domenica 30 maggio 2010

In Italia due milioni di giovani non lavorano e non studiano


Il 15% delle famiglie in crisi economica: una su due non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa.

Nullafacenti, loro malgrado. Tirano sera con poche speranze: l'Italia ha il più alto numero, tra i paesi europei, di giovani che non lavorano e non studiano. Vivere a casa con i genitori non è più una scelta: è l'unico modo per sbarcare il lunario. Il quadro dell'Italia disegnato nel rapporto annuale dell'Istat, presentato alla Camera, è quello di un paese in parte ripiegato su sè stesso, che accusa drammaticamente la crisi economica nella vita di tutti i giorni. Famiglie non più in grado di affrontare qualsiasi imprevisto, disoccupazione o sottoccupazione, in particolare nella fascia femminile. Il potere d'acquisto pro capite italiano è scivolato sotto il livello del 2000 mentre la pressione fiscale è salita al 43,2% nel 2009, aumentando di tre decimi di punto rispetto all'anno precedente (42,9% nel 2008) e ampliando lo stacco di oltre tre punti percentuali con la media Ue che l'anno scorso si è attestata al 39,5% (dal 40,3% del 2008). «Caso unico» tra le grandi economie, sottolinea l'Istituto nazionale di statistica. Insomma un quadro nell'insieme a tinte fosche, anche se qualche spiraglio di luce filtra: la ripresa si avvia verso una fase di «progressivo consolidamento» nei prossimi mesi in tutti i settori «ad eccezione delle costruzioni» che restano a picco, in Italia così come in altri Paesi europei quali Francia e Spagna. La crisi, ricorda infine il rapporto, pesa comunque di più sui lavoratori stranieri che su quelli italiani. Il tasso di occupazione dei primi è infatti calata nel 2009 a ritmi doppi rispetto ai secondi.

Non sono gli unici, ma quelli che pagano di più questo stato di cose sono i giovani. Quelli che non fanno nulla. Si chiamano Neet (Non in education, employment or training) e nel nostro paese sono oltre 2 milioni. Per questo, il nostro paese, ha il primato europeo. Hanno un'età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione. A casa con mamma e papà ma non più per scelta nè per piacere. I "bamboccioni" lasciano il posto ai conviventi forzati con i genitori, costretti dai problemi economici. Nonostante le aspirazioni, i 30-34enni che rimangono in famiglia sono quasi triplicati dal 1983 (dall'11,8% al 28,9% del 2009). Lo denuncia l'Istat nel rapporto annuale presentato alla Camera. Questi giovani sono coinvolti nell'area dell'inattività (65,8%). Il numero dei giovani Neet è molto cresciuto nel 2009, a causa della crisi economica: 126 mila in più, concentrati al nord (+85 mila) e al centro (+27 mila). Tuttavia il maggior numero, oltre un milione, si trova nel Mezzogiorno. Fra i Neet si trovano anche laureati (21% della classe di età) e diplomati (20,2%). È un fenomeno in crescita; nel 2007 (dati Ocse), l'Italia già registrava il 10,2% di Neet contro il 5,8% dell'Ue). Chi sono i giovani Neet? Sono coloro che perdono il lavoro e quanto più dura questo stato di inattività tanto più hanno difficoltà a rientrare nel mondo del lavoro. Tra il primo trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 la probabilità di rimanere nella condizione di Neet è stata del 73,3% (l'anno precedente era il 68,6%), con valori più elevati per i maschi residenti al nord. Alla più elevata permanenza nello stato di Neet si accompagna anche un incremento del flusso in entrata di questa condizione degli studenti non occupati (dal 19,9% al 21,4%) ed una diminuzione delle uscite verso l'occupazione.

15% DELLE FAMIGLIE IN CONDIZIONI DI DISAGIO ECONOMICO - Oltre il 15% delle famiglie vive in condizioni di disagio economico, con una percentuale che supera il 25% nel Mezzogiorno; una su tre non riesce a sostenere spese impreviste, quasi una su due non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa, mentre ci si indebita sempre più. La crisi, tuttavia - viene evidenziato nel rapporto - ha colpito le famiglie che già stavano peggio, tanto che la maggior parte (il 60%) di quelle in condizioni di disagio economico lo era già nel 2008. Da un lato, infatti, la percentuale delle cosiddette famiglie "deprivate" risulta essere nel 2009 pari al 15,3%, un valore sintetico sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente. Ma scorrendo le singoli voci di disagio, tra il 2008 e il 2009 si nota come sia cresciuto il numero delle famiglie indifese nel far fronte a spese impreviste (passate dal 32% al 33,4% nella media nazionale), quelle in arretrato col pagamento di debiti diversi dal mutuo (dal 10,5% al 13,6% di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (salite dal 14,8% al 16,4%). Allo stesso modo sale al 40,6% (dal 39,4% del 2008) la quota di famiglie per cui una settimana di ferie in un anno lontano da casa è solo un miraggio. Ma non manca neppure chi, allo stremo, dichiara di non aver avuto avuto almeno una volta nel corso dell'anno soldi per acquistare cibo: la media risulta pari al 5,7% (dal 5,8% del 2008) ma al nord si sale dal 4,4% al 5,3%. E ancora: cala leggermente la quota di famiglie che non può permettersi di riscaldare adeguatamente l'abitazione (10,7% dall'11,2% del 2008), benchè - viene rilevato - i prezzi al consumo del gas e dei combustibili liquidi siano diminuiti rispettivamente dell'1,5% e del 20%. Si riduce anche la percentuale di famiglie che riferisce di essere in arretrato con il pagamento del mutuo (dal 7,6% al 6,4%) e con il pagamento dell'affitto (dal 14% al 12,5% del totale in affitto).

FONTI RINNOVABILI CRESCIUTE DEL 20% - Nel rapporto, a ben cercare, qualche dato positivo c'è: a cominciare dagli impieghi di fonti rinnovabili che sono cresciuti del 20,5 per cento nel 2009, soprattutto per il maggiore utilizzo di legna e biodiesel. Tuttavia, secondo lo studio, l'Italia si colloca nel 2007 sotto la media europea (15,6 per cento) per quanto riguarda l'apporto delle rinnovabili alla generazione di energia elettrica. Tra le eco-energie cresce l'apporto dell'idroelettrico (+3,4 per cento nel 2009). Del resto, rileva l'Istat, la domanda di elettricità, pari nel 2009 a 317,6 miliardi di Kwh, è diminuita del 6,5 per cento rispetto all'anno precedente; «una riduzione - evidenzia l'indagine - senza precedenti dal 1949, quando si registrò una diminuzione dell'8,2 per cento. La produzione nazionale copre l'86 per cento del fabbisogno elettrico complessivo, le importazioni nette il restante 14 per cento (in crescita dell'11 per cento rispetto al 2008).

AUTO ED ECOINCENTIVI - In Italia, seconda in Europa per tasso di motorizzazione delle automobili (600 autovetture ogni mille abitanti nel 2006), si registra una crescente diffusione di autovetture a emissioni più contenute, grazie soprattutto alle politiche di incentivazione della domanda di vetture nuove. Lo rileva l'Istat nel suo rapporto annuale, nel sottolineare che nel 2008 il tasso di motorizzazione delle autovetture Euro 4, pari a 173 per mille abitanti, è più che quadruplicato rispetto al 2006, mentre si è ridotto del 25% quello delle auto più inquinanti (Euro 0,1 e 2).

GAS SERRA IN CALO PER EFFETTO DELLA CRISI - Le emissioni di gas serra dell'Italia continuano a diminuire, soprattutto per effetto della crisi economica (-2 per cento nel 2008, e -9 per cento nel 2009). Lo afferma il Rapporto Istat, secondo il quale tuttavia «è ancora lontano il conseguimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto (-6,5% per cento rispetto ai valori del 1990 entro il 2012) e della strategia europea integrata su energia e cambiamenti climatici (-30 per cento e -85 per cento rispettivamente al 2020 e al 2050)». In Italia che è al secondo posto in Europa per tasso di motorizzazione delle automobili, con circa 600 autovetture ogni mille abitanti, si registra, osserva il Rapporto, una crescente diffusione di automobili a emissioni più contenute, grazie soprattutto alle politiche di incentivazione della domanda di vetture nuove.

AUMENTA LA PRESSIONE FISCALE - La pressione fiscale in Italia è salita al 43,2% nel 2009, aumentando di tre decimi di punto rispetto all'anno precedente (42,9% nel 2008) e ampliando lo stacco di oltre tre punti percentuali con la media Ue che l'anno scorso si è attestata al 39,5% (dal 40,3% del 2008). È quanto si evince dal Rapporto annuale dell'Istat. «Caso unico» tra le grandi economie, sottolinea l'Istituto nazionale di statistica, nel Paese risultano in forte crescita le imposte in conto capitale (per quasi 12 miliardi di euro), sospinte da circa 5 miliardi di euro per il cosiddetto 'scudo fiscalè e dal versamento una tantum per l'imposta sostitutiva di alcuni tributi. È invece calato del 4,2% il gettito delle imposte indirette (già diminuito del 4,9% nel 2008), del 7,1% quello delle imposte dirette e dello 0,5% quello dei contributi sociali effettivi.

FONTE: corriere.it

giovedì 27 maggio 2010

In Italia due milioni di giovani non lavorano e non studiano


Il 15% delle famiglie in crisi economica: una su due non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa.

Nullafacenti, loro malgrado. Tirano sera con poche speranze: l'Italia ha il più alto numero, tra i paesi europei, di giovani che non lavorano e non studiano. Vivere a casa con i genitori non è più una scelta: è l'unico modo per sbarcare il lunario. Il quadro dell'Italia disegnato nel rapporto annuale dell'Istat, presentato alla Camera, è quello di un paese in parte ripiegato su sè stesso, che accusa drammaticamente la crisi economica nella vita di tutti i giorni. Famiglie non più in grado di affrontare qualsiasi imprevisto, disoccupazione o sottoccupazione, in particolare nella fascia femminile. Il potere d'acquisto pro capite italiano è scivolato sotto il livello del 2000 mentre la pressione fiscale è salita al 43,2% nel 2009, aumentando di tre decimi di punto rispetto all'anno precedente (42,9% nel 2008) e ampliando lo stacco di oltre tre punti percentuali con la media Ue che l'anno scorso si è attestata al 39,5% (dal 40,3% del 2008). «Caso unico» tra le grandi economie, sottolinea l'Istituto nazionale di statistica. Insomma un quadro nell'insieme a tinte fosche, anche se qualche spiraglio di luce filtra: la ripresa si avvia verso una fase di «progressivo consolidamento» nei prossimi mesi in tutti i settori «ad eccezione delle costruzioni» che restano a picco, in Italia così come in altri Paesi europei quali Francia e Spagna. La crisi, ricorda infine il rapporto, pesa comunque di più sui lavoratori stranieri che su quelli italiani. Il tasso di occupazione dei primi è infatti calata nel 2009 a ritmi doppi rispetto ai secondi.

GIOVANI ALLO SBANDO - Non sono gli unici, ma quelli che pagano di più questo stato di cose sono i giovani. Quelli che non fanno nulla. Si chiamano Neet (Non in education, employment or training) e nel nostro paese sono oltre 2 milioni. Per questo, il nostro paese, ha il primato europeo. Hanno un'età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione. A casa con mamma e papà ma non più per scelta nè per piacere. I "bamboccioni" lasciano il posto ai conviventi forzati con i genitori, costretti dai problemi economici. Nonostante le aspirazioni, i 30-34enni che rimangono in famiglia sono quasi triplicati dal 1983 (dall'11,8% al 28,9% del 2009). Lo denuncia l'Istat nel rapporto annuale presentato alla Camera. Questi giovani sono coinvolti nell'area dell'inattività (65,8%). Il numero dei giovani Neet è molto cresciuto nel 2009, a causa della crisi economica: 126 mila in più, concentrati al nord (+85 mila) e al centro (+27 mila). Tuttavia il maggior numero, oltre un milione, si trova nel Mezzogiorno. Fra i Neet si trovano anche laureati (21% della classe di età) e diplomati (20,2%). È un fenomeno in crescita; nel 2007 (dati Ocse), l'Italia già registrava il 10,2% di Neet contro il 5,8% dell'Ue). Chi sono i giovani Neet? Sono coloro che perdono il lavoro e quanto più dura questo stato di inattività tanto più hanno difficoltà a rientrare nel mondo del lavoro. Tra il primo trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2009 la probabilità di rimanere nella condizione di Neet è stata del 73,3% (l'anno precedente era il 68,6%), con valori più elevati per i maschi residenti al nord. Alla più elevata permanenza nello stato di Neet si accompagna anche un incremento del flusso in entrata di questa condizione degli studenti non occupati (dal 19,9% al 21,4%) ed una diminuzione delle uscite verso l'occupazione.

15% DELLE FAMIGLIE IN CONDIZIONI DI DISAGIO ECONOMICO - Oltre il 15% delle famiglie vive in condizioni di disagio economico, con una percentuale che supera il 25% nel Mezzogiorno; una su tre non riesce a sostenere spese impreviste, quasi una su due non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa, mentre ci si indebita sempre più. La crisi, tuttavia - viene evidenziato nel rapporto - ha colpito le famiglie che già stavano peggio, tanto che la maggior parte (il 60%) di quelle in condizioni di disagio economico lo era già nel 2008. Da un lato, infatti, la percentuale delle cosiddette famiglie "deprivate" risulta essere nel 2009 pari al 15,3%, un valore sintetico sostanzialmente stabile rispetto all'anno precedente. Ma scorrendo le singoli voci di disagio, tra il 2008 e il 2009 si nota come sia cresciuto il numero delle famiglie indifese nel far fronte a spese impreviste (passate dal 32% al 33,4% nella media nazionale), quelle in arretrato col pagamento di debiti diversi dal mutuo (dal 10,5% al 13,6% di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (salite dal 14,8% al 16,4%). Allo stesso modo sale al 40,6% (dal 39,4% del 2008) la quota di famiglie per cui una settimana di ferie in un anno lontano da casa è solo un miraggio. Ma non manca neppure chi, allo stremo, dichiara di non aver avuto avuto almeno una volta nel corso dell'anno soldi per acquistare cibo: la media risulta pari al 5,7% (dal 5,8% del 2008) ma al nord si sale dal 4,4% al 5,3%. E ancora: cala leggermente la quota di famiglie che non può permettersi di riscaldare adeguatamente l'abitazione (10,7% dall'11,2% del 2008), benchè - viene rilevato - i prezzi al consumo del gas e dei combustibili liquidi siano diminuiti rispettivamente dell'1,5% e del 20%. Si riduce anche la percentuale di famiglie che riferisce di essere in arretrato con il pagamento del mutuo (dal 7,6% al 6,4%) e con il pagamento dell'affitto (dal 14% al 12,5% del totale in affitto).

FONTI RINNOVABILI CRESCIUTE DEL 20% - Nel rapporto, a ben cercare, qualche dato positivo c'è: a cominciare dagli impieghi di fonti rinnovabili che sono cresciuti del 20,5 per cento nel 2009, soprattutto per il maggiore utilizzo di legna e biodiesel. Tuttavia, secondo lo studio, l'Italia si colloca nel 2007 sotto la media europea (15,6 per cento) per quanto riguarda l'apporto delle rinnovabili alla generazione di energia elettrica. Tra le eco-energie cresce l'apporto dell'idroelettrico (+3,4 per cento nel 2009). Del resto, rileva l'Istat, la domanda di elettricità, pari nel 2009 a 317,6 miliardi di Kwh, è diminuita del 6,5 per cento rispetto all'anno precedente; «una riduzione - evidenzia l'indagine - senza precedenti dal 1949, quando si registrò una diminuzione dell'8,2 per cento. La produzione nazionale copre l'86 per cento del fabbisogno elettrico complessivo, le importazioni nette il restante 14 per cento (in crescita dell'11 per cento rispetto al 2008).

AUTO ED ECOINCENTIVI - In Italia, seconda in Europa per tasso di motorizzazione delle automobili (600 autovetture ogni mille abitanti nel 2006), si registra una crescente diffusione di autovetture a emissioni più contenute, grazie soprattutto alle politiche di incentivazione della domanda di vetture nuove. Lo rileva l'Istat nel suo rapporto annuale, nel sottolineare che nel 2008 il tasso di motorizzazione delle autovetture Euro 4, pari a 173 per mille abitanti, è più che quadruplicato rispetto al 2006, mentre si è ridotto del 25% quello delle auto più inquinanti (Euro 0,1 e 2).

GAS SERRA IN CALO PER EFFETTO DELLA CRISI - Le emissioni di gas serra dell'Italia continuano a diminuire, soprattutto per effetto della crisi economica (-2 per cento nel 2008, e -9 per cento nel 2009). Lo afferma il Rapporto Istat, secondo il quale tuttavia «è ancora lontano il conseguimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto (-6,5% per cento rispetto ai valori del 1990 entro il 2012) e della strategia europea integrata su energia e cambiamenti climatici (-30 per cento e -85 per cento rispettivamente al 2020 e al 2050)». In Italia che è al secondo posto in Europa per tasso di motorizzazione delle automobili, con circa 600 autovetture ogni mille abitanti, si registra, osserva il Rapporto, una crescente diffusione di automobili a emissioni più contenute, grazie soprattutto alle politiche di incentivazione della domanda di vetture nuove.

AUMENTA LA PRESSIONE FISCALE - La pressione fiscale in Italia è salita al 43,2% nel 2009, aumentando di tre decimi di punto rispetto all'anno precedente (42,9% nel 2008) e ampliando lo stacco di oltre tre punti percentuali con la media Ue che l'anno scorso si è attestata al 39,5% (dal 40,3% del 2008). È quanto si evince dal Rapporto annuale dell'Istat. «Caso unico» tra le grandi economie, sottolinea l'Istituto nazionale di statistica, nel Paese risultano in forte crescita le imposte in conto capitale (per quasi 12 miliardi di euro), sospinte da circa 5 miliardi di euro per il cosiddetto 'scudo fiscalè e dal versamento una tantum per l'imposta sostitutiva di alcuni tributi. È invece calato del 4,2% il gettito delle imposte indirette (già diminuito del 4,9% nel 2008), del 7,1% quello delle imposte dirette e dello 0,5% quello dei contributi sociali effettivi.

FONTE: corriere.it

domenica 23 maggio 2010

Manovra, arriva il condono edilizio Il Pd va all'attacco: "E' criminale"


Spunta la sanatoria da 6 miliardi. Berlusconi: "Nessun intervento su pensioni, scuola e università"

Si avvia alle battute finali la manovra 2011-2012: sarà un weekend di intenso lavoro per i tecnici, chiamati a mettere a punto il menù delle misure che martedì dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri, ma non è escluso uno slittamento dei tempi. L’ammontare complessivo è di 27 miliardi e sei dovrebbero arrivare da un nuovo condono edilizio. Se fosse confermata la tabella di marcia l’incontro con le parti sociali dovrebbe avvenire lunedì ma i sindacati fanno sapere di non aver ancora ricevuto alcuna convocazione, che tuttavia potrebbe arrivare anche a ridosso del varo. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, punta ad accelerare i tempi per dare un segnale di tenuta dei conti pubblici, in linea con quanto già fatto da altri Paesi europei. Dopo un faccia a faccia ieri sera con il premier Berlusconi, Tremonti è nuovamente salito al Colle questa mattina per poi incontrare i sindaci a Via XX Settembre. Una convocazione a sorpresa dettata anche dall’esigenza di stringere i tempi. Berlusconi intanto ha assicurato che non ci sarà un aumento delle tasse e che «non verranno toccate nè la sanità, nè le pensioni nè la scuola, nè l’università» perchè «non uno di questi fantasiosi provvedimenti di macelleria sociale di cui si legge su certa stampa in questi giorni, risponde al vero».

La bozza del provvedimento prende intanto forma: tra le ipotesi delle ultime ore spunta appunto quella di un condono edilizio da affiancare alla regolarizzazione degli oltre due milioni di immobili fantasma scovati dall’Agenzia del Territorio. Nell’insieme il risparmio atteso è di circa 6 miliardi. La manovra sarà incentrata per buona parte su tagli di spesa e nuove entrate dovrebbero derivare da un pacchetto di misure antievasione. Nel pacchetto torna la lotta ai pagamenti in nero con la reintroduzione della tracciabilità. È previsto anche un giro di vite sui giochi clandestini e un aiuto potrebbe arrivare dall’adozione del nuovo redditometro. Nel mirino finisce anche la spesa sanitaria e rispunta l’ipotesi di un ticket da 7,5 euro sulle visite specialistiche.

Prende corpo la possibilità di una razionalizzazione degli enti di previdenza con la creazione di tre grandi poli. L’Inps, in cui dovrebbe confluire tutta la previdenza del settore privato, potrebbe assorbire l’Ipost (l’ente di assistenza dei lavoratori delle poste) e l’Enasarco (ente pensione di agenti di commercio e promotori finanziari). Più incerto il futuro dell’Enpals (lavoratori dello spettacolo). Nell’Inail, a cui farebbero capo assicurazioni e infortuni sul lavoro - potrebbero invece confluire l’Ipsema (l’ente di previdenza del settore marittimo) e l’Ispels (Istituto Superiore Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro) entrambi riconosciuti come enti pubblici nazionali con competenze in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Per la previdenza del pubblico impiego resterebbe l’Inpdap. Il risparmio approssimativo, garantito dall’accorpamento, dovrebbe aggirarsi intorno ai 300-350 milioni di euro l’anno. Ai tempi il governo Prodi aveva infatti stimato circa 3,5 miliardi di risparmi in dieci anni.

Il riassetto potrebbe interessare anche istituti ed enti di ricerca pubblici facenti capo a ministeri come Isfol, Ingv, Isae e Ice. Sembrano confermati i tagli ai comuni, come riferito dal presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, al termine dell’incontro con Tremonti. Regioni ed enti locali saranno chiamati a dare il loro contributo e la riduzione di spesa prevista in due anni si aggira sui 4 miliardi. Sul capitolo pensioni si va delineando la chiusura di una finestra per quelle di vecchiaia (al momento 4) e di anzianità (al momento 2) a partire dal 2011 sia per il settore privato che per quello pubblico. Appare poi scontata la stretta su quelle di invalidità con l’introduzione del limite di reddito per gli assegni di accompagnamento.

Sul fronte del pubblico impiego sembra confermato il blocco dei contratti per il triennio 2010-2012 (la misura colpirebbe anche il personale non contrattualizzato come magistrati, forze dell’ordine, militari e professori universitari) e quello del turnover. Si va verso un rinvio di tre mesi dell’erogazione delle liquidazioni. Sforbiciata in vista anche per gli stipendi dei dirigenti pubblici con un contributo di solidarietà del 10% sulle buste paga superiori agli 80-100 mila euro. Previsto anche un intervento sulle pensioni d’oro. Subiranno inoltre una decurtazione - forse fino al 15% - gli stipendi di ministri e parlamentari. La Camera e il Senato hanno già adottato un provvedimento di sospensione dei pensionamenti anticipati di anzianità previsti con effetto immediato sino al 31 luglio.

FONTE: lastampa.it

sabato 22 maggio 2010

Manovra, Berlusconi frena Tremonti: non solo cifre, prima l'esame politico


Incontro serale a Palazzo Grazioli tra il premier e il ministro. Pd all'attacco, la Cgil minaccia lo sciopero generale


Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha chiesto un varo veloce della manovra economica. L'esame politico, necessario ad evitare tensioni nel Pdl, potrebbe però rallentarne il varo, anche se solo di qualche giorno. Il premier Berlusconi ha così avviato un confronto con il titolare del Tesoro, che ha cenato con lui a Palazzo Grazioli, con l'obiettivo di favorire maggiore collegialità all'interno della maggioranza che consenta di arrivare ad una «sintesi politica» sul pacchetto presentato dal ministero dell'Economia.

Sono ore frenetiche: la frase del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ben sintetizza il lavoro forzato a cui sono sottoposti tutti i protagonisti della messa a punto della manovra 2011-2012 che, per il Tesoro, dovrebbe ancora vedere la luce martedì. Il varo, anche se ci sarà il passaggio politico, sarà rapido e non dovrebbe superare il prossimo fine settimana. All'incertezza sui tempi è dovuta anche la mancata convocazione dei sindacati. Di "data incerta" parla infatti il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.

L'agenda dei prossimi giorni è impegnativa per il governo e Tremonti. Giovedì c'è l'assemblea di Confindustria, poi una riunione a Parigi dell'Ocse. Ma l'appuntamento con l'Ecofin di lunedì 7 giugno lascia ancora una settimana di margine per scegliere e limare le misure. Sui contenuti non vi sarebbero divisioni, ma semmai la necessità di inviduare le soluzioni più idonee all'interno dei singoli capitoli. In particolare l'approfondimento riguarderebbe il tetto oltre il quale applicare il taglio agli stipendi dei dirigenti pubblici (la forbice varia tra 80.000 e 100.000 euro) e dunque la platea interessata, i tempi della chiusura delle finestre pensionistiche e la tracciabilità dei pagamenti in contanti ai fini anti evasione.

Per quanto riguarda le cifre si parla ancora di un intervento che potrebbe sfiorare i 28 miliardidi euro ed esser messo nero su bianco attraverso un decreto (che avrebbe un effetto sul 2009, rifinanziando alcune voci "incomprimibili" di spesa) e un Ddl che riguarderebbe invece i prossimi due anni.

Sul fronte delle misure altre due ipotesi prendono forma: quella di far confluire nell'Inps alcuni enti previdenziali più piccoli e l'idea di dare una stretta sulla tracciabilità dei pagamenti, un "classico" tra le armi per la lotta all'evasione. Poi la norma che prevede il taglio agli stipendi dei super manager della PA (oltre 100.000 euro) sarebbe «rischiosa» e dunque potrebbe saltare perché a rischio di incostituzionalità. La norma viene invece caldeggiata dalla Cgil, ma decisamente contrastata da chi ne sarà colpito, i dirigenti pubblici.

Il dibattito politico segue anche oggi lo stesso copione, con il Pd decisamente all'attacco e alcuni sindacati (in particolare quello della Cgil che raggruppa la scuola, la ricerca, l'università e formazione professionale, ecc) che chiedono senza mezzi termini di proclamare lo sciopero generale. Molte categorie, investite dalle ipotesi che circolano da giorni continuano a protestare: i medici sono pronti alla mobilitazione in caso di ulteriori tagli al servizio sanitario nazionale (si parla di risparmi di 5 miliardi per l'intero sistema). Molte le rassicurazioni arrivano anche oggi dagli esponenti del governo: la manovra - dice il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi - non vedrà l'introduzione di nuove tasse, né interventi strutturali, cioè le pensioni. Questo anche se nel mix di misure allo studio spunta con insistenza un intervento (ma una tantum) lo slittamento di alcune finestre per andare in pensione. Si tratterebbe però di 2 o 3 mesi, come conferma anche il titolare della Farnesina Franco Frattini, che parla appunto di «misure temporanee». Toccare le pensioni strutturalmente - ribadisce inoltre il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, «sarebbe un grave errore». E se le pensioni non si toccano c'è però da intervenire sulla spesa pubblica, anche quella degli enti locali (in questo caso si parla di un contributo di 4 miliardi): «Certamente - dice infatti Sacconi - dobbiamo ripensare il perimetro della spesa corrente dello Stato e delle amministrazioni locali».

FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 21 maggio 2010

Tra le 50 aziende migliori in cui lavorare c'è un'italiana (Elica)


Elica si conferma l'unica azienda italiana nella top 50 del Great place to work institute: la società marchigiana specializzata nella produzione di cappe si trova al 28esimo posto. A guidare la classifica è invece Microsoft, seguita da Atp, fondo pensione danese, e da SMA Solar technology. Le aziende che sono entrate nella classifica appartengono ai settori della consulenza, della finanza, dell'Information technology, dell'elettronica e del biotech. Facendo un confronto con lo scorso anno è evidente che non è mutato molto, «ci sono più che altro delle conferme. Microsoft al primo posto è una, mentre Elica, unica società completamente italiana è l'altra. Le altre aziende sono filiali italiane di multinazionali – spiega Gilberto Dondè, amministratore delegato di Great place to work institute Italia –. Elica è dunque la dimostrazione del fatto che quando ci sono società italiane eccellenti possono entrare anche nelle classifiche internazionali». A uscire vittoriose da un anno di forte raffreddamento dei mercati sono state «le aziende che in questa situazione difficile hanno prestato attenzione alla cura e alle esigenze delle persone – interpreta Dondè –. E cioè le aziende che non hanno lasciato a casa le persone o che per esempio hanno scelto di distribuire la cassa integrazione tra i dipendenti in modo tale che tutti potessero avere il minore danno possibile dal ricorso agli ammortizzatori». Le aziende che si trovano ai primi posti «si sono impegnate ad aiutare i collaboratori nonostante la situazione che stavano affrontando, limitando al massimo l'impatto della situazione economica». Il risultato di questo impegno è stato «un senso di orgoglio ancora più forte – dice Dondè –, il rafforzamento del legame all'azienda e del senso di appartenenza».

FONTE: Cristina Casadei (ilsole24ore.it)

martedì 18 maggio 2010

Una casa su tre evade l'Iva


Più di una casa su tre viene venduta con una fetta di nero, e il resto a seguire. Quasi 7 miliardi di basi imponibili (imposte dirette e Iva) non dichiarate e 1,2 miliardi di Iva evasa. Cifre impressionanti, denunciate dalla Guardia di Finanza a seguito di operazioni condotte nel 2009 sulle compravendite e sulle intermediazioni immobiliari. Si tratta in larga misura di immobili di nuova costruzione, nel 64% dei casi sono abitazioni. Partendo dal dato della Finanza si può risalire all'importo evaso: incrociando i dati delle statistiche catastali e dei rapporti sulle nuove costruzioni dell'Osservatorio immobiliare dell'agenzia del Territorio, da cui ricavare stime percentuali delle tipologie edificate ogni anno, con i valori medi e l'importo Iva mediamente evaso (tra il 10% e il 30% del valore). Approssimando per difetto, emerge che su circa un immobile su tre, sia residenziale che commerciale e produttivo, ha funzionato l'accordo tra venditore e acquirente. E l'erario ci ha perso 1,2 miliardi solo con l'Iva, mentre sulle imposte dirette non è possibile fare stime.

Il problema è che per gli immobili soggetti a Iva non è applicabile il meccanismo del doppio binario: dichiarare l'intero importo ma pagare le imposte (registro, ipotecaria a catastali) solo sul «valore catastale», corrispondente a un importo tra la metà e un terzo del valore di mercato. Dato che gli immobili di nuova costruzione devono invece essere dichiarati per intero e l'Iva va pagata su quell'importo, la tentazione di limare l'importo è forte. «Del resto – spiega il colonnello Flavio Aniello, comandante del nucleo speciale Entrate della GdF - c'è una perfetta concordanza d'interessi: il venditore risparmia le imposte sui redditi e l'acquirente taglia l'Iva». È notorio che in queste circostanze l'abbattimento proposto si aggira sul 30% del valore reale, e che neppure la ripresa dell'offensiva dell'agenzia delle Entrate sul «valore normale» sembra incidere sul consolidato meccanismo. E così si arriva al dato di stima: tre immobili nuovi su dieci vengono venduti in evasione d'imposta.

Risultato: una vera città sorge ogni anno con lo sconto (illegittimo) dell'Iva: 74mila appartamenti con 56mila box, 1.500 negozi, 4.200 edifici industriali e alberghi, 744 uffici, 12mila magazzini e depositi. Una città felice e operosa, tutta nuova, con 150mila cittadini che hanno evaso il fisco. Vero è che l'indagine della Gdf si è allargata su diversi periodi d'imposta ma si tratta dei risultati di un solo anno, quindi non ci si allontana troppo dal vero considerando i dati potenzialmente come riferiti a una sola annualità.

Anche i dati elaborati dal nucleo speciale Entrate, relativi al 2007-2008, nell'abito del progetto Domus, sono indicativi: partiti da una base di dati molto ampia, cioè gli scostamenti tra i mutui accesi e gli importi dichiarati, sono arrivati ad assegnare ai comandi territoriali 1.000 controlli (pochissimi, a causa dei limiti funzionali dell'impiego del personale). Il risultato è stato di quasi un miliardo di base imponibile di imposte dirette e di 110 milioni di Iva evase. «Eravamo partiti da tutte le aziende del settore costruzioni - spiega il colonnello Aniello - per poi incrociare tutti i rogiti dove comparivano come venditori quelle aziende. A questo punto abbiamo controllato se l'acquirente aveva contratto un mutuo, anche nei giorni successivi al rogito, e sono così emerse le differenze sospette». Fatte le debite proporzioni, c'è una coerenza, tra i dati del nucleo speciale Entrate e quelli del comando generale, che testimonia la gravità della situazione.

L'attività del nucleo speciale entrate, comunque, non si era fermata alle compravendite: da tre anni va avanti il progetto Pandora, che monitora la detrazione del 36% delle spese sostenute per i lavori di recupero edilizio: «In questo caso partiamo da tutte le comunicazioni d'inizio lavori presentate nell'anno - dice il colonnello Aniello - e verifichiamo le partite Iva elle imprese che occorre indicare sui bonifici di pagamento. Poi verifichiamo le dichiarazioni dei redditi e Iva delle imprese stesse». Il risultato, anche qui è impressionante: dopo i controlli il tasso di positività delle verifiche supera il 90% e ha prodotto, nel solo 2009, 36 milioni di Iva recuperata e la scoperta di 280 milioni di base imponibile delle imposte dirette occultata, con quasi 500 posizioni lavoratore irregolari emerse e ben 619 evasori totali. Il conflitto di interessi non funziona.


FONTE: Saverio Fossati (ilsole24ore.it)

lunedì 17 maggio 2010

Con il franchising è più semplice diventare imprenditori


Se vuoi metterti in proprio ma gli alti investimenti iniziali ti spaventano, il franchising ti consente di diventare imprenditore avvalendoti dellanotorietà e della formula imprenditoriale di un'altra impresa, in cambio di uncanone periodico.

Il franchising, una strada in più per diventare imprenditori

Il franchising è una forma di affiliazione commerciale: si tratta di una contratto mediante il quale un'impresa (Il franchi sor) concede all'affilato (il franchisee) il diritto di utilizzare la propria formula commerciale, di sfruttarne il know-how ed i segni distintivi, dietro pagamento di un canone.

Nella pratica l'affiliato gestisce la propria attività con la stessa immagine dell'impresa affiliante, avvantaggiandosi delle tecniche, delle conoscenze e della forza di una marchio già affermato sul mercato; generalmente il franchisee gode anche di varie forme di assistenza tecnica, commerciale e formativa.
In cambio l'affiliante si impegna a pagare delle royalties periodiche, di importo fisso piuttosto che calcolate in base al fatturato.

Sembra facile: infatti, negli ultimi decenni il franchising ha raggiunto un'ampia diffusione; basta pensare che, sul totale degli esercizi commerciali al dettaglio, il 6% è costituito da punti vendita in franchising, e ogni anno si osservano aumenti nel numero di insegne, nel numero di punti di vendita, nel numero di persone occupate.

Le ragioni del successo di questa formula risiedono nella sua flessibilità e adattabilità ai contesti più diversi, oltreché nei minori costi associati all'avvio di un'attività in franchising rispetto alle modalità più tradizionali.
Secondo una recente indagine (Il franchising in Italia, Dati e Mappe al 2008, Federazione Italiana Franchising), infatti, l'investimento iniziale non supera i 50.000 euro nella maggior parte dei casi.
Per quanto riguarda i settori, Il franchising ben si adatta ai campi più diversi, sebbene i casi più noti si osservino nell'abbigliamento, tra le agenzie immobiliari, fra i negozi di articoli per uffici, nella ristorazione.

Non va dimenticato, inoltre, che la fiducia nel franchising è aumentata negli ultimi anni, grazie alla nuova legge (del 2004) che ne ha disciplinato la normativa, preservando gli aspiranti imprenditori dal pericolo di truffe.

Tipologie di franchising

La tipologia di franchising dipende dal settore di attività. Infatti, possiamo distinguere:

  • Franchising di distribuzione: in questo caso l'affiliato vende una gamma di beni prodotti dal franchisor, secondo una tecnica e un metodo commerciale che trasferirà all'affiliato. Questa tipologia è tipica e particolarmente presente nel settore della commercio al dettaglio .
  • Franchising di servizi: In questo caso l'affiliato non vende alcun prodotto, ma offre la prestazione di servizi inventati e sperimentati dall'impresa madre. I settori di attività possono essere molto vari e comprendere la ristorazione (ristoranti, pizzerie, rosticcerie, gelaterie, bar, ecc.), le attività turistiche e il tempo libero (alberghi, agenzie viaggi, centri sportivi, ecc.), gli istituti di bellezza e i parrucchieri, l'intermediazione immobiliare ecc..
  • Franchising industriale: in questa tipologia di franchising, entrambe le controparti sono due imprese industriali. L'accordo generalmente prevede che il primo conceda all'altro la licenza dei brevetti di fabbricazione ed i marchi, trasferendogli conoscenze tecniche e di vendita. Il secondo, invece, si occupa della fabbricazione e della commercializzazione del le merci prodotte dal proprio stabilimento, applicando il know-how e le tecniche del franchisee.


I vantaggi

Di alcuni vantaggi è già stato detto, ma, riepilogando, è possibile affermare che affiliarsi ad un marchio già affermato sul mercato può comportare una serie di benefici.

Sul lato della clientela, ovviamente l'azienda gode di un portafoglio clienti e di una notorietà già conquistati.

Per quanto riguarda i costi iniziali, va sottolineato che, sempre più spesso, la casa madre arriva a farsi carico di tutte o parte delle spese legate agli arredi del punto vendita, specie nei casi laddove l'immagine gioca un ruolo importante. Può essere il caso di una catena di abbigliamento, ad esempio, o di una catena di locali che si richiama a determinate atmosfere. Inoltre, anche le spese di pubblicità e marketing normalmente ricadono sull'impresa madre.

Non vanno sottovalutate neppure le relazioni con i fornitori, solitamente consolidate nel corso degli anni di attività dell'azienda madre.

A riguardo delle altre competenze che un imprenditore deve possedere nel suo bagaglio, il più delle volte la casa madre prevede forme di consulenza e formazione per tutto ciò che concerne la gestione, il marketing, l'informatica, l'allestimento e l'immagine del negozio.

Lo sapevi che ?

  • Nel caso che un affiliato voglia vendere il proprio negozio, deve ottenere prima l'approvazione del nuovo franchisee da parte dell'azienda franchisor
  • Il contratto solitamente prevede che il franchisee sia sottoposto a controlli periodici, per verificare che i prodotti, l'immagine, il modo di operare siano conformi a quanto previsto
  • Dal punto di vista fiscale, in termini generali, si segnala che i canoni (royalties) pagati dal franchisee (affiliato) sono corrispettivi di prestazioni di servizi, imponibili con aliquota ordinaria ai fini IVA; i medesimi canoni sono inoltre integralmente deducibili dal reddito di impresa dell'affiliate, ai fini delle imposte dirette (IRES).
FONTE: lastampa.it

domenica 16 maggio 2010

Manovra, sacrifici per gli statali: redditi congelati, rinvio di contratti e buonuscita


Servono 25 miliardi. Pensioni di anzianità, finestra unica. I sindacati: no alla mannaia. Opposizioni all'attacco


Il governo stringe i tempi sulla manovra correttiva. Servono 25 miliardi in due anni. Il decreto legge dovrebbe vedere la luce entro la fine del mese. Molte le ipotesi su cui si sta lavorando per tagliare la spesa: per gli statali è allo studio un congelamento di fatto delle retribuzioni, mentre in campo previdenziale potrebbe diventare una sola all’anno la finestra di uscita per i pensionati di anzianità.

Il governo vuole fare presto, anche a causa delle nuove preoccupazioni sull’euro e sulla tenuta di alcuni paesi di Eurolandia, a iniziare dalla Grecia. In questo clima di quasi emergenza - venerdì le Borse sono di nuovo crollate con Piazza Affari che ha perso il 5% - sarà più facile per il ministero dell’Economia imporre misure anche drastiche. La lista degli interventi abbraccia tutti i grandi capitoli della spesa, dal pubblico impiego alla sanità passando anche per la previdenza. Sul fronte delle entrate è in preparazione inoltre una nuova stretta sull’evasione, con un occhio particolare al settore dei giochi.

I dipendenti pubblici, per i quali almeno fino al 2011 non si parlerà di rinnovo contrattuale, potrebbero anche subire una sorta di congelamento del loro reddito effettivo, con il taglio della futura dinamica salariale derivante dai contratti di secondo livello. Il congelamento sarebbe esteso ai settori non contrattualizzati: magistrati, prefetti, forze dell’ordine, forze armate e professori universitari. Una misura del valore di circa un miliardo. Sarà poi prorogato e inasprito il blocco delle assunzioni, mentre altri risparmi potrebbero arrivare dal raddoppio del tempo di attesa per la buonuscita percepita da chi lascia il servizio: passerebbe da tre a sei mesi il termine trascorso il quale lo Stato paga gli interessi (5%). Allo studio anche una sorta di contributo di solidarietà sulle retribuzione dei super-dirigenti.

Ai risparmi dovrebbero contribuire anche le pensioni, con interventi pensati per fare cassa. In cima alla lista delle ipotesi c’è ancora una volta la stretta sulle finestre di uscita, che passerebbero per le pensioni di anzianità da due a una sola l’anno. Ma nel mirino ci sono anche i trattamenti di invalidità.

Sul fronte del Fisco, di carattere generale il mancato rifinanziamento dell'imposta agevolata al 10% sui premi di produttività. Il capitolo delle entrate sarà poi composto da tre voci principali. La lotta all'evasione, con un inasprimento delle misure già adottate recentemente in campo internazionale; una sorta di regolarizzazione per gli immobili fantasma che l'Agenzia del Territorio ha identificato; nuovi controlli sul fronte dei giochi pubblici.

«Per due anni questo governo ci ha detto che la crisi non c'era, che l'Italia sta meglio di altri paesi, adesso invece annuncia una manovra assolutamente tradizionale con tagli lineari che vanno a colpire in maniera indiscriminata i servizi - ha commentato la presidente del Pd, Rosy Bindi - Si interviene sulle persone e sul reddito della famiglia mentre non vedo alcuna traccia di lotta all'evasione fiscale, di interventi a sostegno di crescita e occupazione e di norme serie contro la corruzione».

«Il governo si vergogni. Toglie ai poveri per dare ai ricchi e chiede sacrifici ai più deboli. Precari, pensionati e cassaintegrati sono abbandonati a se stessi», ha detto il portavoce dell'Idv, Leoluca Orlando.

«Come al solito il governo pensa di affrontare la crisi con una stangata. Questa oltre ad essere inaccettabile socialmente aggraverà la crisi perché deprimerà ulteriormente il mercato interno. La stangata la facciano su ricchi e speculatori, non sui lavoratori», afferma Paolo Ferrero, portavoce della Federazione della sinistra.

Per la Fp-Cgil «dopo aver negato la crisi economico-finanziaria per due lunghi anni, il Governo adesso farebbe pagare la sua inadeguatezza al lavoro pubblico e ai pensionati». Il sindacato avverte che non starà a guardare di fronte a «un'insopportabile disparità che vede i dipendenti pagare oggi persino per gli speculatori».

«Bisogna tagliare il 90% delle consulenze nei 10.037 enti pubblici che ci costano qualcosa come due miliardi e 637 milioni di euro l'anno - dice Giovanni Faverin, segretario generale Cisl-Fp - spesso si tratta di prebende date ad amici di partito per pagare le campagne elettorali».

La Uil: sì rigore ma non per chi guadagna 1.200 euro. «Giudicheremo la manovra in base alla capacità di essere equa e di salvaguardare i capisaldi dello stato sociale e la convivenza civile del paese - ha osservato il segretario confederale della Uil Paolo Pirani - In particolare mi parrebbe assolutamente bizzarro che il ragionamento partisse da chi guadagna mediamente 1.200 euro al mese cioè la grande maggioranza degli statali e non innanzitutto da quei settori non contrattualizzati della pubblica amministrazione che riguardano i magistrati, i baroni universitari, gli alti gradi dell'esercito e naturalmente non comprendesse tagli drastici alle consulenze esterne della p.a. come chiediamo da anni».

Secondo il segretario confederale dell'Ugl, Paolo Varesi, «qualsiasi intervento mirato a comprimere le retribuzioni dei dipendenti pubblici condizionerebbe la ripresa del mercato interno allungando la fase di stallo in cui si trova, con effetti negativi anche sulle produzioni e occupazione. In questo momento di difficoltà, è necessario più che altro pensare ad un piano che renda accettabili i tagli alla spesa pubblica spostando la pressione dal lavoro alle rendite finanziarie e alla tassazione indiretta».

«È finita - replica indirettamente Sacconi - una fase per i Paesi industrializzati. Quella dell'illusione che la crescita si potesse realizzare con un ingente indebitamento pubblico. Noi però l'abbiamo capito prima di altri e abbiamo messo in sicurezza i conti pubblici fin dall'inizio della legislatura, con la manovra anticipata di giugno 2008. Ora dobbiamo continuare su questa linea, appunto riducendo il perimetro della spesa pubblica e cambiando profondamente la composizione delle entrate».

FONTE: ilmessaggero.it

sabato 15 maggio 2010

Edilizia fiaccata dalla crisi: 137mila posti di lavoro persi


«In un anno non è cambiato nulla: solo le perdite per il settore si sono fatte più pesanti». L'urlo di dolore arriva dagli Stati generali delle costruzioni riunito oggi a Roma, a 12 mesi dalla sua prima convocazione. Intorno al tavolo, a snocciolare dati per nulla confortanti, ci sono tutti: sindacati, Ance, grandi costruttori e rappresentanti dell'indotto. E per tutti lo scenario è drammatico.

Questa la fotografia: nel 2009 137mila persone hanno perso il posto di lavoro nel solo settore delle costruzioni che però sommato a quello dell'intero indotto danno 210mila posti di lavoro in meno; nello stesso anno 9mila imprese hanno chiuso e altre 7.800 hanno fatto la stessa fine in soli tre mesi del 2010; i fallimenti poi sono stati 2mila; negli ultimi 6 anni il numero di bandi di gara per lavori pubblici si è ridotto del 55 per cento.

«Vogliamo essere convocati a Palazzo Chigi – ha tuonato Paolo Buzzetti, presidente dell'Ance – e se non otterremo risposte concrete entro i mesi di giugno e luglio siamo pronti a scendere in piazza». La coincidenza di un Cipe che proprio ieri ha dato il via libera a 17 miliardi in grandi opere non ha sortito alcun effetto: i rappresentanti di categoria parlano di un segnale che va salutato positivamente ma che non risolve i problemi del settore, «anche perchè tra l'approvazione e la spesa passano mediamente tre anni».

Buzzetti ha anche ricordato l'importanza delle nuove regole sulla semplificazione della Conferenza dei servizi («qualcuno alla Camera fa resistenza e sono gli stessi che parlando di modernizzare il Paese»). E sulle vicende legate agli scandali giudiziari l'Ance mette le mani avanti: «Siamo stati i primi e per molto tempo gli unici a schierarci contro il progetto di Protezione Civile Spa, alla fine del 2009».

FONTE: Flavia Landolfi (ilsole24ore.it)

venerdì 14 maggio 2010

Dal Cipe l'ok a opere e piani di investimento per 17 miliardi


Ha mantenuto tutte le promesse il Cipe che ieri ha approvato opere e piani di investimento per circa 17 miliardi. Il comitato interministeriale ha dato il via libera a 11 convenzioni autostradali che comportano investimenti totali per 9 miliardi, ha approvato il contratto di programma per gli investimenti Fs da 4,8 miliardi, ha reso operativa la prima tranche del piano di edilizia scolastica da 358 milioni, ha approvato progetti e fondi per tre grandi opere della legge obiettivo complessivamente da un miliardo, ha avviato a soluzione il problema dei fondi per la manutenzione di Anas e Fs, che erano stati azzzerati dalla finanziaria e ora saranno rifinanziati con 560 milioni del residuo fondo infrastrutture alimentato dal Fas (fondo aree sottoutilizzate).

Sbloccate opere per 11 miliardi. Il ministero delle Infrastrutture parla di opere per 11 miliardi sbloccate ma in questi conti dipende sempre da cosa si include e cosa no. Il dato ministeriale non comprende i 4,8 miliardi del piano Fs, mentre occorre ricordare che il rinnovo delle convenzioni autostradali diverrà pienamente operativo con un decreto interministeriale Tremonti-Matteoli. Congelato per quattro mesi e slittato di ora in ora nelle ultime tre settimane, il comitato interministeriale ha risolto praticamente tutte le questioni infrastrutturali che aveva sul suo tavolo tranne la distribuzione dei 14 miliardi Fas ai piani regionali del Mezzogiorno e il finanziamento del piano delle piccole opere richiesto dall'Ance.

La manovra – che punta a rilanciare gli investimenti pubblici – non prevede risorse aggiuntive del Tesoro. L'intervento del Cipe ha sbloccato invece piani di investimento "privati" e cospicue risorse pubbliche stanziate nel corso del 2009 che erano rimaste incagliate nella defatigante corsa a ostacoli della procedura di approvazione dei piani e delle opere.

Opere ferroviarie. Per le Fs la definitiva approvazione del contratto di programma consente di scongelare fondi per un totale di 4,8 miliardi. La chiusura di questo dossier permette, inoltre, di avviare grandi opere ferroviarie finanziate solo per alcuni lotti parziali, come il terzo valico Milano-Genova e la linea ad alta velocità Treviglio-Brescia. Sblocco di fondi già stanziati anche per la prima tranche del piano di manutenzione straordinaria sul patrimonio scolastico. Vale 358 milioni e ha avuto la settimana scorsa l'ok dalla conferenza unificata stato-regioni-città. Una destinazione nuova di zecca, ma con risorse Fas già attribuite al fondo infrastrutture, è quella dei 560 milioni per le manutenzioni di strade e ferrovie.

Proprio sul fondo infrastrutture, che ancora deve distribuire 1,42 miliardi degli 11,2 disponibili dal giugno 2009, sono stati definiti i criteri per selezionare le opere in attesa dei fondi. A candidarsi alle risorse ancora disponibili ci sono infatti interventi che superano i tre miliardi. Il Cipe ha individuato alcune categorie di opere che avranno la precedenza assoluta nella ripartizione delle risorse: le manutenzioni urgenti, le opere idrauliche in ambito urbano, le opere di trasporto urbano.

Le altre opere. Sulle convenzioni autostradali il Cipe ha espresso un parere. Fra le altre c'è la Sat, concessionaria dell'autostrada tirrenica: il nulla osta per il rinnovo consentirà il sostanziale via libera agli aspetti giuridici e finanziari della Grosseto-Civitavecchia. Le altre dieci concessionarie vistate sono l'autostrada ligure-toscana, le autostrade valdostane, le autostrade dei fiori, la strada dei parchi, la Torino-Savona, la Sitaf, l'Erav, le autostrade meridionali, la tangenziale di Napoli, la Cisa. Dei 9 miliardi complessivi di investimenti previsti dai relativi piani, 8,3 miliardi riguardano nuove infrastrutture, mentre 700 milioni sono relative a opere riprogrammate.
I singoli progetti della legge obiettivo approvati sono la Rho-Gallarate (400 milioni), la viabilità del porto di Ancona (480 milioni), una galleria della Salerno-Reggio Calabria (110 milioni) e le metropolitane milanesi M2 e M3 (1,37 miliardi).

FONTE: Giorgio Santilli (ilsole24ore.it)

giovedì 13 maggio 2010

Ocse: Italia salari sempre più bassi


Nel 2009 il nostro Paese si colloca al 23esimo posto su 30 con guadagni inferiori del 16,5% rispetto alla media

I salari italiani sono tra i più bassi nella classifica dei Paesi Ocse. L'Italia si colloca per gli stipendi al ventitreesimo posto, con guadagni inferiori al 16,5% rispetto alla media dei trenta Paesi che fanno parte dell'organizzazione di Parigi. I dati sono riferiti al 2009 e l'Italia si colloca nella stessa posizione dell'anno precedente. È quanto risulta dal Rapporto «Taxing Wages» dell'Ocse. I salari medi annui netti in Italia per un single senza figli nel 2009 sono stati pari a 22.027 dollari (Ppe, a parità di potere di acquisto) contro un lordo di 31.167 dollari. Nel 2008 il netto ammontava a 22.117 dollari e il lordo a 31.314, come emerge da uno studio Ocse sulla tassazione dei salari. Nel 2000 il salario netto era di 18.451 dollari e il lordo a 25.933. L'Italia è sotto la media Ocse che nel 2009 risultava di 26.395 dollari per il salario netto e 35.887 per il lordo e sotto la media Ue-15 (28.454 e 40.525 dollari rispettivamente). Espressi in euro i salari netti nel 2009 in Italia risultano di 18.503 euro su un lordo di 26.181 euro, in calo dal 2008 (18.578 e 26.304 euro).
CLASSIFICA - Il peso di tasse e contributi sui salari, il cosiddetto cuneo fiscale che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore, rivela sempre l'Ocse, è in Italia al 46,5%. Nella classifica dei maggiori trenta Paesi, aggiornata al 2009, l'Italia è al sesto posto per peso fiscale sugli stipendi, dopo Belgio (55,2%), Ungheria (53,4%), Germania (50,9%), Francia (49,2%), Austria (47,9%). Il peso di tasse e contributi sui salari in Italia è rimasto stabile dal 2008 al 2009, registrando solo un lieve (-0,03%). L'Italia occupa infatti nella classifica Ocse la stessa posizione, la sesta, rispetto all'anno precedente.

FONTE: corriere.it

mercoledì 12 maggio 2010

Dollaro, oro ed Etf: guida ai titoli sicuri


Dieci domande e risposte sul risparmio. Le garanzie a tutela dei conti correnti

1) Che succede alle obbligazioni nel mio portafoglio? Quali rischi corro?
Sia i titoli di Stato che le obbligazioni societarie in questi giorni hanno subito forti oscillazioni di prezzo e di rendimento. Le quotazioni sono scese e i rendimenti sono saliti e questo movimento è direttamente proporzionale alla sfiducia che il mercato prova verso i rispettivi creditori. Le altalene più pericolose sono toccate ai prestiti bancari, finiti di nuovo nel centro del mirino, e ai debiti pubblici dei Paesi più deboli. Facciamo un esempio: il decennale italiano, che qualche mese fa, in tempi relativamente tranquilli, poteva valere un paio di punti sopra la pari e rendere poco più del 3,7%, oggi vale 98-99 e rende il 4,30%. Molto peggio è andata ai titoli greci, che sulle scadenze biennali sono schizzati fino a rendimenti del 17% che corrispondono a quotazioni molto sotto la pari (70-80). Che fare? Capitalizza le perdite solo chi vende. Chi mantiene i titoli in portafoglio continua a incassare le cedole e ad avvicinarsi alla scadenza naturale dei suoi titoli che rimborseranno il capitale.

2) Quali sono gli impieghi più sicuri per chi oggi investe nuovo denaro?
La sicurezza in Europa è oggi rappresentata dal bund tedesco, che rende il 2,60 per cento lordo, e, in subordine, dalla Francia e dalla Finlandia. I titoli di questi Paesi hanno il giudizio di affidabilità più solido e quindi i prezzi più elevati e i rendimenti più bassi. Negli ultimi giorni l'eccesso di domanda (tutti ne vogliono, mentre vendono quel che non è ritenuto sicuro) ha ulteriormente spinto verso l'alto le loro quotazioni. Consigli per gli acquisti? Un po' di certezza assoluta (bund e titoli francesi) con scadenze non lunghissime (da due a cinque anni), ma anche qualche Btp casalingo che rende un poco di più senza esporre a rischi eccessivi. Sempre privilegiando le scadenze brevi e magari utilizzando anche il Ctz 2012 appena messo sul mercato, uno zero coupon che rende poco meno del 2 per cento lordo.

3) Titoli greci da evitare assolutamente? O valgono una scommessa?
Se il concerto dei ministri europei convincerà i mercati sulla solidità dell'euro, la situazione della Grecia, dal punto di vista di chi investe, nei prossimi giorni potrebbe cambiare un poco. Certo anche se le prossime ore annunceranno l'inizio di un faticoso ritorno verso la serenità, riempirsi il portafoglio di titoli di Atene non sarebbe comunque una buona idea, nemmeno per chi ama rischiare molto. Ma una piccola diversificazione sul debito greco (il 3-5% del portafoglio) potrebbe rivelarsi un corroborante del rendimento nel momento in cui i titoli recuperassero terreno in vista del salvataggio già deciso.

4) L'inflazione è una minaccia? È vero che i prezzi sono risaliti?
È vero. L'ultima rilevazione dell'Istat ha registrato un aumento del costo della vita dell'1,5%, mentre da parecchi mesi si viaggiava intorno all'1%. O anche sotto. In realtà, in questo momento, la minaccia inflazionistica sembra lontana. Gli strumenti per difendersi dal caro vita, però, in questi giorni hanno patito ingenti diminuzioni di prezzo. Ecco perché, in un'ottica di lungo periodo e con l'idea di mettere in portafoglio una sorta di polizza per un futuro piuttosto incerto, potrebbe essere interessante valutare l'acquisto con sconto sul prezzo di Btp agganciati all'inflazione o corporate bond legati ai tassi.

5) E gli investimenti azionari? Come difendersi dal crollo delle Borse?
Da inizio anno Piazza Affari ha perso il 17,5% e altre Borse addirittura il 20%. Ma i minimi di marzo 2009 sono ancora lontani. La volatilità è cresciuta molto e i titoli più colpiti sono quelli delle banche. Che cosa fare? Chi è investito con gestioni e portafogli che guardano avanti per un po' di anni dovrebbe evitare di vendere, accollandosi così le perdite. Chi invece vuole approfittare del momento per comprare a quotazioni molto inferiori rispetto a qualche mese fa deve tenere conto che nei momenti di sfiducia sono i titoli più difensivi a patire meno oscillazioni, come quelli delle utilities e dei beni di largo consumo.

6) Sto pagando un mutuo, quali rischi corro?
Chi ha stipulato un mutuo a tasso fisso non deve temere nulla: continuerà a pagare sempre la stessa rata. Eventuali aumenti dei tassi non andranno a incidere sul piano di rimborso programmato. Ma anche chi ha in corso un mutuo variabile non dovrebbe correre, per il momento, rischi eccessivi. L'Euribor resta tuttora a livelli molto bassi. Negli ultimi giorni c'è stato un leggero aumento, ma restiamo vicini ai minimi storici assoluti. A questo livello, i mutui vengono tuttora rimborsati con tassi inferiori al 2%. All'epoca del fallimento di Lehman Brothers nell'autunno del 2008, l'Euribor era arrivato a superare il 5%.

7 ) Sono sicuri i soldi sul conto corrente? E i titoli che ho nel dossier?
Non si intravede per il momento il rischio di fallimenti. La precedente crisi legata al crac di Lehman Brothers ha dimostrato che i nostri istituti di credito sono solidi e da allora si sono ulteriormente rinforzati dal punto di vista patrimoniale. In Italia è operativo il Fondo interbancario di tutela dei depositi che garantisce le somme depositate fino a 103.000 euro per intestatario e per azienda di credito. In caso di conto cointestato, quindi, la copertura si estende fino a 206.000 euro. Se si hanno più conti in diverse banche, per ognuno di essi si può beneficiare della protezione fino a 103.000 euro. Al fondo aderiscono tutte le banche italiane e la maggior parte degli istituti stranieri presenti in Italia.

8) Euro indebolito sul dollaro. Vale la pena investire sul biglietto verde?
Anche se la situazione dei conti pubblici dall'altra sponda dell'Atlantico non è molto migliore, né molto più tranquillizzante, è una costante di tutte le crisi vedere salire le quotazioni della divisa americana a svantaggio dell'euro. Il dollaro viene considerato una valuta più solida, un rifugio più sicuro. Da gennaio la moneta unica si è svalutata del 12%. La maggior parte del rialzo sembra però essere ormai alle spalle. Diversificare i propri risparmi, investendo anche in valute diverse dall'euro, è un'operazione sempre consigliabile. È preferibile puntare non sull'acquisto diretto di banconote, ma sugli strumenti finanziari espressi nel biglietto verde come i certificati, gli Etf. Oppure si possono comprare obbligazioni emesse nella valuta Usa purché a breve durata in modo da non sommare al rischio valutario quello dei tassi.

9) Ha senso investire in oro? E come si può fare?
L'oro è considerato da sempre il bene rifugio per eccellenza. Un mito un pò falso — basti pensare che il metallo giallo non ha mai più toccato le quotazioni raggiunte negli anni '80 — ma che continua imperterrito a resistere. Nei momenti di tensione sia finanziaria che politica, l'oro tende, sempre e comunque, a rivalutarsi. Venerdì scorso il metallo giallo ha raggiunto una quotazione di 1.200 dollari, più 32% rispetto a un anno fa. La febbre dell'oro, quindi, sembra essere di antica data. Il problema per i piccoli risparmiatori sta nelle difficoltà d'investire sul metallo giallo. L'acquisto fisico dell'oro comporta costi e problemi di conservazione. Per chi desidera battere questa strada può essere interessante l'acquisto di monete, piuttosto che dei lingotti. In alternativa si può puntare sugli strumenti finanziari, come gli Etf e i certificati, che replicano l'andamento delle quotazioni dell'oro, o in fondi specializzati sulle materie prime o sulle società aurifere.

10) Ha senso liquidare i propri investimenti e acquistare un immobile?
Le scelte d'investimento vanno programmate con cura, soprattutto se l'arco d'impegno è molto lungo e l'impegno finanziario richiesto è consistente, come avviene nel caso degli immobili. Non si possono prendere decisioni affrettate e basate su difficoltà che possono rivelarsi poi contingenti. Tanto più in una situazione come questa che vede le quotazioni delle case a livelli ancora piuttosto elevati, nonostante ci sia stato un evidente calo dei prezzi. La discesa non sembra finita. Il discorso cambia se si tratta di acquistare l'abitazione principale e non un immobile da investimento. Anche in questo caso è bene valutare con attenzione il prezzo di vendita per non rischiare di spendere molto più del dovuto. L'attuale mercato immobiliare vede il potenziale acquirente ancora in una posizione di forza rispetto al venditore.

FONTE: Giuditta Marvelli e Massimo Fracaro (corriere.it)