lunedì 23 novembre 2009

Spesa pubblica, l'elenco degli sprechi: dai poliziotti morosi ai forestali al mare


C'è il forestale che prende l'indennità di alta quota e lavora in una paese sul mare; c'è il professore universitario che ottiene dal suo stesso ateneo un incarico professionale come se fosse un consulente esterno; c'è il poliziotto che ha l'alloggio gratuito per motivi di servizio e si dimentica di pagare le bollette di luce, gas e canone Rai. È lungo l'elenco degli sprechi della spesa pubblica scovati dagli ispettori della Ragioneria Generale dello Stato nel corso dei controlli effettuati nel 2008. Ecco alcune delle 'ombrè della spesa pubblica elencate nell'ultimo Rapporto sulle ispezioni della Ragioneria.
Poliziotti morosi. Nei controlli sulla gestione degli alloggi di servizio gratuiti connessi con l'incarico ed in temporanea concessione la Rgs segnala in molti degli Uffici Territoriali del Governo (le ex prefetture) «criticità riguardanti il mancato pagamento e l'eventuale correlato recupero delle utenze: acqua, luce, gas, canone televisivo, energia elettrica, riscaldamento, oneri condominiali e Tarsu».
Forestali al mare. Questa indennità corrisposta al Corpo Forestale sarebbe destinata al «personale preposto all'attività di controllo del territorio in zone montane site al di sopra di 700 metri» e invece la «percepiscono, ad esempio, tutti coloro che svolgono servizio presso alcuni Comandi Stazione ubicati lungo la costa, al livello del mare, il cui territorio è solo in minima parte montano».
Sportelli a misura straordinari. «L'evidente squilibrio esistente tra orario di lavoro, fissato in maniera generalizzata per tutti i dipendenti, dalle 7,30 alle 14,42 e l'orario di servizio articolato dalle 7,30 alle 19,30 comporta il necessario ricorso - si legge nel documento del Tesoro - alle turnazioni e al lavoro straordinario per la copertura del servizio nelle ore pomeridiane».
Consulenze della sanità. La Rgs segnala l'affidamento di incarichi di consulenza senza l'attivazione di «procedure comparative e di selezione». Per quanto riguarda invece gli appalti per lavori, servizi e forniture, si segnalano «numerose illegittime proroghe».
Le sorprese dell'Università. «In quasi tutte le verifiche effettuate è emerso il fenomeno degli incarichi professionali, di progettazione e direzione lavori, affidati dagli Atenei - spiega la Rgs - a propri docenti sia a tempo pieno sia a tempo definito, remunerati alla stregua di incarichi attribuiti a soggetti esterni all'Università e, pertanto, con tariffe professionali di gran lunga superiori alla misura degli emolumenti previsti per il personale degli uffici tecnici interni».

FONTE: ilmessaggero.it

sabato 21 novembre 2009

Recessione finita, oppure no... Le variabili da tenere d'occhio


Il presidente degli Usa Barack Obama, alla fine, ha ammesso quello che diversi economisti, spesso fuori dall'ufficialità, dicono da tempo:esiste il rischio di una ricaduta in recessione. O se si vuole, in maniera piùpolitically corret: la ripresa potrebbe assumere le sembianze di una«W». A ben vedere nessuno ha la sfera di cristallo e nessuno, nel territorio inesplorato dell'attuale congiuntura, può dire cosa accadrà da qui a pochi mesi. Certo, probabilmente non vedremo la Borsa tornare nella "Fossa delle Marianne" del 9 marzo scorso (almeno si spera). Ma se la rimonta indosserà un abito a forma di «L», «W» oppure di saxofono (sì, gira anche questa nuova figura per delineare il possibile andamento del Pil) sarà sempre questione di maggiore o minore probabilità di uno scenario rispetto all'altro.
Diamo i numeri...
Nel terzo trimestre 2009, la prima lettura del Pil Usa ha indicato una crescita annualizzata del 3,5 per cento. Un bel balzo rispetto al calo del 6,4% tra gennaio e marzo. Non pochi hanno sentenziato: «Basta con i catastrofismi! Il peggio è alle spalle, siamo fuori dalla crisi». Ok, certo. Ma come dimenticare che il governo di Washington ha profuso a piene mani incentivi e sostegno all'economia? «La ripresa - ribattono molti esperti -è dopata. Bisogna attendere quando il sostegno "pubblico" verrà meno». Il passaggio di testimone tra la politica espansiva dell'amministrazione di Obama e la spesa di Mr e Mrs Smith è fondamentale: dovesse fallire sarebbero guai. Allora senza alcuna pretesa di esaustività, per cercare di capire ciò che può essere, alcune variabili, come riporta la stessa CnnMoney, offrono spunti interessanti. Indicatori legati all'economia Usa, ma che valgono anche per altri mercati.
La disoccupazione preoccupa
Il tasso di disoccupazione, in ottobre, è salito al 10,2%, il massimo negli ultimi 26 anni. Un dato che preoccupa la Casa Bianca. È banale ricordare che più le persone perdono impiego e busta paga, più la propensione al consumo diminuisce. Cioè, la domanda aggregata si sgonfia. Non solo: la mancanza di uno stipendio (che è anche una "tragedia" dell'esistenza, non solo economica) impedisce di pagare le rate dei muti, facendo lievitare le insolvenze. Come dimostrano i numeri: il tasso di morosità dei prestititi sulle multiproprietà di Fannie Mac alla fine di settembre è salito allo 0,62%, contro lo 0,16% del 2008; mentre oltre il 14% dei titolari di mutui per l'acquisto di una casa risulta o insolvente o in ritardo di più di tre mesi sui pagamenti. Insomma, la situazione non è rosea. Bisogna ricordare, peraltro, che gli economisti guardano anche ai "payroll", cioè all'andamento delle buste paga. In ottobre ne sono andate perse più di 190mila, un valore maggiore della media di mensile negativa che ha caratterizzato la recessione del 2001. Se il trend continua... sono dolori.
Le vendite al dettaglio: si spera nel Natale
Negli Stati Uniti le vendite al dettaglio hanno mostrato, negli ultimi mesi, alcuni segnali di ripresa: escludendo le auto (che hanno beneficiato di forti incentivi per le vendite), sono salite in cinque sugli ultimi sei mesi. La National retail foundation, peraltro, stima che lo shopping nell'importantissimo periodo natalizio sarà in flessione dell'1% rispetto allo stesso periodo del 2008. Un andamento migliore delle aspettative allontanerebbe, di molto, i timori di stallo dell'economia. Sarà così? Difficile rispondere: la disoccupazione, cui si aggiunge la stretta sul credito, gioca un ruolo fondamentale. Alcuni economisti, anche in Italia, sottolineano che il problema negli Usa è stato proprio quello di un boom della domanda dopata dal debito. «È ora - sostengono - che gli americani siano meno cicale e diventino più formiche». Si tratta di una bella tentazione teorica. Tuttavia, il consumer spending vale circa il 70% dell'attività economica nazionale. David Wyss, capo economista di S&P's ricorda alla CnnMoney : «Se i consumatori, a Natale, (e già durante il Thanksginving, ndr) avranno paura di fronte alle vetrine, potremmo ricadere in recessione». Si potrà obiettare: ma la spinta deve arrivare dall'Europa e dai paesi (ex) emergenti, Cina in testa. Considerazione plausibile ma, è il commento di molti, ipotizzare una ripartenza senza Stati Uniti è utopia.

FONTE: Vittorio Carlini (ilsole24ore.it)

venerdì 20 novembre 2009

Skype venduto all'asta per 1,3 miliardi


Acquistato su eBay da un gruppo d'investimento privato di cui fanno parte anche i due fondatori del servizio di telefonia

Skype è stato venduto all'asta per 1,3 miliardi di euro. Ad assicurarsi il servizio di telefonia online su eBay un gruppo d'investimento privato di cui fanno parte anche i due fondatori. Prezzo: due miliardi di dollari (1,34 miliardi di euro). Il via libera alla vendita è arrivato dopo che eBay ha risolto il conflitto giuridico con i co-fondatori Niklas Zennstrom e Janus Friis.

SOFTWARE - L'accordo prevede che Skype conservi la proprietà del software attraverso l’azienda di diritti d’autore Joltid Ltd. eBay ha venduto il 70% delle sue quote per 1,9 miliardi di dollari (1,27 miliardi di euro, oltre a 125 milioni di dollari (83,8 milioni di euro) che saranno versati in data successiva: dunque eBay conserva il 30% di Skype. Ai due fondatori del programma di telefonia online va il 14%. Il restante 56% è ora di proprietà del gruppo di investimento, di cui fanno parte i private equity Silver Lake, Joltid Limited, la società Andreessen Horowitz e il Canada Pension Plan Investment.

FONTE: corriere.it


giovedì 19 novembre 2009

Donne manager: le «top 70» italiane pronte per il board


Sono una settantina le donne italiane "ready for board".Sono state selezionate da Professional Women's Association con il supporto di quattro società di head hunting: Eric Salomon & Partners, Heidrick & Struggles; Key2People e Korn Ferry International.

Da Anna Gervasoni, direttore Aifi e ordinario all'Università di Castellanza,a Stefania Celsi, partner in Accenture; da Maria Grazia Filippini, amministratore delegato di Sun Microsystem Italia, a Simona Scarpaleggia, deputy country manager di Ikea Italia e presidente di Valore D; da Anna Puccio, amministratore indipendente di Buongiorno, a Francesca Pasinelli, direttore generale Telethon.

La presentazione della lista è prevista stasera presso la sede di Assolombarda, ma il Sole 24 Ore ha potuto visionare i nomi delle 72 manager ritenute competenti per entrare nei cda delle società quotate.

La selezione si è basata su alcuni criteri di valutazione: la provenienza, il ruolo e le competenze/esperienze. Non sono state fatte differenze sulla provenienza da imprese private, imprese pubbliche di medio grandi dimensioni o imprese no profit. Così come sono state prese in esame professioniste della consulenza, della corporate governance o del mondo accademico.
L'iter delle due proposte dilegge, una alla Camera a firma Lella Golfo e una al Senato a firma Mariaida Germontani, relative all'introduzione delle quote rosa nei consigli di amministrazione delle società quotate prosegue. Nel primo caso, il disegno di legge presentato nel maggio scorso ha già fatto un primo passaggio alla Commissione Finanze della Camera raccogliendo consensi anche fra i rappresentanti dell'opposizione. In questo contesto si inserisce la proposta di Pwa.

«L'iniziativa nasce per dare una risposta all'affermazione che non ci sono donne qualificate per sedere a pieno titolo in un consiglio di amministrazione » spiega Monica Pesce presidente Pwa Milan, aggiungendo: «Il lavoro di definizione del profilo ideale del board member –a prescindere dal genere – apre la discussione sui criteri di merito per la cooptazione all'interno dei cda, rendendola pubblica e trasparente».

Il progetto ha previsto anche il metodo dell'autocandidatura,perché non voleva limitarsi a essere un mero elenco di chi nei consigli di amministrazione siede già: «Aprire alle autocandidature è stato, a mio avviso, molto importante: il nostro obiettivo è raggiungere via via tutte le donne di Italia affinché tutte quelle che hanno un profilo coerente si autocandidino» osserva Rosanna D'Antona, presidente D'Antona &Partners-Gruppo Havas.

In particolare viene sottolineato come siano stati adottati criteri di selezione che potessero essere il più possibile inattaccabili: «La lista che presentiamo non è il risultato di compromessi ma di un processo di selezione rigoroso, nel rispetto di alcuni criteri espliciti e robusti. Con questo progetto vogliamo inoltre generare un circolo virtuoso: la sensibilizzazione corretta, seria, affidabile verso tutti gli stakeholders è il primo necessario passaggio per aumentare il numero di donne presenti nei board» spiega Simona Cuomo, coordinatrice dell'Osservatorio sul Diversity Management, dello Sda Bocconi.

La risposta da parte delle manager è stata numerosa in questi mesi e il risultato è proprio la lista di 72 nomi di professioniste di diversa provenienza. «Credo che questa iniziativa – commenta Simona Scarpaleggia, deputy country manager di Ikea Italia –sia molto utile sia per avere effettivamente un elenco aggiornato e validato di risorse qualificate che possano contribuire allo sviluppo delle aziende nel nostro paese, sia anche per sfatare il falsomito di coloro che dicono di volere inserire donne in posizioni di vertice ma "non ne trovano". È certo una iniziativa che non deve rimanere isolata ma far parte di un insieme più ampio ed articolato di politiche e di attività di inclusione ». Il progetto prevede, infatti, un seguito. Un altro dossier è in lavorazione e sarà presentato nel corso del 2010: conterrà i profili che appartengono all'imprenditoria, al mondo accademico e alla pubblica amministrazione.

FONTE: Monica D'Ascenzo (ilsole24ore.it)

mercoledì 18 novembre 2009

Caffé sì, brioche no: la sobrietà impone qualche rinuncia


Dopo aver raschiato il fondo del barile, i consumatori italiani sono passati alle rinunce. La crisi ha modificato le abitudini di consumo delle famiglie, sviluppando comportamenti virtuosi di accomodamento di bilancio, ma il perdurare delle difficoltà ha lasciato poco spazio alla creatività. Se le risorse non bastano più, infatti, si può solo lavorare di "forbici". Ma quali tagli hanno operato gli italiani? Certamente le vacanze. Il 2009 ha registrato cali nelle presenze alberghiere e nei viaggi. Le famiglie, per esempio, non hanno rinunciato alla vacanza estiva, l'hanno solo ridimensionata privilegiando mete più economiche e meno distanti. «Il numero di viaggiatori estivi non è calato – spiega Antonella Ferrari, presidente del network di agenzie viaggi G40 –, ma il turista ha accentuato la tendenza a prenotare tardi per beneficiare delle occasioni last minute. Una scelta non sempre vincente, perché le offerte scontate legate alla prenotazione anticipata sono molto competitive e, a differenza dei viaggi dell'ultimo minuto, consentono di scegliere la destinazione preferita». Diverso il caso delle seconde vacanze, solitamente invernali, sacrificate sull'altare della crisi. In questo caso, infatti, il taglio drastico è stata una scelta obbligata per molti. Figli della crisi anche i cofanetti vacanze: vere e proprie confezioni "regalo", che variano da 30 a 400 euro circa, che offrono emozioni di vario genere: come il trattamento di bellezza in una Spa, il viaggio-degustazione o il volo in mongolfiera. Nati per variare l'offerta e diversificare i prodotti , hanno riscosso un buon successo proprio in conseguenza del minor potere di acquisto. Anche il tempo libero ha pagato il suo prezzo: le famiglie hanno ridotto le uscite e hanno aumentato il tempo trascorso tra le mura domestiche. Segnale confermato anche dalle vendite dei negozi di elettronica.
«Gli acquisti – spiega Marco Orlandi, responsabile comunicazione di MediaWorld – si sono concentrati su piccoli elettrodomestici legati alla cura della persona e di uso domestico, ma anche su prodotti di alto valore tecnologico come gli i-book e gli smart phone, quindi non oggetti low-cost». Per chi non rinuncia al bar o al ristorante sono scattate le limitazioni. Più caffè, ma meno brioches per la colazione e lo snack del mattino. Maggior oculatezza anche nelle abitudini del pranzo: la bottiglia di vino al ristorante, per esempio, è stata sostituita dal consumo a bicchiere, più economico e salutare. Stesso criterio per l'aperitivo serale: il consumatore privilegia i locali dove su due servizi se ne paga uno. È il caso degli "happy hour" dove si pagano le bevande, ma si mangia gratis. «La parola d'ordine di questo periodo è "niente fronzoli" – spiega Edi Sommariva, direttore generale Fipe – e vale sia per i consumatori, che evitano il superfluo, sia per i pubblici esercizi che riducono l'offerta e ridimensionano il servizio». Tempi duri anche per gli automobilisti: l'atteggiamento comune è l'orientamento verso vetture più piccole e meno inquinanti. «Il mercato si è spostato sempre di più verso le categorie A (le city car) e B – spiega Gianni Filipponi, direttore generale Unrae – e, grazie agli incentivi, verso motori a minor impatto ambientale. In più, a causa degli alti costi del carburante, le auto percorrono meno chilometri». Le nuove abitudini contagiano anche il look. Se il "taglio chinatown" rischia di essere più popolare della classica messa in piega, alla bellezza fisica non si rinuncia, ma si cercano altre soluzioni: gli addetti ai lavori confermano un incremento degli abbonamenti con formule scontate (nelle ore più calme, la mattina o nei fine settimana) o con pacchetti promozionali (fitness più centro benessere). Così come non si è disposti a rinunciare alla qualità, sia nell'arredamento (vedi scheda a fianco) sia nell'abbigliamento e tanto più nelle calzature. «Comprare meno non vuol dire non comprare più – spiega Vito Artioli, presidente Anci (Associazione nazionale calzaturifici italiani) –: è chiaro che non possiamo competere sui prezzi, ma sulla qualità. Su questo fattore vogliamo puntare per rilanciare il mercato italiano, con una campagna per far conoscere il prodotto calzaturiero e attraverso una legge che uscirà a giorni e che impone controlli più accurati sui prodotti in vendita».

FONTE: Rosalba Reggio e Anna Zavaritt (ilsole24ore.it)

martedì 17 novembre 2009

Scontrino con Gratta e Vinci contro l'evasione fiscale


«Rilasciare un tagliando Gratta e Vinci per ogni tot euro di spesa insieme allo scontrino fiscale che, dopo ogni acquisto effettuato, consenta al cliente che lo richiede di partecipare all'estrazione di un premio messo in palio dallo Stato». Il presidente della commissione bicamerale di controllo sugli enti previdenziali e senatore del Pdl, Giorgio Jannone rilancia la proposta che, secondo alcune anticipazioni, non è escluso possa entrare in Finanziaria durante l'esame della Camera.
«La speranza di vincere un premio - afferma Jannone - potrebbe invogliare il cliente a richiedere lo scontrino fiscale. L'obiettivo è quello - spiega - di incentivare i consumatori a richiedere lo scontrino fiscale a commercianti ed esercenti copiando un modello vincente che già esiste in Cina».
«I clienti hanno il vantaggio - afferma il senatore del Pdl - di poter vincere un premio senza alcun esborso aggiuntivo e incentivati da ciò sembra richiedano lo scontrino in percentuali che si avvicinano al 98 per cento».

FONTE: ilsole24ore.it

lunedì 16 novembre 2009

Scudo fiscale: la liquidità punta su BoT, immobili e azioni


Lo scudo fiscale potrebbe portare nel 2009 a una crescita del mercato del private banking italiano superiore al 10%, a fronte di un +4% previsto dallo scenario di base. In termini assoluti, l'incremento sarebbe pari a 50 miliardi di euro, cui si andrebbero a sommare i 28 miliardi del "normale" net inflow delle società del settore e i 4 miliardi legati all'effetto performance. Il mercato potenziale raggiungerebbe così un totale di 886 miliardi, tornando di fatto ai livelli del 2007 dopo il crollo del -9,8% registrato nel 2008. In particolare, la raccolta diretta beneficerebbe in misura maggiore del provvedimento, crescendo del +23,80% a fronte di un +7,10% in assenza della misura governativa. La raccolta amministrata e le assicurazioni registrerebbero rispettivamente un aumento pari al +8,2% e +3,8% (contro il +5,5% e il +1,8 per cento). Rilevante la variazione per il risparmio gestito, che in assenza dello scudo avrebbe segnato un semplice +0,10% restando sostanzialmente stabile nell'anno, mentre nel nuovo regime potrebbe vedere gli asset under management crescere del +2,7 per cento. Sono queste le previsioni dell'Associazione italiana private banking (Aipb), che stima così gli effetti del l'introduzione dello scudo fiscale sul mercato potenziale italiano per l'anno in corso. In particolare, l'analisi Aipb individua anche l'asset mix per tipologia di prodotto delle famiglie con patrimonio superiore ai 500mila euro, restituendo una fotografia accurata dei servizi e degli strumenti privilegiati dalla clientela private (vedi infografica in pagina). I risultati mostrano chiaramente una propensione in favore dei prodotti a più basso rischio o a capitale garantito. In questa fase di crisi, sono i titoli di Stato italiani gli strumenti più gettonati, preferiti dal 73% dei clienti, mentre alta resta la propensione per le azioni italiane e il mattone (69%). In termini di flussi, invece, le assicurazioni attirano il 18% della torta totale; seguite da obbligazioni bancarie e gestioni patrimoniali (ambedue al 16 per cento). Buona la propensione alla liquidità (11%), mentre le azioni e i fondi restano fermi in coda, con l'8 e il 6% rispettivamente. Articolati i trend di acquisto dei singoli prodotti finanziari. Stando ai dati Aipb, il 96% dei clienti private ha comprato o si è dichiarato interessato ai prodotti del risparmio amministrato, contro il 76% per il risparmio gestito e il 59% per i prodotti assicurativi. Nelle tre categorie, spiccano rispettivamente i titoli di Stato italiani ("desiderati" dal 73% degli intervistati), i fondi di investimento monetari puri (dal 40%) e le polizze vita tradizionali (dal 33 per cento). In forte crescita l'acquisto di azioni italiane (detenute dal 69% dei clienti), mentre resta sempre alto l'interesse per case e beni immobili (un buon investimento secondo il 79% delle famiglie private). Più in generale, secondo Aipb, lo scenario risulta complessivamente positivo, grazie anche all'effetto dello scudo fiscale. Secondo Bruno Zanaboni, segretario generale Aipb, «il valore degli asset gestiti per la clientela private da parte delle istituzioni specializzate ha registrato a fine 2008 un calo del 5,1% a fronte di un calo internazionale stimato da PricewaterhouseCoopers al 14,7%; da marzo 2009 ha cominciato a registrare un recupero del 2%, un trend che, in assenza di shock imprevisti, dovrebbe allinearsi all'aumento del 4% a fine anno». Stefano Calvi, direttore del client advisory private banking Italy di Vontobel, commenta così gli effetti dello scudo e della crisi sugli asset mix: «In linea di massima la clientela cerca maggiore protezione e trasparenza, nonché minori costi da sostenere. I capitali che rientreranno con lo scudo fiscale rimarranno prevalentemente investiti presso gli operatori di cui ci si è avvalsi per l'operazione. L'ipotesi di reinvestirli in immobili o in aziende, benché sia verosimile, non credo possa riguardare una grande percentuale di soggetti; inoltre non ci saranno grossi cambiamenti nell'asset mix dei portafogli, dato che i clienti continueranno ad avere la stessa propensione al rischio». «Le gestioni patrimoniali piacciono – dice Carlo Gentili, ad di Nextam Partners Sgr – perché rappresentano la via più semplice e con meno costi occulti per riportare in Italia i patrimoni esteri. Gli istituti bancari cercano di attirare i clienti offrendosi di pagare gli oneri di trasferimento, ma nelle offerte pubblicitarie non vanno a chiarire bene quelle che saranno le spese. Consiglierei anche di prestare attenzione ai bond che dovrebbero ripagare interamente il costo del 5% previsto per il rimpatrio; ho il timore che queste proposte servano a vendere titoli tossici e illiquidi».

FONTE: ilsole24ore.it

domenica 15 novembre 2009

Istat: il Pil torna positivo dopo 5 trimestri in rosso: +0,6%


Il Pil è tornato a crescere nel terzo trimestre del 2009, dopo 5 trimestri di risultati negativi, segnando +0,6% sul trimestre precedente. Su base tendenziale é diminuito del 4,6%. Sono le stime dell'Istat, espresse in valori concatenati con anno di riferimento 2000, corrette per gli effetti di calendario (il terzo trimestre ha avuto 4 giornate lavorative in più del trimestre precedente e una in più rispetto al 2008) e destagionalizzato. Il dato acquisito per il 2009 passa a -4,8% da -5,1% stimato a settembre. All'Istat hanno spiegato che l'aumento congiunturale del Pil é il risultato di un aumento del valore aggiunto dell'industria e dei servizi e di una diminuzione del valore aggiunto dell'agricoltura. Il risultato congiunturale é il migliore dal quarto trimestre del 2006. Nel terzo trimestre, il Pil é aumentato, su base congiunturale, dello 0,9% negli Usa; é diminuito, invece, dello 0,4% nel Regno Unito. L'Istat ha rivisto lievemente al ribasso il dato tendenziale relativo al secondo trimestre 2009, da -5,9% a -6 per cento.

FONTE: ilsole24ore.it

sabato 14 novembre 2009

La via italiana alla green economy


Green economy, il made in Italy c'è. E non è fatto solo di Fiat, con i suoi motori a basso impatto ambientale, che ha permesso al gruppo torinese di prendersi in carico la Chrysler, ricca di modelli senza limiti ai consumi. O della Landi Renzo, l'azienda di Reggio Emilia, leader mondiale degli impianti per i motori a metano e Gpl. La green economy in salsa italiana non è solo la produzione di energia da fonti rinnovabili o il recupero e riciclaggio di carta o plastica. La green economy modello italiano è un filo conduttore che lega tutto il made in Italy, attraversa i territori, come i prodotti agroalimentari a "km zero", tocca i settori industriali di punta. È strettamente legata al concetto di qualità. Di alta qualità. Green economy, in sintesi, uguale stile italiano. E con risultati importanti: produzione ed export di green economy hanno senz'altro retto meglio alla grande crisi, visto che generalmente i consumatori di queste nicchie di mercato hanno disponibilità economiche maggiori e una propensione alla spesa meno legata alla congiuntura. L'industria italiana della green economy c'è, e mondo della politica e mondo delle imprese s'interrogano (martedì prossimo a Roma, nel corso del convegno «Green Italia» organizzato da Symbola e Fondazione Farefuturo, con conclusioni di Ermete Realacci e Gianfranco Fini, presidente della Camera e di Farefuturo) su come tutelare e implementare un modello ricco di esempi virtuosi che fanno scuola, ma che stentano a fare sistema. Un mercato verde che secondo le stime di Symbola-Farefuturo realizza un fatturato di 10 miliardi l'anno, con 300mila addetti. Le due fondazioni pensano a regole condivise dai produttori, standard di qualità, tecnologie pulite, difesa dei consumatori, con l'obiettivo di non far degenerare (e banalizzare) il tutto in appesantimenti formali e burocratici che potrebbero fermare la green economy. Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico e segretario generale della Fondazione Farefuturo, spiega: «L'Italia ha le risorse imprenditoriali e qualitative per vincere le sfide ambientali. Dobbiamo fare in modo che la difesa ambientale diventi un'opportunità per le imprese e non una penalizzazione».

FONTE: Nino Ciravegna (ilsole24ore.it)

giovedì 5 novembre 2009

Eurozona: tassi invariati all'1% A breve la conferenza stampa di Trichet


I tassi di interesse nell'area dell'euro restano fermi all'1 per cento. Come ampiamente atteso, così ha deciso il Consiglio direttivo della Banca centrale europea riunito a Francoforte, confermando per il sesto mese consecutivo livelli di riferimento che rappresentano i minimi mai praticati dalla nascita dell'euro. Il tasso sulle principali operazioni di rifinanziamento resta quindi all'1%; il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginali resta all'1,75%, mentre il tasso che la stessa Bce pratica sui depositi di breve termine che detiene per conto delle banche commerciali resta allo 0,25 per cento. Il quadro di insieme vede alcuni segnali di miglioramento dell'economia, sia a livello globale che nell'area dell'euro, in cui le ultime indagini congiunturali sull'attività delle imprese hanno mostrato miglioramenti nell'industria e nei serivizi. Ma non mancano i problemi, come il nuovo calo dei consumi a settembre, mentre permangono ombre sul mercato del lavoro, dove sono attesi nuovi aumenti della disoccupazione. Inoltre negli ultimi giorni si è assistito a unritorno di volatilità sui mercati finanziari. Ora l'attenzione di mercati e analisti si focalizzerà sulla consueta conferenza stampa esplicativa del presidente, Jean-Claude Trichet, alle 14 e 30. Oltre a eventuali orientamenti sui tassi, si cercherà di cogliere possibili spunti su un'altra questione che potrebbe essere esaminata dal Consiglio: la durata di tutto l'insieme di condizioni straordinarie di politica monetaria espansive, come le abbondanti liquidità immesse nel sistema bancario. Intanto la Banca d'Inghilterra (BoE) ha lasciato invariati i tassi di interesse allo 0,5%, livello minimo nella storia dell'istituto. La BoE, d'altra parte, ha deciso di espandere il proprio programma di allentamento quantitativo attraverso l'acquisto di bond a 200 miliardi di sterline dai precedenti 175. Il programma, la cui entità potrà essere ulteriormente rivista, sarà completato in tre mesi.

FONTE: ilsole24ore.it

mercoledì 4 novembre 2009

Ue: ripresa «graduale» Italia frenata dal debito


L'economia europea è in ripresa, una ripresa graduale. Lo afferma la Commissione europea nelle previsioni d'autunno. Quest'anno la crescita del Pil sarà negativa a quota -4% (stessa stima di settembre), nel 2010 sarà positiva a +0,7%, nel 2011 a quota 1,5%. Tutti paesi dell'Eurozona quest'anno saranno in crescita negativa (nella Ue fa eccezione solo la Polonia). Il miglioramento delle prospettive economiche, indica Bruxelles, «è parzialmente dovuto a fattori temporanei». Come l'impatto delle misure pubbliche svanirà nel 2010 l'attività globale è prevista procedere a un ritmo più leggero. La domanda interna dovrà fronteggiare diverse difficoltà per cui la bassa capacità di utilizzo degli impianti, la domanda debole, i profitti limitati e la crescita del credito "moderata" faranno sì che gli investimenti non riprenderanno fino al 2011. Anche se il consumo privato è stato un fattore di stabilizzazione durante la recessione, la spesa futura sarà molto cauta o diminuirà a causa della necessità di liberarsi dai debiti e delle prospettive del mercato del lavoro (disoccupazione). Un ulteriore fattore restrittivo è dovuto alcalo della crescita potenziale. Ecco perché «dopo un periodo iniziale di ripresa la crescita del pil nella Ue e nell'Eurozona è prevista rallentare prima di riguadagnare terreno nella seconda metà del 2010 e oltre». Ciò è esemplificato dal profilo di crescita trimestrale: nell'Eurozona il terzo trimestre sarà di crescita finalmente positiva +0,5%, seguiranno 0,2%, 0,1%, 0,1, 0,2%, 0,3%, 0,4%, 0,5% nel secondo trimestre 2011. Il 2010 e il 2011 saranno gli anni della ripresa "graduale", che sarà guidata dai consumi privati e dalle esportazioni. Il basso grado di indebitamento delle famiglie, la relativa solidità del sistema finanziario, l'assenza di una bolla speculativa immobiliare minimizzeranno secondo la Commissione europea gli effetti negativi sulla ricchezza della crisi finanziaria globale. Si prevede che le famiglie ridurranno il risparmio cautelativo che è stato tipico degli anni 2008 2009. Il potere d'acquisto riprenderà dopo le perdite del 2008 grazie a una moderata inflazione anticipata per il periodo 2009-2011. In Italia ripresa moderata. Dopo la crisi la ripresa in Italia «sarà moderata» e «anche quando prenderà piede le debolezze strutturali incluso il debito pubblico molto elevatocontinueranno a pesare sull'economia». E' questo il giudizio della Commissione europea contenuto nelle nuove stime economiche pubblicate oggi. Nel complesso dal primo trimestre 2008 al secondo trimestre 2009 la perdita cumulativa di Pil in Italia è stata del 6,5%, simile a quella registrata in Germania «ma più alta della maggior parte dei paesi dell'Eurozona». Le politiche del governo in risposta alla crisi «sono state limitate dalla fragilità delle finanze pubbliche in particolare dal debito pubblico molto elevato». Gli sforzi sono stati "limitati" a riallocare la spesa pubblica verso quei settori necessari a rafforzare la crescita limitando l'impatto per i gruppi sociali più vulnerabili. La ripresa sarà moderata trimestre su trimestre. Il profilo di crescita viene indicato dalle stime così: dopo la crescita negativa nel secondo trimestre (-0,5%) avremo un terzo trimestre con un Pil a +0,8%, un quarto +0,1%, nei primi due trimestri 2010 +0,1%, poi terzo trimestre 2010+0,25, +0,4% nel quarto. Nella seconda metà di quest'anno la crescita recupererà un po' di forza. Cionostante la profondità della caduta della produzione significa che per il 2009 nel suo complesso l'Italia registrerà la più brusca caduta da decenni. Peraltro, nota Bruxelles, la caduta dell'economia è cominciata prima dell'approfondirsi della crisi finanziaria a causa di problemi strutturali tra i quali la bassa crescita della produttività che «ha indebolito l'economia». Nonostante qualche miglioramento nella seconda metà dell'anno dell'export, i volumi declineranno di oltre il 20% su base annua. Il contributo netto dell'esportazione sarà negativo e si verificherà una «drastica riduzione del già basso grado di apertura dell'economia». La spesa per investimenti calerà di oltre il 12% in termini di volumi nel 2009, gli investimenti in equipaggiamenti risentiranno del deterioramento dei profitti e delle bassa utilizzazione degli impianti. Grazie agli incentivi fiscali per l'acquisto di beni durevoli (soprattutto rottamazione auto), i consumi privati hanno avuto una 'ripresa dolce' nel secondo trimestre e tale ripresa guadagnerà forza nel resto dell'anno trasferendo nel 2010 un impulso positivo.

FONTE: ilsole24ore.it

martedì 3 novembre 2009

Provincia per provincia, la geografia dei super-ricchi


È un po' come percorre la penisola, seguendo i "punti cardinali" della ricchezza. Così, calcando le orme dell'Italia più facoltosa, si parte daMilano, per arrivare, provincia per provincia, fino a Vibo Valentia. È la fotografia che emerge da una ricerca realizzata dall'Associazione italiana private banking e da Prometeia che misura, a livello provinciale, la ricchezza complessiva e il numero di famiglie italiane il cui patrimonio finanziario supera i 500mila euro.
Nella top five, come anticipato da Sole24Ore.com, Milano, Roma,Torino, Bologna e Brescia che, con un totale di 291, 4 miliardi di euro (177 mila famiglie), rappresentano da sole più del 30% della ricchezza nazionale. In sesta posizione la provincia di Napoli, dove si trovano 22,3 miliardi di euro, il 59% del patrimonio detenuto nell'intera regione. Sempre rimanendo in Campania, seguono, ma a grande distanza, Salerno (7 mld di euro, il 18,5%), Caserta (4,7 mld, il 12,5%) e Avellino (2,5 mld, il 6,7%).
Una forte concentrazione della ricchezza si riscontra anche in altre regioni, prima tra tutte il Lazio. Nella sola provincia di Roma, la seconda nella classifica nazionale con 63,2 miliardi di euro, si trova l'85,3% della ricchezza regionale. Al secondo posto Frosinone che, con 4,2 miliardi di euro, rappresenta solo il 5,7% del patrimonio laziale. Situazione analoga in Umbria, dove è la provincia di Perugia a prendersi la parte più importante della torta, con il 77,9% dell'intera regione, in Molise, con Campobasso al 68,8%, in Basilicata, dovePotenza rappresenta oltre il 66% della ricchezza regionale e inLiguria, con Genova al 66,7%. Più distribuita, invece, la ricchezza in Veneto, dove a primeggiare èVerona, l'ottava provincia nella classifica nazionale che, con 20,5 miliardi di euro, rappresenta il 23,6% del patrimonio regionale. Seguono a distanza ravvicinata Padova (18,4 mld e il 21,2%) e Vicenza (15 mld e il 17,3%).
Chiudono la classifica nazionale due province calabresi, Vibo Valentia, il cui patrimonio è pari a 377,5 milioni, il 4,6% del totale regionale e Crotone (600,4 milioni e il 7,3%). Complessivamente la ricchezza degli italiani facoltosi si concentra nelNord, che detiene il 67,91% della torta con una crescita del 4,11% rispetto al 2008, seguito dal Centro (18,38%, con un aumento del 3,56%) e dal Sud che, insieme alle isole, rappresenta il 13,7% (+3,68%).

FONTE: Ilaria Verunelli (ilsole24ore.it)

lunedì 2 novembre 2009

Web advertising, cresce il peso dei siti di social network


Negli Usa circa un'inserzione su cinque su Internet è vista su siti di social networking, Facebook e MySpace in testa. La rilevazione della società di ricerca specializzata comScore riporta al centro del dibattito sui media digitali il ruolo delle reti sociali quale canale di sbocco per iniziative di marketing e comunicazione pubblicitaria. Inizialmente snobbati dai grandi inserzionisti, questi siti stanno diventando sempre più appetibili – e di fatto alternative sempre più importanti rispetto ai grandi portali Web – grazie ai costi contenuti e di pari passo con la loro crescente popolarità fra gli utenti.
Più precisamente, lo studio di comScore riconosce ai social media di aver distribuito il 21,1% delle inserzioni on line negli Usa nel mese di luglio, con MySpace (il social media che raccogli più inserzioni) e Facebook (il quarto sito in assoluto più visto al mondo) a fare la parte del leone avendone raccolto insieme oltre l'80%. Pubblicità on lien sempre più "social network oriented" quindi? Sì ma con due doverose premesse. Su Facebook & Co. le inserzioni pubblicitarie valgono ancora poco e per la precisione, stando ai dati di eMarketer, nell'ordine dei 2,2/2,5 miliardi di dollari su scala globale, una cifra pari al 5% circa del gettito complessivo dell'advertising on line. Negli anni a venire l'andamento della pubblicità sui social site sarà di costante crescita – nel 2011 il giro d'affari dovrebbe superare quota 3,1 miliardi di dollari, di cui due terzi generati negli Usa – ma andrà nel tempo a diminuire la sua incidenza nel computo totale della spesa in pubblicità sul Web.
Il dato, sempre di eMarketer, si riferisce al mercato americano e rileva come nel 2013 solo meno del 4% della torta di oltre 42 miliardi di dollari che verranno spesi in banner, parole chiave e annunci digitali saranno veicolati attraverso i social media. Previsioni che potrebbero anche essere clamorosamente smentite tanto in difetto quanto in eccesso. Molto dipenderà infatti da come i vari Facebbok, MySpace e Twitter sapranno mantenere gli attuali livelli di diffusione e crescita in termini di utenti e da come sapranno cavalcare il business dell'advertising on line. Le reticenze di Twitterverso le inserzioni pubblicitarie e la conseguente difficoltà del sito di micro-blogging più famoso al mondo di identificare il modello di business più efficace per produrre utili sono un esempio lampante di quanto possa essere variabile il peso dei "social network" nell'economia del mercato dei media digitali.

FONTE: ilsole24ore.it