mercoledì 27 ottobre 2010

Liquidità & risparmi, dove spuntare il 2% netto


In Italia mille miliardi di ricchezza parcheggiati a breve. Dai Bot (in rialzo) ai depositi online: chi offre di più

La liquidità è salita su un trono ancora più importante del solito perché la crisi negli ultimi due anni ha imposto a tutti - grandi e piccoli - la ritirata dal mercato.
I rendimenti non sono certo da favola. Ma, si sa, la sicurezza qualche volta non ha prezzo: i tassi ballano tra lo zero virgola dei Bot trimestrali e il 2% netto, raggiungibile solo in alcuni casi specifici di promozioni a tempo, creati dalla necessità di contendersi un mercato notevole, se è vero che oltre mille miliardi di ricchezza delle famiglie italiane restano liquidi. Indipendentemente dalla stagione dei mercati.
Tempeste finanziarie a parte, infatti, la fame di conti correnti e di strumenti per parcheggiare a breve il cash non si spegne mai. Anche quando, come è accaduto nelle ultime settimane, la speranza di ripresa convince gli investitori - soprattutto quelli grandi - a comprare le azioni. Magari non a man bassa, ma più di prima.

Movimento
Il quadro è proprio questo: mentre va in onda un mini-risveglio dei mercati azionari guidato dagli acquisti dei money manager globali (Piazza Affari, quella messa peggio, dalla fine dell'estate ad oggi è salita del 10% circa), il fascino della liquidità non si appanna. E i conti online - unici, veri mattatori sul mercato italiano che non offre altre alternative di impiego remunerativo a brevissimo termine - non smettono di attrarre clienti, di farsi concorrenza e di cercare strade (pronti contro termine o agganci a polizze vita) per evitare la tassazione al 27%. Il peso del fisco, infatti, è un grande handicap per i numerosi parcheggiatori di liquidità italiani.
Gli analisti di Bofa Merrill Lynch, che tutti i mesi interrogano centinaia di gestori globali sulla composizione dei loro portafogli, hanno registrato nel mese di ottobre la prima vera inversione di tendenza da aprile 2009 ad oggi: chi ha abbandonato la trincea della liquidità per dare un pochino di fiducia ai mercati azionari o ad altri asset più rischiosi del cash è passato in maggioranza mentre fino a settembre i super impegnati sulla liquidità erano ancora i più numerosi.

Sul fronte dei privati, invece, la foto di Prometeia e Banca d'Italia dice che la liquidità a fine anno rappresenterà ben il 31% della ricchezza delle famiglie italiane, stimate per un totale di 3.678 miliardi di euro. Un dato in leggera crescita rispetto al 29,8% fotografato nei primi mesi del 2010 e in aumento più deciso se si considera invece il dato pre-crisi del 2007, quando il cash delle famiglie ammontava al 27% di uno stock praticamente uguale a quello stimabile adesso.
Oltre 1.140 miliardi di ricchezza familiare, quindi, sono liquidi: la metà di questa cifra è «a vista», sui conti correnti tradizionali e non. L'altra metà è invece parcheggiata in pronti contro termine o altre forme di impiego che non superano i tre mesi. «Sono cifre importanti non molto diverse da quelle che si rilevano negli altri paesi europei - fa notare Chiara Fornasari, partner di Prometeia ed esperta di analisi sui comportamenti finanziari delle famiglie -. E non sono destinate a cambiare in modo significativo, anche una volta archiviata la crisi».

Scelta
I fan del cash sono quindi davanti a un bivio: seguire l'esempio dei grandi gestori e quindi decidere di investire un poco di più in qualcosa di diverso dal parcheggio. Oppure continuare ad aspettare. Perché se arriva la deflazione ( vedi altro pezzo ) il cash alla fine è uno dei pochi asset che non si deprezzano.
In queste due pagine CorrierEconomia ha fatto i conti in tasca alle principali offerte per gestire la liquidità, rispondendo ad una domanda concreta: quanto mi rendono nelle varie situazioni diecimila euro? La pietra di paragone sono il Bot trimestrale e quello annuale. E i numeri parlano chiaro: a tre mesi lo Stato italiano offre 5 euro, mentre a un anno diventano 96. Sulle scadenze brevi i conti online sono imbattibili: anche i più avari (18 euro) rendono quattro volte il Bot. I più generosi si spingono addirittura a 55 euro. Se invece ci si spinge sul traguardo dei 12 mesi, i Bot, che oggi sono risaliti un poco e rendono lo 0,959% netto, non sono più i peggiori della lista. In alcuni casi le formule base dei conti online (senza promozioni e senza vincoli) rendono meno. Non per il tasso (che per molti è all'1%) ma per l'insostenibile peso delle tasse. Il Bot, infatti, se la cava con il 12,5%. I conti online devono misurarsi con l'inesorabile 27%.

FONTE: Giuditta Marvelli (corriere.it)

mercoledì 20 ottobre 2010

La Ue vara i pagamenti sprint


MILANO - Una boccata di ossigeno per le piccole e medie imprese e una possibile stangata sui conti della pubblica amministrazione: oggi è atteso il via libera definitivo del Parlamento europeo alla direttiva sui ritardi nei pagamenti alle aziende private fornitrici di beni e servizi agli enti pubblici. E gli effetti sull'Italia, dove gli arretrati della Pa avrebbero raggiunto quota 70 miliardi di euro, potrebbero essere importanti. In base alla nuova normativa, il limite massimo di tempo per la liquidazione delle fatture è di 30 giorni, prorogabile a 60 giorni per il settore sanitario o in presenza di casi eccezionali. Se questi termini non saranno rispettati, scatterà il pagamento di interessi di mora pari almeno all'8% (più il tasso di riferimento della Bce). Interessi che le imprese potranno richiedere automaticamente così come potranno ottenere un risarcimento minimo fisso di 40 euro a titolo di recupero spese che può essere richiesto anche per altri costi rimanenti. Quanto ai pagamenti tra aziende private, la direttiva stabilisce che le fatture dovranno essere liquidate entro 60 giorni salvo diversi accordi tra le parti che non risultino iniqui nei confronti del creditore. La direttiva – che, una volta approvata, dovrà essere recepita dai singoli governi in 24 mesi – metterà a dura prova il sistema dei pagamenti del settore pubblico in Italia e imporrà un cambio di marcia nelle procedure e nei tempi di liquidazione delle fatture. Oggi la media italiana dei pagamenti è di 186 giorni, con punte di 500-600 giorni nella sanità, in aumento rispetto ai 128 dell'anno scorso, con una percentuale di perdita su crediti aumentata dal 2,5% al 2,6%. E, stando alle stime più recenti, le imprese vantano 70 miliardi di crediti nei confronti della Pa. «Chi lavora deve essere pagato – commenta Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea che ha fortemente voluto questa direttiva nel quadro delle azioni in favore delle Pmi –. È un principio basilare ma gioca un ruolo cruciale per quanto riguarda la solidità di un'azienda, delle sue finanze e del suo accesso al credito». I ritardi di pagamento sono ancora «molto, troppo frequenti nelle operazioni commerciali nell'Unione europea – spiega Tajani –. Basti pensare che in Europa nell'ultimo anno la perdita di crediti è cresciuta dell'8 per cento. Tanto che, nel complesso, in Europa la perdita di crediti ha raggiunto quota 300 miliardi di euro. Tali ritardi causano effetti nefasti sulla competitività delle imprese europee in un periodo in cui per loro l'accesso al credito non è facile, in particolare per le piccole e medie imprese che contribuiscono, che per il 56% al Prodotto interno lordo europeo».

FONTE: Marika Gervasio (ilsole24ore.it)

venerdì 15 ottobre 2010

Enel Green Power in Borsa a 1,8-2,1 euro


Il vertice di Enel e le banche del consorzio hanno deciso nella serata di ieri la forchetta di prezzo definitiva per l'Ipo di Green Power. Il range di prezzo è stato ridotto rispetto alla forchetta provvisora e, secondo fonti bancarie, oscilla tra 1,8 e 2,1 euro (contro 1,9-2,4 euro) valorizzando la società tra 9 e 10,5 miliardi. Se, come probabile, il prezzo di vendita finale sarà 2,1 euro (non potrà comunque superare questo valore che è il prezzo massimo) e l'Enel cederà fino al 33% di Green Power(come ha confermato ieri il presidente Piero Gnudi), l'incasso finale sarà pari a 3,46 miliardi. Nel frattempo, dal prospetto informativo, emerge che Enel ha portato a termine una consistente ripatrimonializzazione di Egp il 17 marzo scorso. Nell'ambito del riassetto delle attività, conseguenti anche al conferimento degli asset rinnovabili spagnoli e portoghesi (Ecyr-Eur), il gruppo elettrico ha deliberato la rinuncia a un credito di 3,7 miliardi vantato verso la controllata in via di quotazione iscrivendo tale importo nelle riserve della società. Il combinato del conferimento degli asset iberici assieme alla rinuncia al credito ha portato Enel Green Power ad aumentare da 2,5 miliardi di fine 2009 a 7,2 miliardi di giugno 2010. Questi passaggi, finalizzati a rafforzare la società e desumibili dal prospetto di Green Power, sono stati sicuramente importanti nel contribuire a portare la valutazione della società attorno a 10 miliardi.

Nel documento informativo si spiega anche come la società delle rinnovabili intende fare fronte alle necessità di sviluppo future, che prevedono oltre 5 miliardi di investimenti entro il 2014. Viene spiegato che le esigenze di investimento, ma anche le spese per gli interessi sul debito e il pagamento dei dividendi (ieri l'a.d. di Enel Fulvio Conti ha confermato per Green Power un pay out del 30%), saranno coperte attraverso i flussi di cassa generati dalla gestione operativa e, se non bastano, attraverso fonti esterne di finanziamento e in particolare le linee di credito che Enel e le sue controllate rendono disponibili al gruppo e, ove possibile, a strutture di project financing. Guardando ai dati di bilancio della società, si vede che i flussi della gestione operativa sono stati pari a 261 milioni nel primo semestre 2010, mentre erano pari a 319 milioni nei primi sei mesi 2009.

FONTE: Laura Serafini (ilsole24ore.it)

mercoledì 6 ottobre 2010

Bancomat, riduzioni in arrivo sui costi


Resi vincolanti impegni dell'Abi. "I tagli arriveranno fino al 36% delle commissioni interbancarie"

In arrivo tagli fino al 36% per le commissioni interbancarie per Bancomat, Pagobancomat e per la domiciliazione delle bollette (Rid) oltre che i pagamenti con ricevuta bancaria, riduzioni che da ora potrebbero arrivare anche "a cascata" ai clienti finali. L’Antitrust ha infatti accettato gli impegni presentati da Abi e Consorzio Bancomat per chiudere due istruttorie aperte dall’Autorità nel novembre 2009 e ha rimodulato le commissioni fra banche con tagli vanno dal dal 36 al 3 per cento.

La mossa piace ai consumatori (Adusbef, Movimento Consumatori e Federconsumatori) che plaudono ancora una volta all’azione dell’Antitrust chiedendo per essa poteri sanzionatori mentre dubbi sugli effettivi vantaggi per la clientela arrivano dal Codacons. Soddisfazione anche da Abi e Consorzio Bancomat secondo cui gli impegni presentati «mentre confermano la validità delle commissioni interbancarie, seguono gli orientamenti che si vanno consolidando in ambito comunitario e nazionale, tesi a promuovere il progressivo contenimento di queste commissioni».

L’Antitrust aveva contestato la commissione unica stabilita dal consorzio Bancomat (quella che arriva per i pagamenti presso i Pos, oramai diffusissimi in Italia e che conta 28 milioni di carte), definita una soglia minima al di sotto della quale la concorrenza fra gli istituti non può ridurre la commissione agli esercenti. Anche nel caso dei prelievi agli sportelli con il Bancomat e i servizi Rid e Riba, l’Autorità aveva rilevato come una commissione unica e centralizzata limitava l’autonomia delle singole banche nelle politiche commerciali e portava a condizioni più onerose per i clienti. In base agli impegni, su cui l’Antitrust vigilerà, la commissione interbancaria PagoBancomat scende così di oltre il 4% sul valore della transazione media (la componente fissa della commissione interbancaria si riduce da 0,13 a 0,12 euro per ogni operazione).

Il consorzio si è impegnato a rivedere la commissione alla luce dei principi che emergeranno dagli studi in corso di svolgimento da parte della Commissione Europea e dell’Eurosistema sul "test del turista". Ovvero fissare una commissione a un livello per cui il negoziante non ha una particolare predilezione per la carta o il contante nelle spese fatte da un ipotetico turista. Inoltre, in base all’accordo raggiunto, la commissione per i prelievi presso gli sportelli Bancomat si riduce del 3,4% (dal 0,58 a 0,56 euro), la commissione interbancaria Rid viene tagliata del 36%, scendendo a 0,16 euro. A partire dal 1 novembre 2012, la commissione interbancaria sul Rid sarà azzerata, in linea con l’evoluzione europea, salvo per la parte relativa al servizio di allineamento elettronico archivi (pari a 0,071 euro). La commissione per il Rid veloce scende da 0,35 a 0,26 euro a operazione. Infine la commissione RiBa per disposizione di incasso viene ridotta di quasi il 20%, da 0,57 a 0,46 euro.

FONTE: lastampa.it

martedì 5 ottobre 2010

L'esercito del doppio lavoro Sono 4,8 milioni di persone, molti in nero


Spesso la seconda attività è necessaria perché non si guadagna abbastanza. La percentuale di irregolarità è del 17,6%, più diffusa nel commercio, nella ristorazione, negli alberghi e nei servizi alla persona


Sono quasi 4,8 milioni le persone in Italia che hanno due occupazioni: e se in molti casi, come ad esempio i lavori domestici, si tratta semplicemente di più lavori part time per ottenere un salario dignitoso, resistono negli anni anche coloro che a una occupazione standard (a tempo pieno e indeterminato) affiancano un'altra attività, spesso in nero. Tra le seconde attività l'Istat calcola anche l'impiego nell'''autoproduzione'' come l'occupazione nel proprio orto o i lavori di ristrutturazione di casa, attività queste considerate lavoro regolare.

Nella massa del doppio lavoro comunque - spiegano i tecnici Istat - c'è però una grossa fetta di lavoro in nero, spesso nel commercio, nella ristorazione, negli alberghi e nei servizi alla persona. Il dato emerge da un raffronto tra i dati dell'Istat sugli occupati totali nel 2009 e le posizioni lavorative calcolate nello stesso anno. A fronte di 24.838.000 occupati in media annua infatti ci sono 29.617.000 posizioni lavorative (tra regolari e irregolari) con una percentuale di irregolarità nel complesso del 17,6%.

Il numero dei doppiolavoristi - si evince dalla serie storica - è stato sostanzialmente stabile negli ultimi anni anche se la percentuale sul totale dei lavoratori si è leggermente abbassata (grazie all'aumento dell'occupazione in generale). Per quasi 900.000 persone il doppio lavoro è in agricoltura (tra l'autoproduzione nel proprio orto e l'impiego nella coltivazione e nel raccolto nei campi di altri). A fronte di 979.000 occupati nel settore nel 2009 c'erano, nello stesso anno 1.837.000 posizioni lavorative. Nel settore del commercio ''allargato'' (commercio, riparazioni, alberghi e ristoranti, trasporti e comunicazioni) gli occupati totali (le persone) nel 2009 erano 6.052.000 ma le posizioni di lavoro risultavano essere 8.358.000 con una differenza di oltre 2,3 milioni di unità.

Questo è il settore dove è più forte l'utilizzo del part time ma anche dove il sommerso, ad esclusione del lavoro domestico, ha la percentuale più alta (28,6% contro il 17,6 di media tra tutti i comparti), quattro volte superiore a quella dell'industria nel complesso. All'interno del comparto del commercio sono il settore degli alberghi e pubblici esercizi e quello dei trasporti e le comunicazioni ad avere la percentuale più alta sia di doppio lavoro che di sommerso. Secondo i dati fermi al 2008 il lavoro irregolare in alberghi, ristoranti e bar si avvicina al 42% mentre i ''doppiolavoristi'' sono circa 900.000 (le posizioni lavorative superano le 2,1 milioni di unità contro gli 1,2 milioni di occupati). Nei trasporti e le comunicazioni la percentuale di lavoro irregolare sfiora il 50% mentre coloro che fanno una doppia attività sono quasi 1,2 milioni.

Nel lavoro domestico si concentra il lavoro irregolare (64,2% nel 2008 ma in calo rispetto al 78,6% di dieci anni prima) e le posizioni lavorative complessive che risultano all'Istat sono, sempre secondo i dati risalenti al 2008, 2.230.000 a fronte di 1.465.000 occupati (765.000 quindi i casi di doppio lavoro). Nell'industria sono scarsi sia i casi di doppio lavoro sia quelli di lavoro irregolare (6,8% la percentuale nel 2009).

FONTE: repubblica.it