giovedì 30 settembre 2010

Banche: ripartono i rincari. Salgono bonifici e bollette


Oltre 8 euro per i pagamenti allo sportello, fino a 4,5 gli ordini ricorrenti. Stop alle domiciliazioni gratis

Per le banche italiane è finita un'estate calda. Per i loro clienti inizia un autunno rovente. Sono bastati quattro mesi, il periodo maggio-settembre, da quando cioè la Banca d'Italia ha obbligato gli istituti a mettere a fianco di ogni conto corrente l'Isc (l'indice sintetico di costo annuo), perché partisse la corsa ai rincari. Ieri è toccato ai prelievi, ora è la volta dei pagamenti: bonifici e utenze, le bollette. Anche su operazioni finora a costo zero, come domiciliazione e ordine ripetitivo.
C'è chi non faceva pagare il bonifico permanente e ora chiede fino a 4,5 euro, come il Monte dei Paschi di Siena. Chi voleva zero per la domiciliazione delle utenze e adesso chiede 85 centesimi, come Ubi. Chi il bonifico via Internet lo eseguiva gratis e oggi invece applica una commissione di un euro (sempre Mps). In più è spuntato un nuovo costo nelle banche: la «rata finanziamenti per acquisti». Si paga un euro, è la new entry di Mps e della Popolare di Milano.


Le cause
Due le cause: l'entrata in vigore della direttiva europea su incassi e pagamenti (Psd, Payement service directory, decreto 11 del 27 gennaio, pubblicato venerdì scorso sul sito di Bankitalia), che toglie alle banche l'introito sui giorni di valuta (in particolare sui bonifici); e l'adeguamento alla maggiore trasparenza voluto dalla Banca d'Italia, Isc in testa. «Ci aspettavamo i rincari - dice Chiara Fornasari, partner di Prometeia -. Le banche stanno recuperando su queste commissioni i maggiori costi sostenuti, il lavoro in più».

Scoperto costoso
Il tutto con una forbice dei tassi che continua ad allargarsi: il rendimento medio di un conto corrente, nel panel di Corriere Economia , è oggi dello 0,04%, contro un tasso massimo sullo scoperto di conto che arriva ormai al 14,58% (in assenza di fido). È quasi un punto in più rispetto al 13,91% di maggio. «A mercato fermo, le banche non hanno interesse ad aumentare la raccolta, alzando i rendimenti dei conti correnti - dice Fornasari -. E non c'è concorrenza sugli impieghi, i prestiti: quindi i tassi sugli scoperti non si abbassano. Anzi, ci aspettiamo una crescita ulteriore, anche in vista di Basilea 3».

Abbiamo analizzato i conti correnti per famiglie di sei istituti, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Bnl, Bpm, Ubi (vedi tabella). Alcuni hanno ritoccato le spese al rialzo, in particolare proprio il Montepaschi presieduto da Giuseppe Mussari, da luglio presidente anche dell'Abi, e l'Ubi. Altri no, come Intesa Sanpaolo, Bnl e Unicredit (che però era già intervenuta su canone e prelievi in primavera). La media naturalmente è quella di Trilussa, ma lo stesso significativa. A fianco dei picchi, nelle operazioni in filiale e con i contanti, da evitare assolutamente - un bonifico per cassa allo sportello costa ancora fino a 8,5 euro (Intesa Sanpaolo) e il pagamento delle utenze, sempre allo sportello e per cassa, sfiora i 6 euro (5,8 euro in Bpm) - sono cresciuti gran parte dei costi medi.

Capitolo bonifici. Per l'«effetto Mps», in media sono saliti tutti: 6,81 euro quelli per cassa (era 6,73), quasi 2 euro quelli permanenti (1,88 euro contro 1,28 a maggio), 54 centesimi online (erano 37). In compenso, è sceso da 4,03 a 3,86 euro il bonifico allo sportello con addebito in conto, sempre per l'effetto Mps, che, questa spesa, l'ha ridotta.

Capitolo utenze. Con l'Ubi che rompe il fronte del gratuito, ora si pagano persino le domiciliazioni: 14 centesimi in media. Il gruppo guidato da Victor Massiah (che, fra l'altro, ha anche alzato il costo del prelievo Bancomat su altra banca, da 1,8 a 1,9 euro) è l'unico finora a chiedere questa commissione, ma c'è da credere che seguiranno altri.

Quanto agli altri canali: pagare le bollette per cassa costa in media ormai 4,15 euro (era 3,81), allo sportello con addebito in conto 2,32 euro (era 2,30), via Internet 76 centesimi (erano 72). «Abbiamo alzato i costi, che ricordiamo sono solo per i nuovi clienti, per due motivi - dice Mps -. Primo, perché i nostri listini erano fermi da anni. Secondo, per l'impatto della direttiva su servizi e pagamenti, che ha spinto le banche a riequilibrare la struttura dei costi. Per noi ci sono maggiori oneri, perché elimina totalmente i ricavi dai giorni-valuta». Il paradosso è che questa direttiva è nata, come l'Isc, a vantaggio dei consumatori. Il bicchiere mezzo pieno è che, grazie alla trasparenza, oggi i clienti possono confrontare davvero i costi. E decidere, nel caso, di cambiare la banca.

FONTE: Alessandra Puato (corriere.it)

lunedì 27 settembre 2010

Roma batte Milano tra le metropoli più globali


Non bastano l'allure continentale e le aspirazioni mitteleuropee. Nemmeno l'Expo del 2015, Piazza Affari o il Quadrilatero della moda. Milano si rassegni: è una metropoli meno globale di Roma. Lo certifica nero su bianco l'indice Global Cities 2010, redatto da A.T. Kearney. Chicago Council on global affairs e Foreign Policy: la capitale è al 28esimo posto, il capoluogo lombardo solo al 42esimo. Milano battuta anche da Città del Messico, da San Paolo, da Bangkok, persino da quella Istanbul che dice di avere le carte in regola per entrare in Europa.

La vittoria romana è tutta "merito" della crisi economica. «Dei vari indicatori economici, culturali e sociali che vanno a comporre l'indice, quello che ha abbassato consistentemente il punteggio milanese riguarda proprio il business», spiega Luca Rossi, managing Partner di A.T. Kearney Mediterranean Unit, che è nato a Roma ma vive a Milano, e per questo giura di essere neutrale.
«La contrazione dei mercati, ma anche la scarsa organizzazione di eventi business in città hanno fortemente penalizzato Milano, mentre Roma è addirittura migliorata dal punto di vista del ruolo politico internazionale. Il risultato sono appunto 14 posizioni di stacco».
Chi sono le vere regine della globalizzazione? Politicamente influenti a livello mondiale, cruciali dal punto di vista economico, con un capitale umano di alta qualità, e un'offerta culturale di spessore internazionale. A dir la verità, sempre le stesse: New York al primo posto, poi Londra, Tokyo, Parigi, Hong Kong. «L'unica vera sorpresa, nella top ten, è quella di Sidney» ammette Rossi. Soltanto due anni fa, la città australiana era al 16esimo posto. Poi la diffusione della banda larga, la vivace offerta culturale e un'apertura marcata alle notizie internazionali, anziché solo a quelle locali, sui suoi giornali le hanno fatto fare il balzo.

Per le grandi megalopoli emergenti, da Pechino a Mosca a Dubai, c'è invece ancora molta strada da fare. Rossi non è ottimista: «Prima di vederne entrare una fra le prime dieci, ci vorranno almeno 15 o vent'anni». Cosa penalizza queste città sterminate, che superano i 10 millioni di abitanti, che hanno un Pil in invidiabile corsa, e che attirano sempre più investitori stranieri? Il dinamismo economico non basta: «Concetti come la democrazia o la libertà intellettuale, vale a dire i cambiamenti culturali e quelli politici, richiedono tempi lunghi», riassume l'esperto di A.T. Kearney.

FONTE: ilsole24ore.com

lunedì 20 settembre 2010

Per il matrimonio un business da favola


Sempre meno, ma sempre più costosi. Tradizionali come quello di Chelsea Clinton, sposa in bianco con strascico e chignon. Sfarzosi, come quello di Wesley Sneijder. Oppure ecologici, all'insegna della sostenibilità ambientale. Celebrati sott'acqua in tenuta da sub, ma senza rinunciare al bouquet. O a tema, con un colore dominante e persino ispirati a personaggi del videogioco preferito. I tempi cambiano e trionfa la fantasia. E se cala di anno in anno il numero di coppie che decidono di convolare a nozze, il business cresce e fattura, in media, ben 10,5 miliardi di euro.

L'ultima fotografia del matrimonio all'italiana è stata scattata dall'Istat. Il fermo immagine è sulla realtà del 2008: in quell'anno sono state poco meno di 250mila le coppie che hanno deciso di promettersi eterno amore, il livello più basso degli ultimi trent'anni. Così, se nel 1972 venivano pronunciati in media 1.148 "sì" al giorno, oggi non si arriva nemmeno a 700. Al grande passo ci si decide più tardi, tanto che l'età media sale a 33 anni per gli sposi e a 30 per le consorti, sei anni in più rispetto agli anni 70. E ben una coppia su tre preferisce il rito civile. Poi, però, a giochi fatti, si punta al meglio. E nemmeno in tempi di crisi si rinuncia alla cerimonia. Tanto che matrimonio fa sempre più rima con patrimonio.

Alla fine il conto da pagare è tutt'altro che low cost: per circa cento invitati, si arriva a spendere, bene che vada, secondo l'Osservatorio nazionale di Federconsumatori, 33mila euro. Ma si può arrivare a sborsare fino a 20mila euro in più, con un costo medio quindi di circa 43mila euro. Così l'assegno staccato nel 2010 vale il doppio rispetto al 2001 ed è più caro del 4% rispetto al 2009.

Più di un terzo va alla macchina organizzativa, con tutti gli accessori legati all'evento. Dalle partecipazioni alle bomboniere, senza dimenticare le fedi, ma anche le foto e l'album, il conto lievita e supera in media i 12mila euro. La curiosità sull'abito di lei fa salire le quotazioni: essere principessa per un giorno può costare, tra abito e accessori, fino a 7mila euro. Ma anche lui non vuole sfigurare e arriva a spendere solo per vestirsi quasi 3mila euro. Poi le luci si accendono e comincia "il giorno più bello".

FONTE: Chiara Bussi (ilsole24ore.it)

mercoledì 15 settembre 2010

Sfida «made in Italy» per l'auto elettrica


DUE I PROGETTI: IN CAMPO IL MEGLIO DELLE UNIVERSITÀ E DELLE IMPRESE

Una grande alleanza per l'auto elettrica. Per la prima volta industria automobilistica, imprese di componentistica, Università e centri di ricerca si mettono insieme per «fare sistema» e vincere la sfida della mobilità sostenibile. Un piano ambizioso che vede schierate le eccellenze del Made in Italy nell'innovazione e nella ricerca: da Fiat a Ferrari, da Brembo a Piaggio a Pininfarina a Dallara, fino a Eni ed Enel. Il punto di partenza sono due piattaforme, una per la mobilità elettrica e l'altra per l'innovazione, che vedranno la luce domani al Ministero dell'Università e della Ricerca. «Le piattaforme tecnologiche rappresentano il punto di incontro dove contenuto scientifico e industriale possono trovare la convergenza» spiega Alessandro Sciolari, direttore di Assoknowledge, l'associazione di Confindustria che insieme all'Ata, l'Associazione Tecnica dell'Automobile, ha promosso l'iniziativa a cui hanno aderito quasi 70 imprese e 17 tra Università e centri di ricerca, con il supporto dei ministeri dell'Ambiente, dell'Università e della Ricerca e dello Sviluppo Economico.

L'idea è venuta a un gruppo di aziende, tra cui il Centro Ricerche Fiat, Pininfarina, Dallara, che hanno trovato in Assoknowledge la sponda giusta per accelerare la realizzazione del loro progetto. Strada facendo si sono aggiunte Brembo, Piaggio, Enel, Elettrolux, Indesit, le Università di Roma, Padova, Palermo, Napoli, il Politecnico di Milano e quello di Torino, solo per citarne alcune. Le «bandiere» dell'innovazione made in Italy, insomma, che hanno deciso di stabilire insieme degli obiettivi di ricerca, condividere il lavoro e «fare sistema» per raggiungerli. E per conquistare la leadership in un settore di mercato che sta crescendo rapidamente e che nel 2015 dovrebbe rappresentare il 10% del mercato mondiale dell'auto. «Abbiamo ribaltato l'approccio alla questione: gli obiettivi non vengono più calati dall'alto nelle aziende, senza che queste li abbiano condivisi, ma saranno le imprese stesse a stabilirli insieme, pochi ma chiari, e a perseguirli con il sostegno delle istituzioni». Perché avventurarsi in ordine sparso in un mercato che sta diventando sempre più competitivo non solo non conviene ma può avere come effetto quello di disperdere energie e risorse importanti. E soprattutto di non riuscire ad avere accesso ai finanziamenti europei destinati ai progetti per la mobilità sostenibile. Che è poi ciò che sta più a cuore ai promotori dell'iniziativa. In Italia ce ne sono diversi in stato avanzato: Pininfarina ha già sviluppato un prototipo di auto elettrica, il Centro ricerche Fiat studia da tempo la mobilità urbana sostenibile e a Milano la municipalizzata A2A ha siglato un accordo con Renault per promuovere le vetture a impatto zero che prevede l'installazione di 270 colonnine per la ricarica. L'idea adesso è quella di trovare un punto di incontro tra le diverse iniziative, stabilire le priorità e presentare a Bruxelles progetti concreti per avere più facile accesso ai fondi. A farlo saranno le aziende, a cui poi spetterà il compito di sviluppare i progetti. Ai ministeri coinvolti toccherà invece il compito di assicurare il sostegno necessario in sede comunitaria. L'iniziativa coinvolge anche 17 tra Università e centri di ricerca: «Vogliamo creare una cornice di riferimento affinché i corsi universitari e la ricerca si orientino verso obiettivi condivisi dalle imprese. Credo che in questo modo il sistema possa prendere coscienza delle sue potenzialità» afferma Sciolari.

Vincere la sfida, tuttavia, non sarà semplice. «C'è poco tempo e l'Italia è in ritardo - ammette Nevio Di Giusto, amministratore delegato del Centro ricerche Fiat -. L'Europa chiede ai Paesi di avere un interfaccia con cui discutere i programmi ambientali e questa piattaforma mi sembra in tal senso un'iniziativa lodevole. Ma è fondamentale che si stabiliscano poche cose da fare, bene e fino in fondo. Noi abbiamo dato la nostra disponibilità». Il fatto che al tavolo siano stati invitati «i costruttori ma anche chi fa componentistica è importante - aggiunge l'amministratore delegato del Centro ricerche Fiat - per creare attorno alla filiera italiana dell'auto un polo aggregante».

Perché il progetto funzioni sarà importante però anche il monitoraggio di ciò che avviene negli altri paesi europei. Per non sovrapporsi e selezionare i filoni in cui si può più facilmente raggiungere l'eccellenza. «Se per esempio l'Italia è indietro nello sviluppo delle batterie elettriche - racconta il direttore di Assoknowledge - mentre la Germania è leader, è inutile presentare a Bruxelles un progetto focalizzato su questo prodotto. Meglio concentrarsi sull'aerodinamica e sul peso delle vetture oppure sulla mobilità urbana». Nessuno per ora scopre le carte, ma chissà che la prima piattaforma non parta proprio da qui.

FONTE: Federico De Rosa e Maurizio Donelli (corriere.it)

lunedì 13 settembre 2010

Approvato l'accordo Basilea 3 sui nuovi requisiti delle banche


L'entrata in vigore sarà graduale: dal 1 gennaio 2013 per arrivare alla piena attuazione al primo gennaio 2019.

Il Comitato dei Governatori delle Banche centrali ha approvato un nuovo accordo, il cosiddetto «Basilea 3» che impone requisiti patrimoniali più severi per l'operatività delle banche, in modo che gli istituti abbiano più risorse per resistere a una crisi come quella dei mutui subprime che ha messo in ginocchio il sistema finanziario internazionale. L'entrata in vigore sarà graduale, dal 1 gennaio 2013 per arrivare alla piena attuazione al primo gennaio 2019. Dopo questo via libera tecnico, lunedì il testo sarà presentato allo Steering Committee del Financial Stability Board, l'organismo guidato dal Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi. Il via libera «politico» si avrà con la ratifica del G20 di Seul in novembre.

ACCORDO FATICOSO - L'accordo raggiunto oggi a Basilea arriva al termine di un lungo e faticoso lavoro di preparazione: anche se c'è sempre stato consenso sulla necessità di irrobustire gli istituti di credito, i banchieri erano molto preoccupati che i nuovi «paletti» potessero in qualche modo limitare la loro operatività, tenendo immobilizzati capitali che sarebbero diventati inutilizzabili per la normale operatività creditizia. Senza contare che un'eccessiva «ingessatura» delle banche rende queste ultime meno propense a prestare soldi, limitando quindi gli investimenti delle imprese (questo spiega certe riserve, per esempio, della Confindustria italiana) e, indirettamente, lo sviluppo dell'economia. A esprimere riserve erano non solo Germania e Stati Uniti: ancora sabato l'amministratore delegato di Unicredito Alessandro Profumo, in qualità di presidente della federazione bancaria europea, aveva inviato una lettera ai presidenti della Banca centrale europea e della Commissione Ue definendo una svolta troppo radicale quella prevista a Basilea. La forte gradualità dell'applicazione delle norme, per esempio, è stata concepita proprio per venire incontro alle richieste dei banchieri, dando loro il tempo per reperire le risorse con cui irrobustire i patrimoni degli istituti.

REQUISITI CHIAVE - L'accordo intende agire su quelli che sono ritenuti i requisiti chiave imposti alle banche nella loro attività, che vengono misurati dal rapporto tra patrimonio di vigilanza, ovvero i fondi su cui una banca può maggiormente contare in una fase di necessità, rispetto al totale delle sue attività, ponderate per tener conto delle effettive caratteristiche di rischio. Ebbene, è stato deciso di alzare questo rapporto, in modo che una banca, per potere operare, debba avere un patrimonio di vigilanza più alto e quindi sia meno esposta a eventuali contraccolpi in caso di crisi. Non solo, ma più una banca ha attività investite, più dovrà essere alto il patrimonio di vigilanza. Indirettamente questa riforma metterà tutte le maggiori banche mondiali sullo stesso piano, e in questo modo potrebbe risultare vantaggiosa per le istituzioni italiane. Le banche ne usciranno magari meno redditizie, ma anche molto più solide e sicure. Diversi osservatori hanno definito questa come la riforma più rilevante seguita alla crisi mondiale.

FONTE: corriere.it

sabato 11 settembre 2010

L'immobiliare vede la ripresa dal 2011. Breglia: «La selva è meno oscura»


È un'economia, questa, che non conosciamo. Di conseguenza è sempre difficile fare previsioni, ma una cosa appare ormai assodata: il mercato immobiliare ha girato la boa. Stop alla discesa del fatturato e delle compravendite che si sussegue dallo scoppio della crisi dei subprime, ripresa nel 2011 e, per il residenziale italiano, anche un ritorno al segno positivo per i prezzi l'anno prossimo. Non tutto naturalmente è risolto e i problemi di base restano, tanto che Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, in occasione dell'illustrazione dell'Outlook 2011, ha esordito con stile dantesco: «Nel mezzo del cammin...la selva è meno oscura, ma ancora non si vedono le stelle».
La crisi economica ha comportato un forte rallentamento degli scambi immobiliari nel corso del 2009. Nei cinque paesi più importanti l'anno si è concluso con un fatturato immobiliare di circa 596 miliardi di euro, che rappresentano un calo del 13,3 per cento rispetto all'anno precedente. Il fatturato in Eu27, invece, ha segnato un aumento dell'1,2 per cento, superando 940 miliardi di euro. Il primo semestre 2010 ha mostrato segnali di ripresa in tutti i Paesi, fatta eccezione per la Spagna, il cui fatturato continua a diminuire. Il 2010, dunque, si dovrebbe concludere con un fatturato in lievissimo aumento nei cinque paesi più importanti, mentre la crescita sarà più significativa a livello Eu27. Tra i principali paesi europei, l'andamento migliore riguarda la Germania, che dovrebbe vedere una crescita del fatturato in tutti i segmenti di mercato, con punte superiori al 7 per cento nel comparto industriale.

Buone le previsioni per l'Inghilterra, che dovrebbe registrare un aumentomedio dell'1,4 per cento. Solo il settore industriale è ancora in difficoltà, con un fatturato in diminuzione. Torna in territorio positivo l'Italia. La situazione europea risulta complessivamente migliore rispetto a quella statunitense. Il fatturato, infatti, dovrebbe aumentare del 2,1 per cento in Eu27, contro lo 0,2 per cento degli Stati Uniti, il cui valore è ormai di poco superiore a quello europeo. Un miglioramento dell'economia e gli effetti delle misure governative, finalizzate alla riforma delle politiche fiscali e monetarie e al contenimento della disoccupazione, dovrebbero avere un effetto positivo sul fatturato immobiliare nel 2011.

FONTE: Evelina Marchesini (ilsole24ore.it)