martedì 30 marzo 2010

Affare fatto, Ford vende Volvo ai cinesi


Dopo lunghi negoziati gli americani incassano 1,8 miliardi contro i 6,4 pagati nel '99

Sotto il profilo economico, non è stato un affare. Ford acquisì il marchio Volvo nel 1999 per 6,45 miliardi di dollari e l'ha rivenduto alla Geely per 1,8, circa 1,3 miliardi di euro. Ma il mondo dell’auto è cambiato e l'operazione formalizzata ieri dal responsabile finanziario della Casa americana Lewis Booth e dal Ceo del gruppo cinese, il miliardario Li Shofu (dopo quattro mesi di complesse trattative che solo una settimana fa sembravano sul punto di naufragare), va analizzata in un'ottica diversa e sotto una duplice prospettiva.

Da un lato la filosofia «One Ford» varata da Alan Mulally, 63 anni, il manager che dal settembre 2006 guida il gruppo di Dearborn e che ha salvato e rilanciato senza aiuti governativi il secondo colosso Usa. La corsa solitaria di Ford, in controtendenza con gli altri costruttori globali sempre a caccia di alleanze, prevedeva la dismissione dei brand non strategici. Così è stata sacrificata l'intera gioielleria di famiglia: nel 2007 Aston Martin (ceduta a una cordata di investitori guidata da David Richards), nel 2008 l'accoppiata Jaguar-Land Rover (a Tata), ora la Volvo passata ufficialmente alla Zhejiang Geely Holding.

L'ottica dei cinesi è altrettanto chiara: realizzeranno una fabbrica Volvo a Pechino, ma soprattutto utilizzeranno il know how tecnologico e la rete commerciale della Casa di Göteborg per mettere un piede in Occidente. Lentamente, a piccoli passi ma con lungimirante pragmatismo, i costruttori del Paese che vanta il primo mercato mondiale lanciano la loro sfida planetaria.

La piccola Zhejiang Geely è in pole position. Ha iniziato a produrre auto soltanto nel 1998, ma è la principale società automobilistica privata cinese con quartier generale nel Sud-Est, provincia di Zhejiang. Il gruppo è valutato 2,05 miliardi di dollari e dà lavoro a 12.000 dipendenti, con una capacità produttiva di 300.000 veicoli l’anno. La Volvo (dal latino volvere: rotolare, scorrere) diventa per Li Shofu - unico proprietario di Geely - una vetrina sul mondo.

Fondata a Goteborg da Assar Gabrielsson e Gustav Larsson nel 1927 come sussidiaria della Skf, produttrice di cuscinetti a sfera, fin dagli albori Volvo diventò sinonimo di sicurezza. Non a caso nell'agosto 1959 lanciò le prime cinture a tre punti al mondo, montate di serie sulla PV544. Nel 1964 Volvo aprì la fabbrica di Torslanda, che resta uno dei più importanti siti produttivi, nel 1965 venne inaugurato l'impianto di Gand, in Belgio (oggi secondo per importanza), nel 1975 Volvo ereditò il comparto auto dell'olandese DAF e firmò un accordo con Peugeot e Renault per realizzare un motore di successo, il PRV, adottato poi da numerosi modelli, compresa la Lancia Thema. Nel 1989 venne aperto un nuovo impianto a Uddevalla, in joint-venture con la Pininfarina, dove nascono vetture di nicchia e di prestigio, tra cui la bella cabriolet V70.

Volvo non ha mai rallentato sul fronte dell'innovazione, pur dovendo fronteggiare un mercato in calo che nel 2009 ha visto scendere ancora le vendite a 334.808 vetture (-11%). La scommessa è impegnativa per Geely, che acquisisce una Casa con un fatturato cinque volte maggiore e dovrà anche tranquillizzare i sindacati svedesi, perché in gioco ci sono 22 mila dipendenti in tutto il mondo. La cessione del marchio inoltre non impedirà a Ford di continuare a produrre, per qualche anno, le Volvo S40 e S80 in Cina attraverso le joint venture con Chongqing Changan e Mazda.

Nel futuro del marchio c'è un modello molto importante in arrivo. La S60 presentata al Salone di Ginevra è un moderno crossover lungo 4,63 metri con linee da coupé, decisamente sportive, e propone livelli di sicurezza mai visti in precedenza. Ad esempio il Pedestrian Detection che rileva la presenza di pedoni «invisibili» al guidatore e frena automaticamente. L'obiettivo Volvo è venderne 90 mila unità l'anno. «Quest’anno - ha spiegato l’Ad Stephen Odell - prevediamo di produrre 390.000 vetture. E i conti, dopo il rosso di 934 milioni di dollari del 2009, torneranno positivi».

FONTE: Piero Bianco (lastampa.it)

lunedì 29 marzo 2010

Tariffe, in arrivo stangata da oltre 700 euro all'anno per le famiglie


I principali aumenti riguardano autostrade, benzina, aeroporti, bollette di gas, acqua e rifiuti

Dall'aggiornamento delle tariffe in programma ad aprile si prevede una «stangata» pari a maggiori spese annuali per 761 euro a famiglia. È la stima di Adusbef e Federconsumatori, che prevedono «una ulteriore contrazione dei consumi che influirà negativamente sulle produzioni e sul mercato». Responsabili principali degli aumenti sono «i rincari autostradali, il continuo aumento del prezzo della benzina nonché - indica una nota - l'aumento stimato dal primo di aprile per la bolletta del gas del 3% pari ad un aumento di 34 euro annui dopo quello avvenuto precedentemente di 28 euro». «Dopo i drammatici dati relativi alle ore di Cig, sopra il miliardo, ed il continuo aumento del tasso di disoccupazione all' 8,5 % che, oltre i drammi sociali ed individuali, comporteranno una caduta del potere di acquisto delle famiglie italiane di 565 euro annui, si aggiunge ora una vera e propria stangata alle famiglie», commentano le due organizzazioni presiedute da Elio Lannutti e Rosario Trefiletti.

I RINCARI MAGGIORI - Nel dettaglio, l'assicurazione auto costerà 130 euro in più, le tariffe aeroportuali ben 65 euro (130 milioni di passeggeri-costi diretti ed indiretti) in più mentre quelle autostradali 60 euro in più. Il ricorso per multe e i contenziosi comporterà un esborso di ulteriori 55 euro. Per gas, acqua e rifiuti le famiglie tireranno fuori mediamente 62, 18 e 35 euro in più. L'aumento dei servizi bancari costerà altri 30 euro aggiuntivi e l'aumento delle rate dei mutui circa 80 euro. La spesa per i carburanti comporterà un aggravio di 171 euro e quella per i treni di 65 euro. Un sollievo arriverà solo dalle tariffe elettriche (-10 euro). «Dall'aggiornamento ad aprile - spiegano le due associazioni - ogni famiglia subirà quindi maggiori spese per 761 euro annui, senza contare i costi indiretti che questi aumenti provocheranno sul tasso di inflazione». Trefiletti e Lannutti ricordano che «era stato promesso l'impegno a bloccare le tariffe. Ma - aggiungono - a conti fatti ora abbiamo capito perché questo governo si è voluto definire "del fare". E cioè per permettere di "fare" aumentare le tariffe e la pressione fiscale».

AISCAT, NON PREVISTO AUMENTO - Ma l'Aiscat, l'associazione delle concessionarie autostradali, smentisce all'annuncio di Federconsumatori e Adusbef. Non è previsto alcun aumento delle tariffe autostradali: l'allarme lanciato da alcune associazioni dei consumatori è assolutamente infondato. «Annunci del genere, a meno di 24 ore dalle elezioni» suonano spiacevolmente sospetti». L'Aiscat precisa che«»gli aumenti non sono previsti dalle norme e, tanto meno, dai contratti secondo i quali gli incrementi delle tariffe vengono decisi una sola volta all'anno in concomitanza con l'inizio del nuovo anno».

CONTROREPLICA - La nota di Adusbef e Federconsumatori sui calcoli della stangata di 761 euro «rappresenta un aggiornamento ai rincari scattati, ma non precedentemente conteggiati, come quelli delle tariffe autostradali». Le due associazioni di consumatori rispondono alla replica dell’Aiscat sui rincari di varie tariffe per le famiglie italiane.

FONTE: corriere.it

L’EUROCRAZIA SI PRENDE L’ARMA. PER OPERAZIONI SPECIALI


«Aboliscono i Carabinieri», sussurra un maresciallo preoccupato. Per un inspiegato decreto eurocratico, non devono più esistere Polizie militari nei Paesi europei. Entro il 2011, se abbiamo capito qualcosa dell’ambiguo e silenzioso progetto, il nostro maresciallo preoccupato non sarà più «maresciallo» ma ispettore; l’appuntato diverrà «assistente», un brigadiere capo sarà sovrintendente, insomma saranno trasformati in agenti di polizia civili, senza stellette. Dipendenti degli Interni e non della Difesa. I Paesi che non aboliranno la loro Polizia militare andranno incontro a gravi sanzioni europee.

E tutto ciò, avviene nel più completo silenzio e senza la minima protesta. I Carabinieri sono, fra le istituzioni, quella che gode della maggiore e più costante fiducia dell’opinione pubblica; costantemente, i sondaggi mostrano che gli italiani lo sentono il corpo più sicuro, colonna storica della nazione: possibile che nessun politico o giornale sollevi la questione? Che tutti in silenzio accettino la cancellazione di un ente di così precisa identità, con due secoli di storia e tradizione militare? L’Arma ha da poco conquistato lo status di quarta forza armata (alla pari con l’Esercito, l’Aviazione , la Marina), ossia un’autonomia che gli alti ufficiali hanno fortemente voluto (e brigato, con la loro potenza ragguardevole presso la politica); è possibile che i generali adesso cedano quella autonomia ed autogoverno senza fiatare? Per quanto «usi a obbedir tacendo», la cosa appare strana.

La risposta si trova forse nel fatto che non tutti i carabinieri passeranno alla Polizia di Stato. Una parte del personale - soprattutto gli ufficiali - rimarrà nell’Arma, e manterrà le sole funzioni di polizia militare: non più però come corpo al servizio dell’Italia, ma come corpo sovrannazionale.

Confluendo in un nuovo leviatano eurocratico, denominato «Eurogendfor», orwelliana sigla per Forza di Gendarmeria europea. (http://www.eurogendfor.eu/)

Eurogendfor è nata in Olanda il 18 ottobre 2007 col «trattato di Velsen» (uno dei tanti trattati di cui i cittadini non sanno nulla), firmato dai Paesi che sono dotati di Polizie militari: Francia (Gendarmerie), Spagna (Guardia Civil), Portogallo (Guardia nacional) e Olanda (Marechaussée) e ovviamente, per l’Italia, i Carabinieri.

Eurogendfor è una super-polizia sovrannazionale. Cioè (articolo 5) «a disposizione della UE, dell’OSCE, della NATO o di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche». Una forza «pre-organizzata e dispiegabile in tempi rapidi» e capace «di eseguire tutti i compiti di polizia previsti nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi».

Quali crisi? Si allude cripticamente a quelle definite «nel quadro della dichiarazione di Petersberg». Così, ecco un altro trattato ignorato dai cittadini. Poche righe ufficiali avvertono che «Il Consiglio ministeriale della UEO, riunito a Petersberg, presso Bonn, approvò, il 19 giugno 1992, una Dichiarazione che individuava una serie di compiti, precedentemente attribuiti alla stessa UEO, da assegnare all’Unione Europea; le cosiddette ‘missioni di Petersberg’ sono le seguenti: missioni umanitarie o di evacuazione, missioni intese al mantenimento della pace, nonché le missioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace». (http://europa.eu/scadplus/glossary/petersberg_tasks_it.htm)

Ea UEO è un vecchio arnese dell’atlantismo bellico, sopravvissuto alla guerra fredda. Adesso scopriamo che parte dei suoi compiti sono stati assunti dalla UE. E che i Carabinieri fanno parte di una forza armata permanente per «interventi umanitari», «guerra al terrorismo» ed altre guerre senza fine e non dichiarate, come sono diventate d’attualità dopo la scomparsa del Nemico sovietico. Evidentemente, questi conflitti devono essere resi permanenti. I nuovi carabinieri de-nazionalizzati interverranno in tutto il mondo. Non è chiaro se interverranno anche per sedare «crisi» sociali in Europa, contro i loro stessi cittadini. Apparentemente sì: Eurogendfor potrà svolgere sul suolo italiano tutte le attività sopra descritte. Si aspettano chiarimenti.

La formazione del corpo militare eurocratico è già avanzata. A Gennaio, Maroni ha inviato (alla chetichella) osservatori in Francia per studiare le soluzini adottate da Sarkozy per la denazionalizzazione della Gendarmerie e la riduzione dei suoi membri di basso livello a poliziotti.

Uno degli aspetti inquietanti è la sede scelta per Eurogendfor: la caserma dei carabinieri «Generale Chinotto», che si trova a Vicenza. La stessa città dove è situata la più grande base militare statunitense in Italia, base che non è a disposizione della NATO ma soltanto del Pentagono, che vi mantiene un buon numero di testate nucleari.

Gli americani avranno voce in capitolo nell’ordinare le «missioni» per Eurogendfor? Viste le comprovate politiche subalterne dell’eurocrazia, il sospetto è lecito. Potrebbe chiarirlo la lettura accurata del trattato di Velsen: un trattato che non è dato leggere da nessuna parte. Non è stato allegato nemmeno alla proposta di legge della costituzione di Eurogendform per la parte italiana, presentata il 28 dicembre 2009. Vi è solo un riassunto del trattato, ad istruzione dei parlamentari che devono ratificarlo. E’ allegata anche la «dichiarazione d’intenti» firmata nel 2004, ma il trattato di Velsen (che consta di 47 articoli) no. Curioso.

E chi comanda su Eurogendfor? Un comitato interministeriale (orwellianamente CIMIN) con sede pure a Vicenza, composto dai rappresentanti ministeriali dei Paesi aderenti (per l’Italia, Difesa ed Esteri). Questo CIMIN esercita in esclusiva il «controllo politico» sulla nuova Polizia militare e decide di volta in volta le condizioni di ingaggio di Eurogendfor; e al Cimin solo Eurogendfor risponde. In altre parole, Eurogendfor non risponde ad alcun Parlamento, nè nazionale nè europeo.

E se già così la cosa appare di una gravità assoluta, (una forza di Polizia militare sovranazionale che non risponde delle proprie azioni ad alcun parlamento, ma solo ad un comitato interno) è leggendo il disegno di legge numero 3083 - A, passato al Senato (anche in questo caso nel più assordante silenzio) il 4 marzo 2010, che si coglie la assoluta pericolosità di tale struttura.

Infatti leggendo gli atti si scopre che la Eurogendfor (già assolutamente attiva e funzionante benché l’Italia ancora non abbia ratificato), SOSTITUENDO e/o rinforzando le forze di polizia aventi status civile, può compiere un ampio spettro di attività:

- garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico;

- eseguire compiti di polizia giudiziaria;

- monitorare la polizia locale nell’adempimento dei propri servizi

- compiere investigazioni criminali

- dirigere la pubblica sorveglianza

- regolamentare il traffico

- operare come Polizia di frontiera

- acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence

- proteggere la popolazione e la proprietà,

- ecc..


Ma ancora non basta, perché questa super Polizia sovranazionale gode anche di una sorta di totale immunità a livello internazionale. Infatti, leggendo il trattato si apprende che:

Articolo 21) i locali, edifici, archivi (anche informatici ed anche se non ivi presenti) appartenenti ad Eurogendfor sono inviolabili;

Articolo 22) le proprietà ed i capitali di Eurogendfor sono immuni da provvedimenti esecutivi dell'autorità giudiziaria;

Articolo 23) tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possono essere intercettate;

Articolo 28) i Paesi firmatari rinunciano a chiedere un indennizzoper danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni. L’indennizzo non verrà richiesto neanche in caso di ferimento o decesso del personale di Eurogendfor;

Articolo 29) gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in uno specifico caso collegato all’adempimento del loro servizio.


E’ stata, in altri termini, creata una sorta di struttura militare sovranazionale che potrà operare in qualsiasi parte del mondo, sostituirsi alle forze di Polizia locali, agire nella più totale libertà (leggi immunità) e che, al termine dell’ingaggio, dovrà rispondere delle sue azioni al solo comitato interno.

Ora diventa forse più chiaro perché nessun vertice dell’Arma dei Carabinieri ha mosso alcuna obiezione alla legge di riforma che la vuole sotto le dirette dipendenze del ministero dell’Interno.

A finire sotto quel ministero saranno solo i sottufficiali e la truppa. Per gli ufficiali, l’Arma aumenta il suo potere: dovrà rispondere solo al CIMIN (ovvero a ufficiali e rappresentanti del ministero Esteri e Difesa); manterrà i suoi poteri in Italia e anzi nel mondo, e facendo parte dell’Eurogendfor, godendo di privilegi e immunità che prima non avevano, fino ad una totale immunità e insindacabilità. Lo status di cui già godono anche più inquietanti «istituzioni» europee, da Eurojust (procuratori d’accusa) e Europol, anch’essi insindacabili e persino sonosciuti ai cittadini europei - ammesso che siamo ancora cittadini.

di Solange Manfredi

sabato 27 marzo 2010

Fisco: al via nuovo 730, vademecum per 17 milioni di contribuenti


Una «mappa» completa del modello di quest'anno, dal «perchè» conviene usarlo a «come» rimediare agli errori, con un memo delle date da ricordare

Missione 730 a tutto tondo. L'operazione «compilazione» entra nel vivo e l'Agenzia, con la circolare numero 16/E di sabato 28 marzo offre una mappatura completa del modello di quest'anno, dal «perchè» conviene usarlo a «come» rimediare agli errori, con un memo delle date da ricordare e un vademecum per l'assistenza fiscale offerta da datori di lavoro o enti pensionistici, Caf e professionisti abilitati. Ecco le «cinque W» del 730/2010.
CHI PUÒ CONSEGNARE IL 730 - Possono utilizzare il 730 i lavoratori dipendenti, i pensionati e molte altre tipologie di contribuenti, tra cui i lavoratori a tempo determinato, chi percepisce redditi di collaborazione coordinata e continuativa, i soci di cooperative, i lavoratori socialmente utili e il personale della scuola a tempo determinato, se il contratto dura almeno da settembre 2009 a giugno 2010. Non possono utilizzarlo, invece, i contribuenti che sono tenuti a presentare anche una dichiarazione Iva o Irap o il 770 per i sostituti d'imposta (datori di lavoro o enti pensionistici). Chi non era residente in Italia nel 2009, chi presenta la dichiarazione per conto del contribuente deceduto o chi possiede solo reddito da lavoro dipendente ma il suo datore di lavoro non è obbligato ad effettuare ritenute (per esempio, chi si avvale di badanti o colf).

CHE COSA C'È DI NUOVO - La circolare, dedicata all'assistenza fiscale, si sofferma poi sulle ultime novità del modello che interessa oltre 17 milioni di contribuenti. Ecco le più importanti.
Interessi più bassi per le rate: quest'anno il pagamento rateizzato del saldo e del primo acconto dell'Irpef e delle addizionali regionali e comunali sconta un tasso d'interesse pari allo 0,33% invece dello 0,50% dell'anno scorso. Gli interessi sono calcolati dal sostituto d'imposta.
Altra novità, lo sconto dell'acconto: coloro che lo scorso novembre non hanno goduto del differimento del 20% dell'acconto Irpef (79% da versare anzichè il 99% dell'imposta del 2008) previsto dalle norme anti-crisi (dl 168/2009) e hanno compensato la somma pagata in eccesso con il modello F24, devono necessariamente indicare (colonna 5 del rigo F1) nel 730/2010 la cifra utilizzata in compensazione. Ma attenzione: i coniugi che presentano la dichiarazione congiunta, devono farlo separatamente. Di nuovo ci sono le informazioni via web sugli importi da trattenere o rimborsare in busta paga: è allargata la platea interessata a ricevere telematicamente i risultati contabili delle dichiarazioni contenuti nel modello 730-4. Dopo la fase sperimentale per un numero limitato di sostituti d'imposta, questa modalità di trasmissione è stata estesa a tutti senza limiti territoriali, coinvolgendo quest'anno oltre ai Caf anche i professionisti abilitati che prestano assistenza fiscale. Il passaggio telematico del flusso delle informazioni, che viaggia da Caf e professionisti verso l'Agenzia delle Entrate e arriva, infine, ai sostituti d'imposta a cui consente un più facile e veloce riscontro delle somme da trattenere o da rimborsare direttamente nelle buste paga dei propri dipendenti o nelle pensioni.

DOVE SI CONSEGNA - Il modello si può presentare direttamente al proprio datore di lavoro o ente pensionistico, oppure ci si può rivolgere a un Caf o a un professionista abilitato. Nel caso in cui si scelga l'intermediario, il 730 deve essere corredato dalla documentazione necessaria a verificare i dati dichiarati, come ad esempio il Cud che attesti le ritenute, ma anche gli scontrini e le ricevute che provino le spese sostenute. Chi consegna il modello giá compilato non deve versare alcun compenso al Caf o al professionista.

QUANDO SI PRESENTA - Occhio alle scadenze, avverte l'agenzia delle entrate. I termini per presentare il modello sono il prossimo 30 aprile, se si sceglie la consegna al datore di lavoro o all'ente pensionistico. C'è tempo fino al 31 maggio se, invece, il contribuente decide di presentare il 730 al Caf o a un professionista abilitato.

PERCHÈ CONVIENE- Semplice da compilare, il 730 non richiede calcoli e permette di ricevere più velocemente i rimborsi perchè finiscono direttamente nella busta paga di luglio o nella pensione di agosto. Il testo della circolare n. 16/E è disponibile sul sito Internet dell'Agenzia -www.agenziaentrate.gov.it - all'interno della sezione «Circolari e risoluzioni». Su Fiscooggi.it sarà inoltre pubblicato un articolo di approfondimento. (Fonte Agenzia Adnkronos)

giovedì 25 marzo 2010

Berlino avrà un nuovo aeroporto da 27 milioni di passeggeri


Sarà uno degli hub più moderni d'Europa il nuovo aeroporto internazionale Berlino-Brandeburgo (Bbi): in una superficie di 1470 ettari, come 2000 campi da calcio, salirà un terminal di sei piani che potrà gestire fino a 27 milioni di passeggeri all'anno e che potrà essere progressivamente ampliato fino ad accoglierne 45 milioni. L'aeroporto sale tra due piste parallele, di decollo e atterraggio, lunghe circa 4 chilometri ciascuna. Sono questi in sintesi alcuni numeri del progetto presentato oggi a Roma in anteprima europea dalla Camera di commercio italiana per la Germania e da Promex scpa, hub che sarà operativo da ottobre 2011.

Il Bbi sarà un aeroporto al centro dell'Europa e punterà molto sul traffico interno e su selezionati collegamenti a lungo raggio, l'opera si inserisce in un più ampio piano di razionalizzazione e organizzazione del sistema trasportistico e del piano di riassetto degli aeroporti esistenti nella regione. Per ricucire le due parti isolate e divise fino al 1989 e per riposizionare la città a scala nazionale e internazionale, la capitale tedesca ha investito infatti sul tessuto connettivo e sui nodi della mobilità. Su una strategia di lungo periodo, combinata con una programmazione di azioni da concretizzare rapidamente.

L'operazione più interessante riguarda proprio il trasporto aereo, pianificata in coerenza con le reti regionali del trasporto ferroviario e dell'alta velocità. Il piano generale è stato sviluppato a partire dalla metà degli anni 90 e ha visto nel 2006 l'inaugurazione della più grande stazione europea a più livelli, la Berlin Hauptbahnhof (ex Lehrter Bahnhof), e la realizzazione di linee urbane e stazioni ferroviarie intermedie. Successivamente ha preso corpo il piano di riassetto dei tre aeroporti presenti nella capitale: Tegel a nord e Tempelhof nel centro cittadino (nell'ex Germania dell'ovest), e Berlino-Schönefeld (nell'ex Germania dell'est). Nel 2006 sono iniziati i lavori di potenziamento dell'aeroporto Schönefeld destinato a diventare il nuovo aeroporto della capitale, il Bbi, e il 20 ottobre 2008 è stato chiuso l'aeroporto di Tempelhof. Dal prossimo anno tutto il traffico della regione verrà concentrato sul nuovo aeroporto a sud-est della città.

Il valore aggiunto del Bbi è dato anche dall'allacciamento con le altre modalità di trasporto: la regione Brandeburgo oggi conta 12 autostrade per un percorso di 800 km complessivi, 1500 km di linee ferroviarie e 900 km di vie d'acqua utilizzabili per il trasporto. Il BBI dispone di una stazione di sei binari sotto il terminal con collegamenti ideali al centro e ai dintorni di Berlino. L'obiettivo dei progettisti del Bbi è che un viaggiatore si muova dall'hub con mezzi pubblici.

Il progetto è stato firmato da un consorzio di professionisti tedeschi guidato da J.S.K. International Architekten und Ingeniuere GmbH, con gmp Generalplanungsgesellschaft mbH e IGK-IGR Ingenieurgesellschaft mbH. Con loro stanno lavorando oltre 140 uffici di progettazione dei settori architettura e ingegneria strutturale, e altri dedicati all'attrezzatura tecnica degli edifici. L'aeroporto è un'infrastruttura complessa dedicata al trasporto ma non solo, all'interno ospita un mix di attività per l'attesa dei passeggeri: centinaia di spazi destinati alla ristorazione e al commercio, e il cuore del concetto retail del Bbi prevede una grande piazza di 9000 mq destinati ad un mercato.

Davanti al nuovo aeroporto sta sorgendo anche l'Airport City, un centro urbano di servizi dove potranno essere costruiti edifici alti cinque-sei piani, e un hotel 4 stelle, di rappresentanza, con un centro congressi e un parcheggio per oltre 10mila posti auto.

Il nuovo volto dell'aeroporto, di design industriale, con la sua facciata in vetro e acciaio, è già ben riconscibile; in cantiere lavorano ogni giorno 900 operai per arrivare in tempo alla data del 29 ottobre 2011, quando è previsto il più grande trasloco di Berlino. In quella notte due aeroporti diventeranno uno: gli aeroporti di Tegel e Schönefeld chiuderanno la sera, durante la notte tutti gli apparecchi, macchine e impianti mobili verranno portanti nel nuovo aeroporto della capitale Bbi e la mattina del 30 ottobre 2011 partirà da lì il primo aereo.

FONTE: Paola Pierotti (ilsole24ore.it)

mercoledì 24 marzo 2010

La strana corsa delle monete a chi perde di più


Ormai è quasi una gara. Un po' pericolosa. Le quattro grandi valute (dollaro, euro, sterlina e yen) insieme alle monete satellite, sembrano lottare per perdere quanto più valore è possibile, e conveniente, rispetto alle altre. È solo una personificazione, naturalmente: i cambi non pensano e non agiscono. Da quando, con la crisi greca, le pressioni rialziste hanno smesso di scaricarsi tutte sull'euro - di fatto la principale valuta liberamente fluttuante - il gioco dei cambi è diventato quanto mai complicato. La moneta comune da inizio anno è calata del 5,9% sul dollaro: ieri ha toccato sui minimi 1,3477 e si riavvicina a quota 1,3433-35. Quando scenderà stabilmente sotto questo livello - secondo diversi analisti - potrebbe scivolare a 1,31 dollari. A fine ottobre 2008, nel momento della grande turbolenza, era però a 1,2328, poche settimane prima, il 15 luglio, a 1,6038. Ieri però i movimenti dei cambi sono stati limitati, a conferma del fatto che l'incertezza domina: né le nebbie sugli aiuti alla Grecia, né gli scenari apocalittici sulla divisione in due di Eurolandia permettono che una strategia di investimento prevalga sulle altre. La debolezza dell'euro ha comunque spinto verso l'alto il franco svizzero, scivolando di nuovo al minimo storico, ieri a 1,4292. La pressione delle vendite si è scontrata con le dichiarazioni di Philipp M. Hildebrand, presidente della Banca nazionale svizzera (Bns) che da tempo si è posto come obiettivo quello di evitare un cambio troppo forte: «Abbiamo un'ampia gamma di strumenti per evitare un eccessivo apprezzamento e faremo questo per assicurarci che la ripresa possa continuare», ha detto, precisando: «Compreremo valute estere, possiamo farlo in quantità molto grandi».
Gli investitori non sono in realtà convinti delle sue intenzioni e, come sempre accade in questi casi, sono pronti a mettere alla prova la determinazione svizzera. «Le dichiarazioni (di Hildebrand, ndr) sul fatto che le attuali previsioni della Bns sono incompatibili con una politica monetaria espansiva nel lungo termine suggeriscono che la Bns sarà tra le prossime banche centrali ad alzare i tassi», ha detto Kamal Sharma di JPMorgan. La Svizzera ha avuto spesso il ruolo, in questi mesi, di dire apertamente quello che le altre banche centrali stanno facendo in silenzio. Le politiche non convenzionali, da cui qualche banca centrale sta ora lentamente preparando il rientro, non hanno smesso di produrre effetti anche sui cambi valute: secondo diversi economisti, di fatto determinano una svalutazione competitiva, con il rischio - estremo, lontano ma da valutare - che l'economia globale sfoci in una situazione simile a quella degli anni Trenta del Novecento, quando l'economia globale fu messa in ginocchio da politiche valutarie aggressive. Per ora il panorama dei cambi vede "vinti e vincitori" chiari (anche se i due ruoli cambiano a seconda del punto di vista scelto). Il cambio effettivo - un paniere verso le valute dei principali partner commerciali - dello yen è sceso del 2,2% dall'inizio dell'anno, quello dell'euro del 4,6%, e quello della sterlina del 4 per cento. Il dollaro è intanto salito del 3,6 per cento. Su un più ampio orizzonte temporale (dal luglio 2007) le posizioni della valuta Usa e di quella Uem si invertono di segno: -3,7% il cambio di Washington, +1,32 quello di Francoforte; mentre sterlina e yen risultano in calo del 25 per cento e oltre. Nessuno sembra ancora contento, però. «Abbiamo bisogno di un aumento delle esportazioni nette e la caduta della sterlina da metà 2007 a oggi fa parte di questo processo di equilibrio» ha detto nei giorni scorsi il governatore della Banca d'Inghilterra Mervyn King, con qualche sussulto da parte del Cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling, un po' più preoccupato per gli effetti sul debito pubblico (e sui voti al Labour Party). «Abbiamo sempre detto che vogliamo un dollaro forte», ha risposto - nell'impossibilità politica di parlare apertamente di euro debole - il ministro delle finanze francese Christine Lagarde. L'americano Timothy Geithner, però, sembra aver rinunciato a parlare di un cambio forte per gli Usa e ora dice solo che non cerca una svalutazione per risolvere i problemi del debito federale; mentre il Giappone, in silenzio, ha aumentato le risorse a disposizione per intervenire concretamente sui mercati.

FONTE: Riccardo Sorrentino (ilsole24ore.it)

sabato 20 marzo 2010

Consumi giù dell'1,8% nel 2009 In crisi anche la tecnologia, bene le auto


Il settore trasporti fortemente favorito dagli incentivi pubblici, a detrimento degli elettrodomestici. Si tratta dei dati peggiori dal 1993. Ma è la prima volta che la voce servizi presenta il segno meno


Più spese 'obbligate' e meno reddito disponibile per quelle superflue, una riduzione della quota riservata alle comunicazioni e ai consumi tecnologici, e della spesa reale per i servizi, una crescita della spesa sanitaria dovuta all'aumento dell'età della popolazione e infine uno spostamento delle scelte dovuto alla 'distorsione' provocata dagli incentivi auto, soprattutto a detrimento degli acquisti di elettrodomestici. Sono le linee principali dei consumi in Italia tra il 2008 e il 2009, secondo l'analisi dell'Ufficio Studi Confcommercio, che mette a confronto il biennio della crisi con gli ultimi 40 anni, per individuare i cambiamenti più significativi.

Il crollo dei consumi. Che il biennio 2008-2009 abbia segnato una profonda caduta dei consumi in Italia è già noto: secondo Confcommercio solo nel 1993 si è avuta una crisi analoga. A ridursi, oltre alla domanda interna, anche quella dei turisti stranieri (-10 per cento nel biennio). Mentre il calo dei beni e servizi consumati dalle famiglie italiane è pari all'1,8 per cento nel 2009 (nel 1993 il calo fu anche maggiore, -3,1 per cento). L'associazione dei commercianti sottolinea come nel biennio appena concluso si sia definita con maggiore forza una tendenza in atto ormai da anni: la progressiva riduzione della quota di reddito che le famiglie hanno la possibilità di riservare alle spese non necessarie. Le spese obbligate, come affitti, utenze domestiche, servizi bancari e assicurativi, sono passate da una quota del 18,9 per cento sul totale dei consumi, registrata nel 1970, a oltre il 30 per cento nel 2008, anche a causa della riduzione dei redditi reali.

Per la prima volta giù servizi e tecnologia. E quindi nel 2009 cala, per la prima volta, la spesa reale per servizi (-0,8 per cento): non era successo neanche nel 1993, a fronte di un calo percentualmente maggiore, ricorda Confcommercio. Non solo: il 2009 segna anche una battura d'arresto in particolare per la spesa in comunicazioni (-4,7 per cento), cresciute ininterrottamente con tassi robusti a partire dall'inizio degli anni '90 (ancora nel 2007 si era registrata una crescita del 10 per cento e nell'anno successivo, nonostante la crisi fosse iniziata, c'era ancora un aumento del 3,8 per cento). Cosa cresce: abitazione, sanità. Nella tabella di Confcommercio sono pochissime le voci non precedute dal segno meno. Tra queste c'è l'abitazione: si tratta di spese 'incomprimibili', sottolinea l'ufficio studi. Mentre per le spese per la sanità e il loro aumento registrato negli anni la spiegazione è di carattere anagrafico: "Tra il 1971 e il 2008 la quota di popolazione con più di 65 anni è sostanzialmente raddoppiata passando dall'11,3 al 20 per cento", ricorda Confcommercio. Ma non si tratta solo di questo: "Il benessere di base, lo stare bene, è diventato una priorità e non si rinuncia a nulla per perseguire questo obiettivo". La 'distorsione' degli incentivi. C'è invece una categoria di spesa che non cresce per ragioni 'naturali', legate a diverse esigenze o a una diversa composizione della popolazione o del reddito, ma per effetto degli incentivi pubblici: si tratta del mercato dell'auto, che in un anno di crisi come il 2009 ha registrato un forte aumento, che per tutto il settore trasporti è dell'1,1 per cento. Critica Confcommercio: "Le normali dinamiche dei consumi di beni durevoli e semidurevoli nel corso del 2009 sono state largamente oscurate dall'effetto incentivi, che ha spostato cospicue risorse da alcuni settori di spesa al mercato dell'auto. La riduzione di acquisti di mobili ed elettrodomestici in volume (-7,9 per cento, ndr) appare più profonda di quanto sarebbe stata in un contesto di politica degli incentivi di tipo neutrale (esempio, attraverso una detassazione, anche modesta, dei redditi da lavoro). Considerazioni che spiegano il diverso orientamento assunto quest'anno dal governo per la definizione degli incentivi, diretti, tra l'altro, verso l'acquisto di cucine ed elettrodomestici nuovi. Si spende meno per l'abbigliamento. Il settore abbigliamento e calzature è tra i più penalizzati, -3,8 per cento nel 2009, dopo il -1 per cento del 2008. Ma in questo caso, spiega Confcommercio, non si tratta solo della crisi, ma di una tendenza in atto dall'inizio degli anni Novanta. Fino ad allora, infatti, "le mode procedevano per onde corte e frequenti che richiedevano un notevole dispendio di risorse per il ricambio del guardaroba". Dopo, il reddito disponibile si contrae, "emergono nuove opportunità di vestire con una spesa minore", si spende di più per i beni durevoli come auto ed elettrodomestici e soprattutto s'ingigantisce una voce di spesa fino ad allora modesta, quella legata alle telecomunicazioni e all'informatizzazione di massa. Infatti la quota di spesa reale per i servizi di comunciazione, hardware e personale computer cresce dagli anni Novanta a oggi di 3,5 volte, dal 2 al 7 per cento. Una tendenza che, ritengono gli analisti di Confcommercio, ha subito solo una battuta d'arresto dovuta alla crisi l'anno scorso, ma riprenderà il proprio corso nei prossimi anni.

FONTE: repubblica.it

venerdì 19 marzo 2010

Due super-matricole in arrivo al listino


Prima Fideuram, subito dopo Enel Green Power. Dopo un anno di magra, con il record storico negativo di una sola quotazione in tutto il 2009, anche a Piazza Affari tira aria di primavera. La ripresa dei mercati - arrivati ai massimi degli ultimi tre mesi in Europa - sembra propizio per lo sbarco delle due matricole più attese. E non solo dagli operatori finanziari: per la tipologia del business e il flottante che sarà messo sul mercato potrebbero essere anche un'occasione di investimento per i piccoli risparmiatori. Pochi giorni fa, i vertici di Intesa Sanpaolo hanno dato il via libera alla quotazione di Banca Fideuram, la società del risparmio gestito leader del settore in Italia con una quota del 30% grazie ai 630mila clienti e una massa amministrata pari a 65 miliardi di euro. L'intenzione è quello di collocare fino al 70% del capitale, per una valorizzazione complessiva che - secondo gli esperti - potrebbe arrivare fino a 3 miliardi di euro. Il debutto di Fideuram dovrebbe avvenire entro giugno, visto che il prospetto informativo è già stato consegnato alla Consob.
Ed entro l'estate conta di arrivare a Piazza Affari anche l'altra big attesa da Borsa Italiana. Questa mattina da Londra, dove si è tenuta la presentazione del bilancio 2009, l'ad di Enel Fulvio Conti ha confermato l'accelerazione del progetto di quotazione dello spin off in cui l'ex monopolista elettrico ha fatto confluire tutte le attività dedicate alle energie rinnovabili, dall'eolico al solare, dall'idroelettrico al geoternico (settore, quest'ultimo, di cui è leader mondiale). Enel - ha dichiarato Conti - punta alla presentazione della documentazione per l'Ipo di Enel Green Power entro aprile, per avviare le contrattazioni entro giugno. Solo un'inversione di tendenza dei mercati potrebbe decidere il rinvio a dopo l'estate.
Quanto spera di incassare Conti? Secondo una valutazione di Citigroup, EGP potrebbe valere fino a 12 miliardi di euro, tenendo conto anche dei progetti in corso d'opera e già autorizzati. L'intenzione è quella di mettere sul mercato almeno il 35-39% del capitale. Ma non è detto che prima dello sbarco in Borsa non venga ceduto un altro pacchetto intorno al 10% "a investitore strategico e industriale".
Risultato: nelle casse di Enel potrebbero entrare fino a 6 miliardi di euro. In questo modo sarebbe raggiunto l'obiettivo promesso dalla società di abbassare il debito dagli attuali 51 miliardi a 45 per la fine del 2010. per la cronaca, Enel ha chiuso il 2009 con un risultato netto pari a 5,4 miliardi di euro, in crescita dell'1,9% rispetto ai 5,3 del 2008. Il fatturato si attesta a 64,03 miliardi di euro, in progressione del 4,7% rispetto ai 61,18 del 2008, mentre i margini sono cresciuti del 12% a 6 miliardi.

FONTE: Luca Pagni (ilsole24ore.it)

martedì 16 marzo 2010

FIAT: +5, 1% IMMATRICOLAZIONI A FEBBRAIO NELLA UE


Fiat Group Automobiles ottiene risultati migliori del mercato dell'auto, sia nel mese di febbraio sia nel progressivo annuo. Con 92.000 immatricolazioni, a febbraio aumenta i volumi del 5,1% e ottiene una quota del 9,2%, 0,2 punti percentuali in piu' nel confronto con febbraio 2009. Nel bimestre le vendite sono oltre 192.000, il 12,4% in piu' rispetto alle 171.000 dell'anno scorso, con una quota del 9,2%, 0,3 punti percentuali in piu' confrontata con quella ottenuta nel 2009. In particolare sono da segnalare i buoni risultati ottenuti da Fga in Italia (+16,7% a febbraio e +23,5% nel bimestre), nel Regno Unito (rispettivamente +57,7% e +58%) e in Spagna (+68,4% e +39%). Con oltre 73.000 immatricolazioni a febbraio, il marchio Fiat aumenta i propri volumi in confronto allo stesso mese del 2009 del 3,1% e mantiene stabile la sua quota al 7,3%. Nel progressivo annuo le vendite sono piu' di 154.000 (l'11,6% in piu' rispetto alle 138.000 del 2009) e migliora la quota di 0,2 punti percentuali, attestandosi al 7,4%. Oltre che dall'Italia (dove i volumi a febbraio sono aumentati del 15,8%), risultati positivi arrivano anche dal Regno Unito (in febbraio i volumi crescono del 58% e la quota di 0,6 punti percentuali, attestandosi al 2,6%) e in Spagna (volumi +103,6%, e quota al 2,2%, in crescita di 0,6 punti percentuali). Tra i modelli del brand vanno segnalati i risultati ottenuti da Panda e Punto. La prima e' sempre la vettura piu' venduta del segmento A, con una quota vicina al 19% e con i volumi che - nel bimestre - crescono del 13,8%. La Punto si conferma ai vertici nel segmento B, con una quota del 9,2% in febbraio (+39,6% le immatricolazioni rispetto allo stesso mese del 2009) e del 9% nel progressivo annuo (con immatricolazioni cre-sciute del 50,1%. Anche per Lancia il mese di febbraio e' stato decisamente positivo: le immatricolazioni sono state 10.300, il 18,5% in piu' rispetto all'anno scorso. Nel progressivo annuo con 20.500 immatricolazioni il brand aumenta i volumi del 23,1% in confronto al 2009. In entrambi i casi la quota sale all'1 per cento, segnando un +0,1 punti percentuali nel raffronto con l'anno scorso. A febbraio Alfa Romeo ha immatricolato oltre 8.100 vetture, pari all'8,9% di crescita rispetto allo stesso mese del 2009, con una quota stabile allo 0,8%. Nei primi due mesi del 2010 sono quasi 17 mila le Alfa Romeo immatricolate, con una crescita del 9,5%. Anche in questo caso la quota e' stabile allo 0,8% del mercato. (AGI) .

FONTE: agi.it

domenica 14 marzo 2010

Ora è Slim l'uomo più ricco del mondo


Il magnate messicano delle telecomunicazioni scavalca Bill Gates. Ferrero è il primo italiano della lista

Come ogni anno, il mensile Forbes ha pubblicato la classifica degli uomini più ricchi del mondo, ovvero quelli che hanno un patrimonio netto uguale o superiore a un miliardo di dollari (sono 1.011, più dei 793 di un anno fa; patrimonio medio di 3,5 miliardi di dollari). Il primo degli italiani è Michele Ferrero, 28esimo nella lista generale con 17 miliardi di dollari, seguito da Leonardo Del Vecchio (59esimo nella lista generale con 10,5 miliardi). Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è il terzo (74esimo nella lista generale, con 9 miliardi), superando gli altri italiani in classifica, ovvero Giorgio Armani, Mario Moretti Polegato, Carlo, Gilberto, Luciano e Giuliana Benetton, Ennio Doris, Francesco Gaetano Caltagirone, Stefano Pessina e Silvio Scaglia. Nella classifica generale, l'uomo più ricco del mondo è il magnate messicano delle telecomunicazioni Carlos Slim con 53,5 miliardi di dollari, che ha superato il fondatore di Microsoft Bill Gates, 53,0 miliardi (è la prima volta dal 1994 che il titolo non va a un americano). Al terzo posto c'è il finanziere Warren Buffet, 47 miliardi. Il sindaco di New York Michael Bloomberg è 23esimo con 18 miliardi di dollari, mentre i cofondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page sono appaiati al 24esimo posto con 17,5 miliardi, staccando l'amministratore delegato di Microsoft Steven Ballmer, 33esimo con 14,5 miliardi.

FONTE: corriere.it

venerdì 12 marzo 2010

Il mobile italiano scopre il low cost e schiva la crisi


«Siamo come in guerra, davvero», sbuffa Lorenzo Bucciol, dalla ridotta di Gorgo al Monticano, Alta Marca trevigiana. Trent'anni fa ha fondato la Legnox, settore mobili per il bagno. Oggi che ne ha 53 e che la sua creatura ha passato indenne il 2009 senza un'ora di cassa integrazione per i cinquanta dipendenti (12 milioni di fatturato di cui il 60% esportato e solo un -15% nel portafoglio ordinativi), non ha alcuna intenzione di sedersi sugli allori, anzi, ma prova a dare la sua ricetta anticrisi: «Stiamo costruendo una nuova rete vendita sui mercati europei e studiamo una nuova collezione, più attenti al rapporto prezzo/valore percepito», spiega. Se tutto va bene, «grazie ai nuovi materiali e a una progettazione più oculata, dovremmo riuscire a tagliare il prezzo finale del 15 per cento». E, badate, «non facciamo mobilio di alta gamma ma fascia media, alla portata di tutti: il segreto è che i clienti siano sicuri di fare un buon affare acquistando i nostri prodotti. Si convincano di spendere un po' meno del valore effettivo del prodotto...».

I mercati esteri nel frattempo non decollano ancora dopo dodici mesi di calma piatta: dalla Russia, che per alcuni anni ha assorbito il 70-75% dell'export triveneto, prima che scoppiasse la crisi e la grana delle dogane (con i dazi su camere da letto e sale da pranzo che passano in pochi giorni dal 30 al 45%) ai tradizionali mercati occidentali (Usa, Germania, Francia, Austria e Inghilterra). Meno 30/40% negli ordinativi è ancora il profondo rosso più comune lungo lo stradone ingolfato che corre dal quartiere del Piave a Motta di Livenza e a Pordenone: il primo distretto, anzi metadistretto del mobile italiano (314 imprese per 11mila addetti), che negli anni d'oro pre-crisi è arrivato a produrre il 23% dell'arredamento italiano, di cui il 52% esportato.
Allora c'è chi ultimamente ha preso a girare persino nelle fiere del Kurdistan per inventarsi qualche nuovo sbocco. Seminare e pazientare. I veneti sono maestri in questo. Sta meglio paradossalmente «chi fa prodotto finito sul medio-basso di gamma per il mercato domestico», spiegano dalla Federlegno-arredo regionale, contro tutti i manuali di economia e la retorica sul calabrone italiano. È il modello Bucciol. D'altronde la gente ha pochi soldi. Oppure «chi è salito sul carro Ikea e della grande distribuzione».

È il caso della Friulintagli di Portobuffolè, un nome che rimanda a una storia di artigianato dalle mani d'oro che sapeva ricavare torniti e timpani barocchi da un pezzo di faggio o di cirmolo. Negli anni 60/80 l'azienda diventa uno dei tanti terzisti che rende possibile il miracolo del mobile trevigiano. Oggi, che fattura 150 milioni dando lavoro a 450 addetti, Friulintagli oltre che essere il gruppo più grande del metadistretto è diventato il fornitore principe del colosso svedese per i piccoli mobili in kit. Terzisti atipici, certo. Con una struttura organizzativa interna e impianti di produzione giudicati fra i migliori d'Europa per efficienza e tecnologia, ma sempre questo fanno. «Mentre soffre maledettamente la fascia alta del mobile made in Italy, quello d'autore», snocciolano dal quartier generale di Federlegno. Sono scomparsi i mercati di sbocco, e trovarne di altri in pochi mesi, ruotare il portafoglio consumer nei paesi extra Ue, dove da qui al 2015 uscirà fuori la nuova classe media con vero potere d'acquisto, per i piccoli del Nord-Est non sarà mica facile.

Paradossale, no? Su il basso di gamma a tiro cinese per il mercato domestico, male l'alto (a tutto export). Magari è solo fumo statistico o una finestra illusoria dentro una crisi che tutto scombina, però è quel che restituisce lo tsunami mondiale nel territorio dei campioni del mobile tricolore.
La «guerra» di Nino Carcella è invece una battaglia diversa perché ha a che fare con l'atterraggio morbido di una cattedrale industriale che si sta frantumando al suolo, tra tufi lucani e Murgia pugliese, piegando il distretto del legno-arredo che da cinquant'anni ha la sua punta avanzata nel mobile imbottito. Eppure Matera, dove nel 1967 Pasquale Natuzzi insedia il primo stabilimento, è stata la punta storica del triangolo del salotto (gli altri lati Santeramo in Colle e Altamura). Ancora nel 2006, le aziende del triangolo erano 110, davano lavoro a 8mila addetti, fatturavano 2 miliardi, garantendo la bellezza del 16% della produzione mondiale di salotti in pelle, che dal tacco d'Italia s'imbarcavano per l'Europa, il Nord America, l'Australia e il Vicino Oriente. Oggi, nella sola provincia di Matera i 5mila addetti sono scesi a 2.500. Senza più poter svalutare, con l'euro che si è apprezzato e l'invasione cinese, è un po' la metafora del manifatturiero italiano. Sono fallite la Nicoletti e la New Interline. E il colosso Natuzzi è dimagrito moltissimo, mettendo in cassa metà dei quasi 3mila addetti.

FONTE: Marco Alfieri (ilsole24ore.com)