il via all'impiego, esteso a tutti i treni del gruppo Fs, di «un solo agente di condotta in cabina di guida», come viene definito in gergo tecnico il macchinista unico alla guida. La novità dovrebbe essere introdotta in concomitanza con il nuovo orario estivo, il prossimo 14 giugno. Finora l'agente solo era utilizzato unicamente sui treni regionali, coadiuvato dalla figura del capotreno. Le Fs erano le uniche ferrovie europee a impiegare ancora il doppio agente alla guida. Consistenti anche le uscite di personale, anche se si tratta soprattutto di addetti con i requisiti di pensionabilità.


FONTE: corriere.it

lunedì 18 maggio 2009

ENI: SIGLA ALLEANZA NEL GAS CON QUICKSILVER IN USA


Eni ha firmato un'alleanza strategica con Quicksilver Resources, produttore indipendente di gas naturale negli Usa, per l'acquisizione di una quota del 27,5% nell'area 'Alliance', localizzata fra le citta' di Fort Worth e Dallas nel Texas settentrionale. Lo rende noto un comunicato del gruppo italiano. L'area si estende all'incirca per 53 km quadrati con produzione di gas non convenzionale dalle argille (gas shale) della formazione Barnett Shale del bacino di Fort Worth, situata a una profondita' media di circa 2.300 metri. Quicksilver manterra' il 72,5% e l'operatorship delle proprieta' comprese nell'area Alliance. L'alleanza con Quicksilver prevede un mutuo scambio di tecniche e know how tra le due compagnie, in particolare per quanto riguarda le tecnologie relative alla perforazione, al completamento dei pozzi e alla geofisica. Eni avra' inoltre diritto a una partecipazione pari al 27,5% in future licenze addizionali che Quicksilver potra' acquisire in un''Area di Reciproco Interesse' intorno ad Alliance, che si estende per oltre 1.000 km quadrati. Il prezzo concordato per la transazione e' pari a 280 milioni di dollari. L'accordo e' effettivo dal 1 aprile 2009 e il closing e' previsto per meta' giugno. L'acquisizione consentira' a Eni di aggiungere al proprio portafoglio 40 milioni di barili di olio equivalente (boe) di riserve nette recuperabili, di cui 23 milioni sono riserve provate e 17 probabili e possibili, al costo di 7 dollari al barile.


FONTE: agi.it

domenica 17 maggio 2009

Osce: salari, l'Italia agli ultimi posti


Siamo 23esimi su 30, con uno stipendio netto di 21.374 dollari l'anno. Ci battono anche a Grecia e Spagna


MILANO - Cittadini italiani sempre più poveri e non solo a causa della crisi. Gli italiani incassano ogni anno uno stipendio che è tra i più bassi tra i Paesi Ocse. Con un salario netto di 21.374 dollari, l'Italia si colloca infatti al 23esimo posto della classifica dei 30 paesi dell'organizzazione di Parigi.

AGLI ULTIMI POSTI IN EUROPA - Buste paga più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma anche Grecia e Spagna. È quanto risulta dal rapporto Ocse sulla tassazione dei salari, aggiornato al 2008 e appena pubblicato. La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia. È calcolato in dollari a parità di potere d'acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Salari italiani penalizzati anche se il raffronto viene fatto con la Ue a 15 (27.793 di media) e con la Ue a 19 (24.552).

ROTONDI - Un primo commento da parte di un membro del governo riguardo ai dati Ocse arriva da parte di Gianfranco Rotondi, ministro dell'Attuazione del programma di governo: «I dati Ocse sono da tenere in considerazione, ma non va dimenticato il grosso sforzo che il governo italiano ha fatto finora sul fronte dell'economia aiutando, con una serie di provvedimenti mirati, le fasce più deboli della società, le piccole e medie imprese, i giovani». «Una cosa è certa - aggiunge Rotondi - questo governo sta rilanciando il sistema-Paese con risposte pronte e concrete».

PD - Non si fa però attendere la replica dell'opposizione. «I dati Ocse testimoniano una verità conosciuta: che le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono ben al disotto della media dei 30 paesi più industrializzati. Il divario negativo è di 17 punti percentuali. Questo dimostra quanto sarebbe necessario un intervento del governo, con risorse fresche e aggiuntive per potenziare il potere d'acquisto delle retribuzione e delle pensioni, come una delle componenti essenziali per l'uscita dalla crisi«. Lo dice il responsabile Lavoro del Pd, Cesare Damiano, che aggiunge: »Uno dei dati rilevato dall'indagine dell'Ocse è il divario tra retribuzione lorda e retribuzione netta in busta paga: il famoso "cuneo fiscale", che il governo Prodi, con lungimiranza, aveva provveduto a diminuire in modo significativo. Occorrerebbe però proseguire su questa strada scegliendo di investire risorse per uscire dalla crisi, anziché aspettare che passi la nottata».

FONTE: corriere.it

sabato 16 maggio 2009

Energia pulita: in Italia 250mila posti di lavoro entro il 2020


Cento miliardi di euro di investimenti in 12 anni. In media, 8 miliardi all'anno. Un target da seguire: quello indicato dal pacchetto clima ed energia noto come «20-20-20». E un potenziale occupazionale che potrebbe raggiungere 250mila posti di lavoro nel 2020. Sono le conclusioni dello studio dello Iefe (Centre for research on energy and environmental economics and policy) dell'università Bocconi su «Prospettive di sviluppo delle tecnologie rinnovabili per la produzione di energia elettrica», rivolto al Gestore dei servizi elettrici (Gse) e presentato a Roma. La ricerca fotografa l'Italia energetica del 2020 analizzando diversi scenari. Parte dalla considerazione che le politiche energetiche europee potranno garantire «un'opportunità di business e di sviluppo occupazionale per il nostro Paese» se gli sforzi si concentreranno sull'industria nazionale. Il nostro paese presenta «buoni livelli di attrattività degli investimenti, ma - afferma lo studio - per farcela occorre eliminare alcune barriere: un «quadro regolatorio incerto e instabile» e «l'assetto del sistema elettrico e le difficoltà di gestione dei flussi elettrici, a fronte di problemi di congestione e di alcune rigidità delle reti di trasporto». Poi c'è ilfronte industriale. Gli impianti che sfruttano le energie rinnovabili nel nostro Paese sono in decisa crescita, in particolare eolico efotovoltaico, ma la filiera industriale non capitalizza i segmenti con maggiori margini di guadagno. E' per questo che occorre «sfruttare le risorse e le competenze già acquisite in altri settori manifatturieri (meccanica, automazione, elettrotecnica ed elettronica) per non lasciare campo alle sole importazioni di apparati e componenti industriali degli impianti a fonti rinnovabili» . Tre scenari per il 2020. La capacità della nostra industria, rileva lo studio, di rispondere alla sfida tecnologica, di ricerca e sviluppo, di innovazione, oltre che alla cooperazione tra pubblico e privato, potrà configurare tre diverse prospettive in base allo «sfruttamento delle opportunità». Nel caso di «un basso sfruttamento», in continuità «con quello degli ultimi 5 anni», il fatturato sarà di 30 miliardi di euro con un valore medio annuo di 2,4 miliardi e un'occupazione di 100mila posti. Con uno sfruttamento medio, coprendo il 50% della quota di mercato con produzione nazionale, si potrà realizzare un fatturato di 50 miliardi con una media annua di 4 miliardi e un'occupazione di150mila persone. Se lo sfruttamento sarà alto, l'industria nazionale potrà realizzare un fatturato di 70 miliardi (pari al 70% della quota di mercato) con un valore medio annuo di 5,6 miliardi (2,4 miliardi in importazioni di apparati tecnologici) e raggiungere 175mila postilavoro in Italia e 75mila all'estero, 250mila in totale posti totali. L'eolico ne occuperebbe 77.500 (31%), le biomasse 65.000 (26%), il solare fotovoltaico 27.500 (11%), fino ai 10.000 (4%) impegnati nell'incenerimento dei rifiuti solidi urbani.

FONTE: ilsole24ore.it

venerdì 15 maggio 2009

Mutui: tassi giù, è l'ora del variabile


Crescono impetuosamente le domande di mutui a tasso variabile a causa delle rate sempre più basse


Per ora, è l'unico effetto positivo della crisi. Accendere un mutuo infatti non è mai stato così conveniente come oggi. Lo certificano i continui record al ribasso dell'Euribor a tre mesi, il tasso a cui generalmente vengono indicizzati i mutui (oggi sceso all'1,281%). E anche la Banca d'Italia che nel suo ultimo Bollettino ufficiale sottolinea che il tasso medio su un mutuo di durata superiore ai 10 anni, è sceso a marzo al 5,01% (contro il 5,13% a febbraio) confermando la flessione iniziata dall'agosto scorso quando i valori si aggiravano intorno al 6,10%. Anche il Taeg (tasso annuo effettivo globale) su tutti i nuovi mutui accesi a marzo scende al 4,42%, rispetto al 4,70% di febbraio ed al 6,11% di agosto 2008.
CRESCE LA VOGLIA DI VARIABILE - Indebitarsi per l'acquisto di un immobile oggi conviene, visto che le ultime rilevazione di Mutuionline, uno dei principali operatori nel mercato italiano della distribuzione di mutui ed altri prodotti di credito, evidenziano come sia in ripresa soprattutto la domanda di mutui a tasso variabile. Nei primi 4 mesi del 2009 infatti le domande di mutui a tasso variabile in Italia sono salite dal 17,2% del secondo trimestre 2008 al 44,8% dei primi 4 mesi del 2009. Merito di offerte in alcuni casi decisamente convenienti: in questo momento un mutuo variabile ventennale di 100mila euro per l'acquisto di una prima casa del valore di 200mila euro a Milano da parte di un lavoratore dipendente di 35 anni si può trovare anche al tasso variabile del 2,10%, che si traduce in una rata mensile di 511 euro. SERVE PRUDENZA - Ma attenzione. I provvedimenti varati prima dal governo Prodi e poi da quello Berlusconi su portabilità dei mutui e surroga, culminati con il celebre tetto del 4% alla crescita dei mutui a tasso variabile, in momenti in cui la crescita dell'importo delle rate sembrava inarrestabile, devono far riflettere che la scelta di accendere un mutuo a tasso variabile deve essere sempre vista in una prospettiva di lungo termine e non solo guardando alle condizioni attuali. «Per chi vuole accendere un mutuo a tasso variabile - spiega Roberto Anedda direttore marketing di Mutuionline - è necessario tenere conto che come nel giro di pochi mesi i tassi sono scesi, in un tempo altrettanto breve possono risalire. Il potenziale acquirente farà bene quindi a concentrarsi non solo sul tasso di riferimento, ad esempio, l'Euribor, ma sullo spread (si tratta del ricarico che ogni banca decide di aggiungere al tasso di base quale proprio ricavo ndr) praticato dalle banche. Tra la fine del 2008 e l'inizio del 2009 gli spread sono aumentati e ciò ha ridotto il risparmio complessivo per chi possiede un mutuo. Per lo più gli aggiustamenti sono stati di alcuni decimi di punto, ma in alcuni casi sono raddoppiati o hanno toccato anche il punto percentuale». Ma di cosa altro deve tenere conto il potenziale acquirente? «Premesso innanzitutto - continua Anedda - che è bene confrontare via web o di persona le condizioni praticate da diverse banche prima di scegliere quella che fa per noi, è bene saper che difficilmente ci troveremo in crisi per altri 20 o 30 anni e che quindi la situazione attuale , che vede un forte gap tra fisso e variabile, è decisamente atipica. Chi accende un mutuo a tasso variabile deve quindi pensare che si troverà a fronteggiare un aumento del tasso di 2 o 3 punti percentuali nel giro di pochi anni. Quindi, pensando a quella che è la rata massima che siamo in grado di pagare, non dobbiamo soffermarci sulla rata attuale, ma piuttosto guardare a quella che si paga ora per un tasso fisso, perché è quella che probabilmente ci troveremo a pagare nel giro di qualche anno».
QUALE TASSO - Quindi adesso è meglio optare ancora per un tasso fisso o riscoprire il variabile? Prendendo ad esempio il caso citato precedentemente infatti, un mutuo equivalente a tasso fisso per lo stesso tipo di acquirente viene a costare 655 euro al mese , 144 euro al mese in più rispetto al variabile. «Dipende - spiega ancora Anedda - se la rata prospettica, quella che mi troverò a pagare in futuro, per me è sostenibile. Se sì posso scegliere il variabile. Se invece voglio la tranquillità futura posso approfittare di tassi fissi come quelli attuali che offrono un'opportunità irripetibile. Senza contare i prodotti atipici come ad esempio quello offerti dal Monte dei Paschi Siena che ha un'offerta di un variabile il cui tasso non può salire oltre ad un tetto prefissato pari al 5,5%, un livello quest'ultimo vicino a quello dei migliori tassi fissi attuali».
LE CONDIZIONI - La crisi però nel settore dei mutui qualche effetto negativo per il consumatore lo ha prodotto. Le banche sono diventate infatti ancora più attente a chi e quali condizioni concedere l'accensione di un mutuo. «C'è un'attenzione molto maggiore da parte degli istituti per quanto riguarda l'istruttoria - spiega Anedda -. Si fanno delle perizie dell'immobile più conservative in quanto non si pensa ad un incremento a breve dell'immobile come nel recente passato in cui il mercato immobiliare cresceva vorticosamente. Ci sono anche dei limiti più stringenti nei confronti delle somme prestate. Sono sempre meno gli istituti che finanziano il 100% del valore dell'immobile. Inoltre i lavoratori atipici trovano più difficoltà ad accedere un mutuo, anche se a dire il vero nel loro caso il problema principale è costituito da un reddito troppo basso».
CAMBIARE MUTUO - I tassi bassi però possono fornire anche l'occasione per cambiare il proprio mutuo. Ma conviene? «Occorre sapere - sottolinea Anedda - che su un mutuo tipo da 100mila euro ogni punto percentuale in meno sul tasso applicato implica una rata più bassa di 70 euro al mese. Inoltre la pratica della portabilità del mutuo sta diventando meno complessa e con procedure più chiare anche se permangono sicuramente delle vischiosità del sistema da parte di banche che non vogliono perdere il cliente».

FONTE: Marco Letizia (corriere.it)

giovedì 14 maggio 2009

Btp e Cct, è caccia ai rendimenti. Quota 3% con la scadenza giusta


Julius Baer: è il momento di puntare sui titoli legati all’inflazione




I Bot, l’approdo più sicuro in assoluto per i risparmi degli italiani, hanno ormai un rendimento vicino allo zero. Stan­do ai risultati dell’asta di martedì scorso, per esempio, quelli a scadenza annuale rendono lo 0,96% al netto delle tasse, ma ancora me­no se si tiene conto delle commissioni banca­rie. Secondo la rilevazione dell’Assiom, l’as­sociazione che riunisce gli operatori sui mer­cati dei capitali, applicando le tariffe massi­me si può scendere allo 0,69%. Per i trime­strali addirittura allo 0,36%. Insomma, se per il Tesoro questo trend può essere un van­taggio, perché diminuisce il costo del debito pubblico, per chi investe in titoli di Stato la convenienza è al minimo. «Siamo arrivati a livelli non più comprimibili», osserva Vitto­rio Gaudio, responsabile Asset management di Banca Mediolanum. D’altra parte, aggiun­ge, «non c’è nulla di anomalo, se si pensa che l’Euribor (il tasso interbancario, ndr) è oggi all’1,28% e che lo stesso tasso di riferi­mento della Bce ha toccato il livello minimo dell’1%». Sì, ma allora conviene ancora pun­tare su Bot, Cct e Btp? Come si può ottenere una remunerazione maggiore senza uscire dall’ambito dei titoli pubblici?
I risparmiatori ormai l’hanno capito: più cresce il rendimento, più sale il rischio. Un meccanismo che vale per ogni tipo di investi­mento. Se, dunque, si cerca la sicurezza mas­sima bisogna accontentarsi di poco. Dopo le turbolenze che hanno interessato nell’ulti­mo anno i mercati finanziari e le difficoltà di banche e istituzioni che sembravano solidis­sime, di affidabile è rimasto soltanto lo Sta­to. Così, le famiglie pagano con una minore remunerazione la garanzia di una maggiore tranquillità.
Al di là di ogni altra considerazione con­tingente (la crisi, la scarsa liquidità del siste­ma, la stretta al credito), gli italiani manten­gono una delle più alte propensioni al rispar­mio del mondo. E chi è riuscito a salvare, in tutto o in parte, un po’ di liquidità, ora va giustamente alla ricerca del modo migliore in cui impiegarla.
È il caso, dunque, di accontentarsi dell’or­mai minimo rendimento dei Bot? Oppure c’è qualche altra strada, sempre nell’ambito dei titoli pubblici, un po’ più conveniente? «La cultura del risparmiatore italiano è so­stanzialmente orientata al breve periodo», osserva Massimo De Palma, responsabile As­set Management di Julius Baer Sgr. Ed è pro­prio questo il limite principale alla possibili­tà di guadagnare di più. Basta, infatti, rivol­gersi a titoli di durata più lunga per trovare rendimenti più interessanti. Il Btp con sca­denza 1 marzo 2012, per esempio, rende il 2,35% lordo e il 2,08% al netto delle tasse (a questo risultato si arriva combinando la ce­dola facciale, pari al 3% lordo, con la quota­zione attuale sul mercato secondario, che su­pera il valore nominale). Se, poi, si vuole an­dare su scadenze ancora più lunghe, la re­munerazione crescerà in proporzione. Il Btp che sarà rimborsato nell’agosto del 2015, cioè fra poco più di sei anni, oggi rende per esempio il 3,38% (che scende però al 2,98% al netto del Fisco).
Ma vale la pena impegnarsi per un tempo così lungo? Secondo gli esperti, non appena l’economia accennerà a riprendersi ripartirà anche l’inflazione. E di conseguenza tutto il sistema dei tassi si adeguerà. Perciò, in pre­visione di un rialzo che potrebbe attuarsi fra uno o due anni, il consiglio è quello di punta­re su titoli a tasso variabile. «Nel breve perio­do — è il parere di De Palma — il problema dell’inflazione non si pone. Guardando più avanti, tuttavia, è possibile che la tendenza si manifesti. Per questo è certamente conve­niente mettere in portafoglio titoli con una cedola indicizzata, meglio se il meccanismo di adeguamento non è troppo lungo. E con una durata non eccessiva: penso, per esem­pio, al 2014 come limite massimo».
I titoli dello Stato italiano con queste carat­teristiche, però, sono i Cct (Certificati di cre­dito del Tesoro), le cui cedole vengono ag­giornate ogni sei mesi. In una fase di rialzo dei tassi d’interesse, che potrebbe avvenire con una forte accelerazione, il semestre po­trebbe essere un periodo troppo lungo.


FONTE: Giacomo Ferrari (corriere.it)

mercoledì 13 maggio 2009

Trichet: «Economia mondiale a una svolta: rallenta il calo del Pil »


La crisi economica globale ha «toccato il fondo» e alcuni paesi mostrano segnali di crescita


BASILEA - L'economia mondiale è a un punto di svolta. E' la convinzione del presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet. L'ha espressa durante una conferenza stampa in Svizzera, a Basilea.
LA CRISI A UN PUNTO DI SVOLTA - La crisi economica globale ha «toccato il fondo» e alcuni paesi mostrano segnali di crescita. Trichet lo ha detto nella conferenza stampa al termine del Global Economy Meeting, di cui è presidente, nella sede della Bri a Basilea. Secondo Trichet le politiche messe in campo da ciascuna banca centrale saranno fondamentali per la strategia di recupero e «per evitare ogni rischio di inflazione».

MERCATI VALUTARI - «I mercati valutari sembrano tornati alla situazione precedente al fallimento di Lehman Brothers». È quanto ha affermato il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, nella conferenza stampa al termine del Global Economy Meeting, di cui è presidente, nella sede della Bri a Basilea. Secondo Trichet comunque l'economia mondiale «è ancora in acque agitate».


FONTE: corriere.it


lunedì 11 maggio 2009

«Alitalia ha presentato dei problemi, ma in poco tempo il servizio migliorerà»


Berlusconi: «La prima gestione ha presentato dei problemi ma tra breve il servizio sarà puntuale»


E' la risposta del premier alle critiche sull'operato di Alitalia esposte da personalità autorevoli come il presidente dell'Enac Vito Riggio e il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni per il quale «il servizio che l'Alitalia rende alla Lombardia e al Nord Italia è del tutto insufficiente». «Alitalia ha incontrato un primo periodo di avviamento e come per tutte le cose la prima gestione ha presentato dei problemi e non poteva essere diversamente, ma ho constatato da parte di tutti di essere già sulle soluzioni e credo che in poco tempo il servizio sarà quello che tutti si aspettano da una compagnia di bandiera e cioè assolutamente preciso, confortevole e puntuale» ha dichiarato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi al termine di un incontro con i vertici di Alitalia e Air France.
COLLABORAZIONE FELICE - «Come presidente del Consiglio - ha detto poi Berlusconi - sono molto felice di questa collaborazione che si è aperta felicemente. Il premier ha detto di aver «appreso con piacere» il giudizio del presidente di Air France, Jean-Cyrill Spinetta, sui risultati di gestione dei primi tre mesi della compagnia aerea. Berlusconi ha infine ringraziato il presidente e l'amministratore delegato di Alitalia, Roberto Colaninno e Rocco Sabelli, per aver «dato vita al progetto di "vendere" le nostre città d'arte, con in testa Venezia che è un patrimonio dell'umanità».
SPINETTA - «Questa mattina c'è stato il primo comitato esecutivo con i pieni poteri. L'amministratore delegato ha fatto il punto sulla situazione e ha dimostrato come Alitalia si pone commercialmente e economicamente in linea con il business plan stabilito con il nostro accordo a inizio collaborazione» ha spiegato successivamente Spinetta. La situazione di «tesoreria è migliore di quanto ci attendessimo». «Le compagnie di Sky team (Af, Klm, Alitalia, Delta) movimentano già il 33% del traffico passeggeri dell'aeroporto di Venezia. Condivido l'intenzione di Colaninno e Sabelli di riprendere i collegamenti con le città e le regioni dell'Italia. Creare una vera e propria partnership per un rilancio delle città e regioni italiane» ha concluso Spinetta.
BERSANI - Ma l'ottimismo di Berlusconi su Alitalia non convince il Pd. «Sulla vicenda Alitalia il Governo deve delle spiegazioni a azionisti e obbligazionisti che hanno sottoscritto i titoli della compagnia di bandiera». Così il responsabile Economia del Pd, Pierluigi Bersani, polemizza con il presidente del Consiglio: «Non mi piace che il Governo si metta a guidare gli aerei - dice Bersani - piuttosto risponda della truffa che ha fatto agli azionisti e agli obbligazionisti di Alitalia». Continua Bersani: «La prossima volta Berlusconi chiami a questi incontri anche gli obbligazionisti, gli azionisti, i lavoratori in cassa integrazione, i contribuenti... perchè a questo punto mi pare giusto tirare le somme con tutti di una vicenda sulla quale tanti hanno da chiedere conto al Governo». Conclude l’ex ministro: «Il Governo cominci a spiegare dove è finita quella garanzia di continuità aziendale che era stata garantita e che ha intrappolato in una truffa di Stato migliaia di cittadini».


FONTE: corriere.it

domenica 10 maggio 2009

Il gusto della signora Valeria l'arma segreta di Ferrero


L'azienda italiana fondata nel 1946 è prima al mondo come reputazione. Merito delle papille di una cliente immaginaria, bussola per tutte le scelte

Il segreto di Alba e della Ferrero è la "signora Valeria". La mitica e virtuale cliente le cui papille gustative immaginarie hanno deciso le sorti dei "Rocher" come del "Gran Soleil" e hanno consacrato per sempre la dolce immortalità della Nutella. La "signora Valeria" che per il cavaliere del Lavoro Michele Ferrero, nato a Dogliani (Cuneo), classe 1925 e primo italiano al mondo per ricchezza secondo "Forbes", è un po' ciò che la "casalinga di Voghera" rappresenta per Alberto Arbasino. E che se esistesse davvero, sarebbe la testimonial ideale per la notizia dell'ultimo successo, anch'esso globale, della Ferrero: il primo posto nella classifica mondiale della reputazione delle aziende e delle società.  Un balzo, in un anno, dal quarto posto sino al vertice e la messa in riga di marchi che sono nelle case e nelle vite di uomini e di donne di tutta la terra: Ikea fermata al secondo posto, Johnson & Johnson al terzo, Toyota e Google addirittura cancellati dai primi dieci classificati del 2008. Tutto certificato dal Reputation Institute di New York con 60mila interviste in 32 Paesi.  "Bisogna provare ancora, prima di mettere qualsiasi nostro prodotto sul mercato. Senza mai essere convinti - è l'eterno e vincente tormentone del fondatore - assaggiare, modificare, assaggiare di nuovo, modificare un'altra volta. Solo quando avremo la certezza che piacerà alla "signora Valeria", allora potremo produrlo...".  E proprio a lei, alla consumatrice-archetipo di una storia cominciata nel 1946 in mezzo alle Langhe e che ora conta 32 società operative e 14 stabilimenti in tutto il mondo, 21.600 dipendenti e un fatturato consolidato di 6.214 milioni nel 2007-08, deve aver pensato il patriarca della Ferrero, dalla sua villa di Cap Ferrat o in volo sull'elicottero verso l'Italia, quando l'annuncio è arrivato da New York.  E adesso che il primato è universale, sarebbe sin troppo facile raccontare, ancora una volta, la favola bella come uno dei tanti spot televisivi che hanno celebrato i prodotti di un albero genealogico che ha la forma di una pianta di nocciole (La "Tonda Gentile delle Langhe", l'elemento più gettonato nei gusti Ferrero), o sottolineare la riservatezza assoluta di tante interviste mai concesse e la praticità secca e contadina di quella terra scritta da Beppe Fenoglio e da Cesare Pavese. "Si, è vero, stanno sempre zitti i Ferrero - dice l'ex ambasciatore italiano all'Onu, Francesco Fulci, vicepresidente senior del Gruppo che ha sede in Lussemburgo - La filosofia di famiglia è sempre stata lavorare, creare e donare. Non transige Michele e neppure i figli Pietro e Giovanni, oggi entrambi chief executive officer". Una governance che sta definendo e stabilizzando il ruolo della terza generazione, e la cui validità è stata uno dei cardini della classifica di Reputation Institute. Niente di nuovo nella vita della Ferrero se è vero che ancora oggi, come negli Anni 50, durante l'estate i pullman risalgono la cresta delle colline per prelevare i lavoratori stagionali nelle cascine di quell'Alta Langa che ormai ha abbandonato quasi dappertutto le vigne di dolcetto e i campi di grano e ha piantato ovunque nocciole: per alimentare la fabbrica di Alba, per generare il sapore della Nutella che agli esordi si chiamava "Giandujot" ("il dolce companatico") e fu anche il primo vero marchio. Poi vennero i Mon Chéri, i Tic Tac, l'Estathè e tutti gli altri.  Ma è il creare, è l'arte di accontentare la "signora Valeria" il vero mistero di questa alchimia di volontà e di successo. Una formula che sa molto di Langhe, ma che ora prospera anche a Bruxelles o a Vaduz. Contro le idee dei più, manager compresi, contro chi si accontenta e implora di produrre perché le cose "sono già buone così". Ed è proprio qui che il cavalier Michele non molla, anche adesso che ha 84 anni, e come facevano già suo padre Pietro e suo zio Giovanni: i pionieri. 

FONTE: ETTORE BOFFANO (repubblica.it)

sabato 9 maggio 2009

Fed: 10 grandi banche Usa hanno bisogno di 74,6 miliardi $


Dieci grandi banche americane su diciannove hanno bisogno di essere ricapitalizzate. Il responso sugli stress test a cui la Federal Reserve ha sottoposto i 19 maggiori istituti di credito Usa conferma le previsioni circolate nei giorni scorsi. Per la Banca centrale americana questi dieci istituti dovranno effettuare operazioni di ricapitalizzazione per 74,6 miliardi di dollari. Morgan Stanley, la sesta banca degli Stati Uniti, ha già annunciato unaumento di capitale da 5 miliardi. tra nuove azioni (2 miliardi) e debito non garantito dalla Federal Deposit Insurance.
Le banche più colpite 
L'istituto più esposto a un'eventuale acuirsi della crisi è Bank of America (33,9 miliardi) seguita da Wells Fargo (13,7 miliardi) che ha già lanciato un aumento di capitale. Vengono poi l'ex unità finanziaria di General Motors che ora include anche Chrysler GMAC (11,5 miliardi) e Citigroup (5,5 miliardi). Secondo cui la Fed potrebbe registrare perdite nel 2009 e nel 2010 pari a 104,7 miliardi di dollari nel caso di un peggioramento del quadro economico. JPMorgan e Goldman Sachs invece figurano fra gli istituti ben capitalizzati, insieme a Bank of New York Mellon, American Express, Capital One Financial e Metlife. 

Nei prossimi due anni perdite per 599 miliardi 
Le perdite a cui andranno incontro le banche più colpite dalla crisi sono state quantificate in 599 miliardi di dollari nei prossimi due anni. Di questi una parte significativa è costituita da perdite legate ai mutui immobiliari (185 miliardi), con perdite potenziali pari a 99 miliardi. Serve ricapitalizzare quindi. Ma l'amministrazione Obama appare determinata a non chiedere ancora soldi ai contribuenti. La prima risorsa, per la Casa Bianca, deve essere quella dei mercati di capitali, mentre fra le opzioni resta la conversione delle azioni privilegiate detenute dal governo in azioni ordinarie: una manovra meno traumatica rispetto alla raccolta diretta sul mercato. 
Bernanke: «Questi numeri sono un sollievo» 
Il presidente Ben Bernanke ha sottolineato che i numeri sono fonte di un «considerevole sollievo» per gli investitori perchè indicano che le banche hanno comunque al momento «capitali adeguati». Nessun istituto di credito quindi, é a rischio di insolvenza. «Gli ispettori hanno verificato che quasi tutte le banche - ha rassicurato Bernanke - hanno abbastanza capitale Tier 1 per assorbire le perdite più alte che si potrebbero verificare nell'ipotetico scenario più avverso. «Il nostro governo attraverso il Tesoro è pronto a fornite qualsiasi capitale aggiuntivo possa essere necessario per assicurare che il nostro sistema bancario sia in grado di affrontare un nuova depressione economica», ha assicurato il presidente della Fed. Per Bernanke, i risultati degli stress test sono un buon punto di partenza per la riforma della supervisione del sistema finanziario.
Cosa sono gli stress test 
Elaborati dalle autorità finanziarie americane, sono degli studi che hanno lo scopo di valutare la resistenza delle 19 maggiori banche che hanno beneficiato di aiuti statali ad un eventuale, ulteriore peggioramento del quadro economico.

FONTE: ilsole24ore.it

giovedì 7 maggio 2009

La Ferrero ha la migliore reputazione al mondo (Economist)


L’italiana Ferrero è l'azienda con la migliore reputazione al mondo. Il produttore di cioccolato partito dal Piemonte e conosciutissimo all’estero è in cima alla classifica annuale redatta dal Reputation Institute, un istituto internazionale di ricerca. Ne dà notizia l’Economist nella sua edizione online. La società di ricerca ha chiesto all’opinione pubblica di valutare le 600 maggiori aziende mondiali in base a criteri di fiducia, ammirazione, rispetto, sensazioni positive e stima complessiva. «Nonostante lo sbaraglio economico, il rispetto per l’impresa è ancora abbastanza alto», scrive sul suo sito web il settimanale britannico. Ma alcuni settori hanno sofferto: le banche e altre istituzioni finanziarie, che negli anni scorsi incutevano una buona dose di rispetto, hanno perso posizioni «in modo allarmante», anche se fanno meglio delle aziende produttrici di tabacco. Secondo il punteggio del “Global Pulse”, su una scala da 1 a 100, la Ferrero registra oltre 85 punti. Seconda in classifica la svedese Ikea, con 84 punti. In terza posizione la statunitense Johnson & Johnson, nota per i prodotti di largo consumo per la cura dei bebé (oltre 83). La giapponese Nintendo è al sesto posto. I francesi sono al settimo posto con Christian Dior (oltre 81 punti). Gli spagnoli arrivano al nono posto con i supermercati Mercadonna (81). Tra le prime quindici classificate, una sola linea aerea, la Singapore Airlines (al decimo). Il gruppo industriale e automobilistico indiano Tata è all’undicesimo posto.


FONTE: ilsole24ore.it


mercoledì 6 maggio 2009

Porsche si fonde con Volkswagen

Nasce un gruppo da 6,5 milioni di veicoli

Il risiko del settore auto continua a tenere banco in Europa dove, in risposta alle grandi manovre Fiat, la Porsche ha deciso di fondersi con la Volkswagen. Mentre la casa torinese incastra i vari tasselli per l’acquisizione della Chrysler (come l’ok del tribunale Usa alla vendita all’asta delle attività dell’azienda di Detroit), attende nuovi abboccamenti con i tedeschi per il dossier Opel, e si dice interessata al marchio tedesco Saab, il gruppo automobilistico tedesco Porsche ha annunciato oggi di volersi fondere con la Volkswagen, di cui è già azionista di maggioranza.  Con la fusione tra Porsche e Volkswagen nascerebbe un gruppo automobilistico di circa 6,5 milioni di unità prodotte, capace quindi di resistere alla pericolosa offensiva del colosso mondiale che nascerebbe da una possibile alleanza a tre tra Fiat-Chrysler e Opel. Secondo le ultime stime diffuse da Autofact, insieme Porsche e Volkswagen avrebbero prodotto globalmente nel 2008 oltre 6,5 milioni di unità. L’annuncio, al termine di una riunione a Salisburgo, in Austria, alla quale hanno preso parte Wolfgang Porsche e Ferdinand Piech, comproprietari di Porsche, che attualmente detiene circa il 51% del capitale Volkswagen, maggiore industria automobilistica in Europa. I membri della famiglia proprietaria «si sono pronunciati in favore della costituzione di un gruppo automobilistico integrato», precisa il comunicato diffuso a Stoccarda, sede della Porsche.  «Sotto la direzione unitaria di una holding dovranno essere attivi nella struttura finale i dieci marchi, ciascuno dei quali manterrà la sua autonomia», aggiunge il comunicato, spiegando che un gruppo di lavoro congiunto delle industrie dovrà, nelle prossime quattro settimane, «con il coinvolgimento decisivo del Land della Bassa Sassonia», che detiene il 20% di Volkswagen e una minoranza di blocco, «e dei rappresentati dei lavoratori di entrambe le aziende», presentare un piano d’azione sulla futura struttura del «gruppo comune».

FONTE: lastampa.it

lunedì 4 maggio 2009

L’ex Alitalia degli sprechi: 60 sedi all’estero da chiudere


Il commissario Fantozzi trova depositi sconosciuti per 50 milioni


ROMA - Immagina se stesso, Augusto Fantozzi, nei panni di Fausto Coppi sullo Stelvio. Ma a differenza del Campionissimo il commissa­rio di quella che fu l’Alitalia non alza mai la testa dal ma­nubrio. «Condannato a peda­lare e basta», ripete tutti i giorni ai suoi collaboratori. La salita è ripida e a ogni tor­nante c’è una sorpresa. Un nuovo creditore, o una rogna che nessuno poteva prevede­re. Per esempio quella, pazze­sca, con cui Fantozzi è alle prese adesso: le sedi dell’ex Alitalia all’estero. Sapete quante? Sessanta. Tante era­no ai tempi d’oro, per inten­derci quando (fino a poco tempo fa) all’aeroporto londi­nese di Heathrow la compa­gnia di bandiera italiana sti­pendiava 300 (trecento) per­sone, e tante sono rimaste do­po, quando le destinazioni in­ternazionali dell’Alitalia si erano ridotte a una sparuta quindicina. Magari ci sarà una spiega­zione. Ma che questo possa essere considerato accettabi­le, no davvero. Soprattutto considerando i costi assurdi che ancora adesso gravano sulla liquidazione della com­pagnia di bandiera. C’era una sede in Libia, chiusa giovedì scorso. Una in Senegal. Addi­rittura due in India: a Mum­bai e Nuova Delhi. E via così. Abbassare la serranda di quegli uffici è complicatissi­mo, come sta sperimentando Fantozzi. Si deve liquidare il personale, battagliare con i sindacati, risolvere le grane con il fisco locale. Ma non è soltanto per questo che l’Ali­talia ha continuato a far corre­re per anni gli stipendi, i con­ti dell’albergo, i bonifici ai for­nitori. Talvolta si è giustifica­to il mantenimento in vita di quelle costose strutture con la necessità di conservare gli slot, cioè i diritti di decollo e atterraggio: per una rotta abo­lita! In altri casi è stata solo inerzia. Costosissima inerzia. Prendiamo la sede di Hong Kong, dove l’Alitalia non vola più da tempo, e dal 2008 ha soppresso anche i collega­menti cargo. Quindici dipen­denti e un conto di 1.200 dol­lari al giorno per il lussuoso hotel Hyatt. Per ironia della sorte, la filiale di Hong Kong dell’Alitalia, cioè una compa­gnia aerea fallita, aveva 7 mi­lioni e mezzo di euro, liquidi. Erano depositati in una ban­ca locale. Un tesoretto che a quanto pare c’è anche in Bra­sile, Argentina, Venezuela e chissà in quanti altri posti. Fantozzi e i suoi hanno calco­lato che nelle banche in giro per il mondo l’Alitalia abbia depositi per molti milioni di euro. Quanti? Decine. Forse una cinquantina. Non saran­no la soluzione, ma perché la­sciarli lì? Soprattutto, perché non fermare al più presto l’emorragia degli uffici este­ri? Tanto più che ogni euro speso per mandare avanti quelle baracche è un euro sot­tratto ai creditori. Nessuno è in grado di dire quale sia esattamente il loro numero. Ma non sono meno di 23 mila, compresi i dipen­denti che devono avere circa 205 milioni di liquidazioni. Di conseguenza, non si può sapere con precisione quanti soldi servano per pagarli. Uni­ca certezza: i debiti con mi­gliaia di fornitori accumulati dall’Alitalia prima del com­missariamento, il 29 agosto 2008, saranno gli ultimi a es­sere onorati. Se ci saranno an­cora soldi. È la dura legge del­le liquidazioni. Prima si paga la «prededuzione», cioè i co­sti della liquidazione e gli im­pegni contratti dai liquidato­ri dopo il commissariamento. Poi i dipendenti. Quindi gli enti di previdenza, gli avvoca­ti e i consulenti. In fondo, gli altri. Cioè i fornitori «ante» 29 agosto. E lo Stato, verso cui l’Alitalia in liquidazione ha un debito di 300 milioni: il «prestito ponte» concesso per evitare il fallimento dopo che era saltata la trattativa con Air France. Che a questo punto sarebbe forse meglio chiamare «regalo ponte». A complicare ulteriormen­te le cose c’è la prospettiva di un contenzioso immane. Dal­le piccole cause di lavoro dei dipendenti (molti anche ob­bligazionisti) alle controver­sie internazionali. Un assag­gio? L’Alitalia si era coperta dal rischio di cambio sul prez­zo del petrolio con derivati del Credit Suisse. Al commis­sariamento, la banca ha eser­citato il diritto di recesso inca­merando 50 milioni. Almeno 7, sostiene Fantozzi, non do­vuti. Così inevitabilmente si è arrivati alle carte bollate. La fotografia degli sfortuna­ti creditori scattata il 29 ago­sto 2008 è la sconcertante pre­messa di una liquidazione de­stinata a battere ogni record di durata. Roba da far impalli­dire la procedura dell’Itavia, compagnia del Dc9 abbattuto nel 1980 sui cieli di Ustica: ini­ziata nel 1981, ventotto anni dopo è ancora aperta. Per la gioia di avvocati e consulen­ti. I pochi che in queste situa­zioni guadagnano davvero. La lista dei vecchi fornitori che vantano soldi è tanto ster­minata quanto (pare) incom­pleta. Al punto che balla pure la cifra totale: 320 milioni? 350? O 400? Boh. Ci sono so­cietà aeroportuali (gli Aero­porti di Roma hanno penden­ze per una quarantina di mi­lioni), compagnie petrolifere, albergatori. Autonoleggi, ri­storanti, bar degli aeroporti, editori: dal Financial times (39.091 euro) al gruppo l’Espresso (667.567), alla Rcs quotidiani che edita il Corrie­re (293.333), al Messaggero (15.069). Poi Telecom Italia, con 3,5 milioni di bollette ar­retrate. Ma anche le autorità aeroportuali di mezzo mon­do. La Coca Cola (574.505 eu­ro). Il profumiere Yves Saint Laurent (14.605 euro). Non manca nemmeno Peccati di Capri, la piccola ditta napole­tana che forniva i cioccolatini di benvenuto ai passeggeri (3.852 euro). E neppure la In­ce 2002 srl, società alla quale venne affidato durante la ge­stione di Giancarlo Cimoli il restyling della rivista di bor­do, Ulisse 2000, e che era pos­seduta al 50% dall’attore Pino Insegno. Credito: 77.259 eu­ro. E 60 centesimi.


FONTE: Sergio Rizzo (corriere.it)

sabato 2 maggio 2009

Tesoro: pil 2009 -4,2%, nel 2010 +0,3%. Pressione fiscale in aumento: 43,5%


Sale il debito pubblico, occupazione -2,6%. Pd: è la conferma, la crisi non è finita. Replica Calderoli: disonesto chi specula

Il Tesoro ha pubblicato la Relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica per il 2009 (Ruef), nella quale si prevede che il pil italiano nel 2009 si contrarrà del 4,2% ma ci sarà una lieve ripresa nel 2010, quando si avrà una crescita dell'economia dello 0,3%. Il rapporto deficit pil si attesterà quest'anno al 4,6%. «Il livello dell'indebitamento nel 2010 si attesterebbe sullo stesso livello del 2009 - si legge nel documento - per iniziare a scendere a decorrere dal 2011 anno in cui dovrebbe collocarsi al 4,3%». Sale il debito pubblico. Torna a crescere il debito pubblico a partire da quest'anno: nel 2009 il debito si porterà al 114,3% del pil (dal 105,8% del 2008), salendo ulteriormente al 117,1% nel 2010 e al 118,3% nel 2011. Pressione fiscale in aumento. La pressione fiscale complessiva nel 2008 è risultata pari al 42,8%, inferiore di 0,3 punti percentuali rispetto al 43,1% del 2007. Quest'anno il peso del fisco arriverà al 43,5% del pil. Nella Ruef si segnala peraltro che lo scorso anno c'è stato una flessione dello 0,7% delle entrate tributarie, che ha interessato sia la componente erariale (-0,5%) sia quella locale (-1,6%): sulla componente locale - viene ricordato - ha influito anche l'eliminazione dell' Ici sulla prima casa. Occupazione -2,6%. Nel 2009 l'occupazione, misurata in termini di unità standard di lavoro, mostrerebbe una riduzione significativa, in calo del 2,6%. Il Ruef aggiunge che a sperimentare la riduzione più ampia sarebbe l'industria. Nell'ipotesi di una crescita nulla dell'offerta di lavoro, il tasso di disoccupazione si attesterebbe all'8,6%. Frena l'inflazione. Brusca frenata dell'inflazione, che nel 2009 «è prevista attestarsi in media al di sotto dell'1%». Italia meno esposta alla crisi. Secondo la Ruef «l'economia italiana è risultata essere relativamente meno esposta ai rischi specifici della crisi, anche se ha subito pesantemente il suo impatto indiretto». Viene sottolineato che «non appena sarà superata l'attuale fase di difficoltà della domanda mondiale, l'economia italiana potrà contare su una base più solida per la sua ripresa». In questo senso l'attuale crisi rappresenta infatti «anche un'opportunità di cambiamento e di sviluppo per l'Italia, un'opportunità che deve essere colta». Il ministero dell'Economia evidenzia che «il sistema bancario italiano appare comparativamente meno vulnerabile alla crisi finanziaria e l'impatto sui bilanci delle banche resta contenuto rispetto ad altri Paesi». Inoltre «le famiglie italiane sono meno indebitate rispetto alla media dell'area euro». Riguardo alle previsioni riportate nel documento (il pil è rivisto al ribasso rispetto alle precedenti stime) la Relazione sottolinea infine «l'alto grado di incertezza prodotto dalla crisi in atto», che «riduce fortemente ed oggettivamente l'attendibilità delle previsioni». Franceschini: è la conferma che dalla crisi non siamo usciti. «Mi preoccupano, ma sono la conferma che è una cosa sbagliata dire che siamo già usciti dalla crisi, come è stato sbagliato averla negata per dei mesi»: così il segretario del Pd, Dario Franceschini, commenta i dati della Relazione unificata. «Si può uscire dalla crisi - sostiene Franceschini - e gli italiani possono portare il Paese fuori dalla crisi prima di altri, però devono essere aiutati, soprattutto quelli che non ce la fanno da soli, i più deboli, quelli che senza reddito, quelli ai quali la pensione non basta più per arrivare alla fine del mese, i precari, i poveri che non hanno voce, che non hanno organizzazioni sindacali, né categorie che li tutelino: di queste categorie la politica deve occuparsi. Le nostre proposte sono finalizzate ad aiutare i più deboli. Questo ci hanno insegnato i nostri genitori e i nostri nonni».

FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 1 maggio 2009

Il ritorno delle Ipo nel 2009: una scommessa sul futuro


Play the game. È tornata l'ora di "rimettersi in gioco?" Non hanno riservato particolari sorprese in termini di risultati le trimestrali italiane più importanti uscite negli ultimi giorni, ma qualcosa è cambiato in alcuni casi in termini di aspettative sul futuro. Indubbiamente positivi ad esempio i risultati di Fastweb che conferma una buona penetrazione in termini di quote di mercato, allontanando i timori di una "disaffezione" dal broadband del pubblico italiano nonostante la crisi finanziaria. Naturalmente per il futuro la capacità di Fastweb di mantenere gli elevati trend di crescita finora evidenziati si "gioca" soprattutto sulla capacità di conservare i maggiori clienti corporate e della Pubblica Amministrazione (Consip/Cnipa). Ma, quanto a "mettersi in gioco", gli italiani in generale non scherzano, come confermano i risultati trimestrali di Lottomatica e Snai. Lottomatica, leader dei giochi regolamentati nel nostro Paese, ha confermato che nei tempi di crisi la "speranza" rappresentata da potenziali vincite al gioco non vien meno e, in particolare, continua il "boom" del Gratta & Vinci: ma attenzione perché il numero dei biglietti venduti è leggermente diminuito rispetto al primo trimestre 2008, mentre è per contro aumentato da 3,65 a 3,85 euro il prezzo medio dei biglietti grazie all'introduzione di nuove tipologie di biglietto con prezzo unitario più elevato. La società ha comunque confermato che in Italia, nel comparto delle lotterie, la crescita 2009 (prevista "low-single digit" e quindi piuttosto contenuta) sarà ancora trainata dal Gratta & Vinci per il quale il 31/5/2010 però scadrà la concessione: e non è ancora certo che sarà semplicemente rinnovata al consorzio di cui fa parte Lottomatica oppure sarà riaperta una gara per la nuova assegnazione, alla quale ovviamente parteciperanno anche altri competitor del settore. Ancora il gioco, e in particolare proprio Lottomatica, saranno in un certo senso protagonisti della prima Ipo (Initial public offering, il ricorso alla platea degli investitori necessario a raccogliere capitale sul mercato) italiana del 2009, che però è greca. Infatti per il prossimo 8 maggio è previsto l'esordio al nuovo segmento di mercato Aim Italia di Neurosoft, specializzata nella realizzazione di software destinato al comparto dei giochi (in particolare alle scommesse sportive), al factoring e alla business intelligence. Il management di Neurosoft ha dichiarato che Lottomatica è uno dei suoi clienti più importanti, con un peso del 15% - 17% del giro d'affari. Negli ultimi 3 anni il giro d'affari ha presentato un cagr del 41,6%, tasso di crescita che secondo i top manager è sostenibile anche per il prossimo triennio. Ma attenzione: Neurosoft è tuttora una società di dimensioni molto piccole e nel 2008 ha conseguito un fatturato (consolidato) di soli 3,7 milioni, mentre l'utile netto è stato di circa 1,5 milioni, con una marginalità molto elevata e in fortissima crescita rispetto al 2007 (a livello civilistico il fatturato era stato di 1,8 milioni e l'utile netto di soli 0,2 milioni). Tassi di crescita da "Internet Company" degli ultimi anni '90 e anche il settore di attività è relativamente simile. Ma ciò che vale la pena di notare è soprattutto che con Neurosoft fa il suo esordio il "nuovo" Aim Italia, sigla di Alternative Investment Market, sorto sulla base dell'analoga esperienza inglese avviata nel 1995 e che finora ha condotto alla quotazione oltre 2.900 PMI al momento però ne sono quotate circa la metà in relazione anche al trasferimento presso altri segmenti di mercato.


FONTE: ilsole24ore.it