mercoledì 30 marzo 2011

Vino, calano i consumi ma le multinazionali brindano

MILANO - I consumi pro capite sono in calo da almeno 10 anni, ma in Borsa le multinazionali del vino possono brindare. Almeno secondo la ricerca annuale di Mediobanca che dal 2001 registra una performance del 122% per i 12 titoli quotati messi sotto esame. Numeri dove non c’è traccia di imprese italiane. "Ma non è un problema, anzi il problema è proprio quello di voler fare concorrenza ai big del mercato producendo vino a basso costo e di bassa qualità" dice Costantino Charrère, numero uno dell’azienda vinicola Les Crétes e presidente di Fivi, la federazione italiana vignaioli indipendenti.
Intanto il paniere dei titoli che compongono l’indice è composto per il 35% da società australiane e per poco meno del 30% da cinesi: "In Australia – continua Charrère – coltivare un ettaro costa 80 ore/lavoro, in Valle d’Aosta 1.200". E i guadagni, per le multinazionali, sono notevoli con una media del margine operativo del 18,5% sul fatturato (4,7% per le aziende italiane).
Dallo studio Mediobanca emerge dunque come i margini all’estero siano decisamente superiori, ma anche per le imprese italiane ci sono buone notizie proprio sul fronte export: nel 2010 è cresciuto dell’8,5% e in futuro continuerà ad aumentare, mentre le vendite del made in Italy sono cresciute del 5% a 4,4 miliardi, con un’ottima performance delle bollicine.
"In Italia ci sono molti, forse troppi imprenditori del settore" rilancia Vittorio Moretti, numero uno di Terra Moretti che produce – tra gli altri – lo spumante Bellavista: "In Franciacorta non abbiamo problemi, ma in tanti sono costretti ad abbattere i prezzi per restare sul mercato. Le cantine sono piene".
E in questo caso la dimensione aziendale può fare la differenza. Almeno in fase di acquisto e distribuzione. Sulla piazza di Londra un litro di vino può arrivare a costare 40 centesimi al litro, mentre in Italia la vendemmia si paga 35 centesimi al chilo. "Siamo in mezzo al guado" spiega Matteo Lunelli, vicepresidente delle Cantine Ferrari, che aggiunge: "Il calo dei consumi nei mercato maturi è ormai compensato dai paesi emergenti, ma è evidente che le multinazionali hanno strutture e capacità più adatte ad aggredire questo segmento". Se l’aggregazione delle cantine italiane sarà quindi uno dei temi del futuro prossimo, oggi si presenta ancora una volta la questione del sistema paese: "Non abbiamo il supporto delle istituzioni – incalza Vittorio Moretti -. Gli imprenditori devono muoversi da soli e il governo non ci appoggia. Negli Stati Uniti, per esempio, i costi sono altissimi perché ci sono troppi passaggi, all’importatore si aggiunge il distributore. Con ricarichi enormi".
I produttori restano però convinti che il vino possa continuare a garantire valore aggiunto, a patto di riuscire a mantenere il legame con il territorio, "è la nostra forza, la nostra specificità" chiosa Charrère. "Quello con il territorio – aggiunge Matteo Lunelli – è un legame importante, da mantenere. Dobbiamo sempre di più essere in grado di raccontare le storie, le varietà e le origini. Basti pensare alle bollicine che continuano a crescere. Piacciono perché sono moderne e conviviali, ma sono tutte diverse. C’è il Trento doc, come il nostro, il prosecco, il Franciacorta e lo spumante dolce come Asti. Tutte storie originali e orgogliosamente diverse".
Dal rapporto Mediobanca emerge poi come il 90% circa dei gruppi italiani sia a controllo famigliare. Una garanzia per il radicamento sul territorio, ma alle volte un limite nei piani di crescita. "Non per noi – prosegue Lunelli – la famiglia è importante. E non è certo un freno. La crescita dimensionale sarà un tema da affrontare, ma la Borsa non è l’unica strada". Anche se tra le 12 aziende analizzate da Mediobanca ci sono due public company e 10 gruppi che fanno comunque riferimento a famiglie. Ma alla Borsa non pensa neppure Vittorio Moretti: "Siamo un’azienda famigliare, alla quotazione non penso. Le bollicine italiane sono sempre più richieste, proprio oggi è arrivato un ordine del Giappone… il mondo non si ferma".

FONTE: Giuliano Balestreri (repubblica.it)

venerdì 25 marzo 2011

Vertice Ue, nella notte accordo su fondo permanente salva-Stati

Intesa sulle modifiche chieste dalla Merkel, con clausola d'emergenza. Nasce una sorta di Fmi europeo.

I leader dell'Unione europea hanno trovato l'accordo, poco prima della mezzanotte di giovedì, sulle condizioni di finanziamento del nuovo Meccanismo europeo permanente di stabilità (Esm), una sorta di Fmi europeo che sostituirà a partire dal giugno 2013 l'attuale fondo «salva-Stati» provvisorio. L'Esm avrà una capacità di credito effettiva di 500 miliardi di euro, ma con una dotazione di 700 miliardi per poter contare sulla tripla A delle agenzie di rating. I 700 miliardi saranno suddivisi in 620 miliardi fra capitale a richiesta e garanzie, e 80 miliardi di capitale in contanti, che verrà pagato dagli Stati membri in cinque rate annuali uguali a partire dal 2013 e fino al 2017. Le quote nazionali saranno decise in base alla chiave di ripartizione del capitale della Banca centrale europea.

LE RAGIONI DELLA MERKEL - L'accordo è stato più difficile del previsto, perché il cancelliere tedesco Angela Merkel è arrivato a Bruxelles con la richiesta di modificare la precedente intesa dei ministri delle Finanze dell'Eurozona (compreso il suo connazionale Wolfgang Schauble), che prevedeva di pagare il capitale in contanti in quattro rate, la prima, nel 2013, equivalente al 50% del totale (40 miliardi), e le altre tre nei tre anni successivi, fino al 2016. La Merkel si è impuntata sulla richiesta di cinque rate uguali, motivandola con il seguente ragionamento: se la Germania dovesse dare subito, nel 2013, 11 miliardi di euro (il 50% della propria quota di 22 miliardi), si ritroverebbe a pagare una notevole somma in interessi (ha menzionato la cifra di 900 milioni all'anno) per un capitale immobilizzato che probabilmente non servirebbe subito. L'altra ragione, non avanzata ufficialmente ma nota a tutti, è che il 2013 è un anno di elezioni in Germania, dove uno degli argomenti che hanno più presa sull'opinione pubblica è l'ossessione di dover «pagare per gli altri». Il cancelliere tedesco si è trovato contro (fatto piuttosto raro) l'Olanda e la Finlandia, Paesi i cui governi sono sottoposti a uno stretto controllo da parte dei parlamenti sulle decisioni che accettano a livello europeo. Il governo olandese aveva già informato il suo parlamento del precedente accordo fra i ministri finanziari, mentre in Finlandia le Camere sono già state sciolte in attesa delle elezioni politiche del 17 aprile. Inoltre, è stato obiettato alla Merkel che se fosse necessario soccorrere già nel 2013 un grande paese dell'Eurozona (la Spagna, per esempio, o, meno probabilmente, l'Italia), il capitale in contanti non sarebbe sufficiente a garantire la tripla A ai prestiti dell'Esm.

LA RIUNIONE SEPARATA - A questo punto il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha convocato una riunione separata degli «sherpa» dei Ventisette, per cercare una soluzione di compromesso. La formula escogitata, che la Merkel ha subito accettato, è stata quella di aggiungere al meccanismo delle cinque rate annuali uguali una sorta di clausola d'emergenza, per cui, in caso di necessità, gli Stati membri si impegnerebbero ad aumentare le garanzie messe a disposizione dell'Esm, in modo da mantenere la tripla A. La nuova formula non risolveva i problemi di Finlandia e Olanda, ma è stato il presidente dell'Eurogruppo, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, a incaricarsi di convincerli. Un'obiezione è venuta anche dal premier italiano Silvio Berlusconi, che ha detto a Juncker, secondo fonti della Commissione, «non riuscirete a convincere Tremonti». Non è chiaro che cosa sia successo dopo, ma alla fine anche l'Italia ha accettato l'accordo. È restata invece «appesa» alle elezioni finlandesi, com'era previsto alla vigilia del vertice, la decisione finale dei Ventisette sull'aumento delle capacita effettiva di credito dell'attuale fondo «salva-Stati» provvisorio, l'Efsf, da 250 a 440 miliardi di euro. Vista la richiesta del governo di Helsinki di evitare che l'impegno finanziario richiesto diventasse un tema della campagna elettorale nazionale, la decisione è stata rimandata al prossimo Consiglio europeo di giugno.

BERLUSCONI: ABBIAMO VINTO - «Anche questa volta l'Italia a Bruxelles ha avuto partita vinta» ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi alla fine della prima, lunga, giornata di lavori del Consiglio europeo, che si concluderà venerdì verso l'ora di colazione. Tornando in albergo dopo mezzanotte, il premier ha rivolto ai giornalisti una frase sibillina: «Abbiamo chiesto una cosa e abbiamo vinto, avendo anche fatto interrompere il Consiglio europeo per una buona mezz'ora. Fatevelo spiegare da Tremonti...». Successivamente, fonti italiane hanno detto che la Germania aveva chiesto che i capitali del Fondo salvastati, che vengono trasferiti ai Paesi in difficoltà di bilancio, avessero un trattamento di rimborso diverso, a seconda che il Paese che li riceve avesse un rating di tripla A o inferiore. Per l'Italia questa previsione sarebbe stata «inaccettabile» perché avrebbe significato stabilire differenze tra Paesi di serie A e di serie B, «quindi il presidente Berlusconi ha detto di no», affermano le fonti. A questo punto è stata necessaria una pausa dei lavori in seguito allo scontro tra Italia e Germania, «e alla fine si è adottata una formula che non comprende questa dichiarazione sul rating dei Paesi», come voleva l'Italia. Sulla questione Libia un altro punto segnato dall'Italia. Spiegano fonti diplomatiche che per quanto riguarda eventuali nuove misure di embargo su petrolio e gas, anche queste chieste dalla Germania, «è passata la linea italiana che una decisione del genere deve essere presa in ambito Onu». Infine l'immigrazione. Le fonti diplomatiche sottolineano che nella dichiarazione finale del Consiglio «si ribadisce la necessità di una fattiva solidarietà di tutti i Paesi Ue, il che vuol dire uomini e risorse», in sostegno ai Paesi, come l'Italia, che sono il primo fronte delle migrazioni che si stanno verificando in seguito alla crisi in Nord Africa. «Sulle cose che abbiamo chiesto - sottolineano le fonti diplomatiche - abbiamo vinto su tutti i fronti». (fonte: TMNews)

giovedì 24 marzo 2011

Inflazione al 2,4%, record dal 2008 Volano carburanti e alimentari

A febbraio l'inflazione è volata al 2,4% su base annua, dal 2,1% di gennaio. Si tratta del dato più alto dal novembre del 2008. Su base mensile, invece, il tasso è stato pari al +0,3%. Lo rileva l'Istat, confermando le stime e aggiungendo che sull'aumento hanno pesato i rincari dei servizi relativi ai trasporti, dei carburanti e dei beni alimentari.

L'inflazione acquisita per il 2011 è così pari all'1,5%,mentre quella di fondo, calcolata al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, si attesta, invece, all'1,7%, in accelerazione rispetto all'1,4% di gennaio (al netto dei soli beni energetici, il tasso di crescita tendenziale dell'indice dei prezzi al consumo sale all'1,8% dall'1,5% di gennaio 2011).

L'Istat spiega che l'aumento dell'inflazione a febbraio «risente in primo luogo delle tensioni sui prezzi dei servizi, in particolare di quelli relativi ai trasporti. Un effetto di sostegno alla dinamica dell'indice generale deriva anche dall'andamento dei prezzi dei beni energetici non regolamentati e dei beni alimentari». Inoltre, l'indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% rispetto al mese precedente e del 2,1% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, (era +1,9% a gennaio 2011).

Guardando alle diverse voci di spesa, i maggiori incrementi congiunturali dei prezzi riguardano i trasporti (+0,8%), l'abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+0,6%) e i prodotti alimentari e bevande analcoliche (+0,4%). Sul piano tendenziale i tassi di crescita più marcati toccano sempre trasporti (+5,3%) e abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+4,4%). Risultano, invece, in flessione i prezzi delle comunicazioni (-0,6%).

Analizzando le città capoluogo di regione, Aosta (+3,8%), Bari (+2,9%) e Roma (+2,7%) sono quelle in cui i prezzi registrano gli aumenti più elevati rispetto a febbraio 2010. Le variazioni più moderate riguardano le città di Palermo (+1,5%), Campobasso (+1,9%) e Trento (+2,0%).

Benzina + 11,9%, gasolio +18,1%. Sull'accelerazione dell'inflazione a febbraio pesano i prezzi dei beni energetici non regolamentati, la benzina è aumentata del 11,9% (+11,3% a gennaio) su base annua e dello 0,9% su base mensile. L'Istat, rivede quindi leggermente a rialzo le stime preliminari e aggiunge che, sempre a gennaio, il prezzo del gasolio per i mezzi di trasporto è salito del 18,1% (+15,7% a gennaio) in termini tendenziali e dell'1,2% sul piano congiunturale. Riguardo al gpl, l'indice ha registrato un rialzo annuo del 25,1% e un aumento mensile del 2,1%. Quanto al gasolio da riscaldamento, il prezzo ha segnato una crescita tendenziale del 17,2% e un incremento congiunturale dell'1,8%.

Carrello della spesa: + 3,1%. Anche a febbraio il carrello della spesa ha registrato un aumento di prezzi superiore alla media. Per il raggruppamento dei prodotti acquistati con maggiore frequenza (dal cibo ai carburanti) la crescita è stata del 3,1% su base annua, contro un tasso di inflazione al 2,4%. Si tratta dell'aumento tendenziale maggiore dal novembre del 2008. Così l'indice dei prezzi della lista dei beni che rientrano nella spesa quotidiana ha segnato un'accelerazione rispetto a gennaio (quando era stato pari al +2,7%). Il rialzo su base mensile è dello 0,4%.

FONTE: ilmessaggero.it


giovedì 10 marzo 2011

Ecco dove la benzina costa meno

I distributori no logo permettono risparmi tra i 5 e i 10 centesimi al litro di carburante

Indipendenti. Fuori rete. No-logo. Padroncini. Benzinai del popolo. Più comunemente «pompe bianche». Sono l’alternativa al caro-petrolio per gli automobilisti, che a ogni rifornimento si vedono prosciugare il portafoglio. Sono la spina nel fianco dei gestori tradizionali, quelli che lavorano sotto le insegne e con i vincoli imposti dalle famose major del petrolio, che parlano di concorrenza sleale. Il loro punto di forza: il risparmio che garantiscono a ogni pieno di benzina o di gasolio. Si va dai 5 o 6 centesimi al litro, con punte che arrivano fino a 10 centesimi. In soldoni, per un’auto di media cilindrata: dai 3 ai 6 euro in meno per ogni pieno (praticamente, da 6 a quasi 12 mila vecchie lire).

IL FENOMENO - Il fenomeno in realtà non è nuovo. Da almeno 15 anni esiste questo particolare tipo di benzinai, ma solo oggi, sull’onda dei rincari a raffica dei carburanti, ha avuto anche l’onore delle cronache. «Sono il sintomo di un mercato vivace», dice Antonello Minciaroni, del giornale online «Quotidiano energia», «La loro presenza è destinata ad aumentare: basta guardare cos’è successo nel resto d’Europa, dove, a parte la Francia, hanno acquisito sempre più peso. In Germania, per esempio, le pompe bianche si sono conquistate il 25% del mercato. Da noi non sono più di 2.000, su un totale di 22.500 impianti tradizionali di distribuzione». Hanno ancora un peso relativo («ma cresce di mese in mese, soprattutto se si guardano i volumi di erogato, cioè i litri di carburante venduti», aggiunge Minciaroni) e le loro regioni «forti» sono Lombardia, Veneto, Toscana e Umbria, anche se ormai si possono trovare in tutta Italia, appena fuori città soprattutto lungo le strade provinciali.

DOVE SI TROVANO - Per aiutare gli automobilisti a rintracciare queste nuove fonti di risparmio, le associazioni dei consumatori hanno stilato e messo su internet un elenco di questi distributori. Ma dove sta il «trucco» che permette a questi signori di fare sconti a piacere e di lanciare la sfida alle grandi multinazionali del petrolio? «Nessun trucco e nessun segreto - spiega ancora Minciaroni - più semplicemente loro vanno a comprare benzina e gasolio all’ingrosso, extrarete, in uno dei 25 tra depositi e raffinerie dai quali tutti si riforniscono, ma dove, con i listini extrarete, il costo è inferiore dai 12 ai 15 centesimi al litro. Tolto un margine per le spese, e un minimo di utile da mettere in cassa, ecco che 5 centesimi da offrire come sconto saltano fuori facilmente. Del resto non hanno costi di marketing, di pubblicità e nemmeno grandi oneri di gestione, viste le dimensioni ridotte che hanno quasi tutti gli indipendenti».

FONTE: Gabriele Dossena (corriere.it)