
martedì 30 agosto 2011
Consumatori: benzina troppo cara rispetto ai prezzi del Brent. Petrolieri: calcoli errati

lunedì 29 agosto 2011
In aumento le imprese cinesi in Italia Oltre 20mila tra Lombardia e Toscana
Bortolussi (Cgia): «Spesso eludono gli obblighi fiscali e contributivi. Fuori mercato intere filiere italiane»
La crisi non sembrano sentirla. Gli unici a moltiplicarsi come funghi nelle grandi città italiane, in provincia come in periferia. Spesso lavorano senza essere conosciuti al fisco, per cui i dati elaborati dalla Cgia di Mestre, l'associazione dei piccoli artigiani del Veneto, sono di certo sottostimati, rispetto alla capacità complessiva di piccole e medie imprese a ragione sociale cinese.LO STUDIO CGIA - Alla fine dello scorso anno hanno superato la soglia delle 54milaunità, scrive un report della Cgia. Rispetto al 2009, la crescita è stata dell'8,5%, mentre le imprese italiane, sempre in questo ultimo anno di dura crisi economica, sono diminuite dello 0,4%. Le aziende italiane guidate da imprenditori cinesi stanno crescendo in maniera esponenziale: tra il 2002 e il 2010 la loro presenza nella nostra penisola è cresciuta del 150,7%. «Pur riconoscendo che gli imprenditori cinesi hanno alle spalle una storia millenaria di successo - dice Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia - la loro forte concentrazione in alcune aree del Paese sta creando non pochi problemi. Spesso queste attività si sviluppano eludendo gli obblighi fiscali e contributivi, le norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e senza nessun rispetto dei più elementari diritti dei lavoratori occupati in queste realtà aziendali. Questa forma di dumping economico ha messo fuori mercato intere filiere produttive e commerciali di casa nostra».
LA QUESTIONE SETTENTRIONALE - Al netto delle tensioni si scopre che a tutto il 2010 il maggior numero di imprenditori cinesi si trova in Lombardia (10.998), Toscana (10.503) e Veneto (6.343). Ma la crescita è stata omogenea ed è evidente anche in altre parti del Paese. La presenza cinese, infatti, è aumentata su tutto il territorio nazionale dell' 8,5%, con picchi nel Trentino Alto Adige. Altro dato interessante riguarda l'incidenza degli imprenditori cinesi sul totale dell'imprenditoria straniera presente in Italia. Questo indicatore si attesta, ormai, all'8,6%. In Toscana, però, arriva a toccare il 18,2% (causa-Prato?), in Veneto il 10,9%, in Emilia Romagna il 9,4% e nelle Marche l'8,8%. Pelletteria, calzature, abbigliamento, i settori dove hanno maggiormente investito. Ma anche alberghiero, bar e ristorazione, le cui attività condotte da titolari cinesi hanno raggiunto le 10.079 unità. La Cina è più vicina.
FONTE: Fabio Savelli (corriere.it)
venerdì 26 agosto 2011
"Senza lavoro 1,2 milioni di giovani" L'Italia ha il primato negativo nell'Ue

I dati di Confartigianato: gli under 35 disoccupati sono il 15,9%. Al Sud si sale al 25,1%. Sicilia maglia nera con oltre il 28%. A stare peggio i ragazzi fino a 24 anni: poco meno del 30% non ha un'occupazione
giovedì 25 agosto 2011
Quei 500 mila baby pensionati

Via dal lavoro prima dei 50 anni. Costano 9 miliardi e mezzo l'anno
In Italia ci fu un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui si regalavano le pensioni. Era prima della grande crisi petrolifera. Erano gli anni del centrosinistra, quando ancora ci si cullava nell'illusione di una crescita senza fine e una classe politica miope arrivò al punto, nel 1973 (governo Rumor, con Dc, Psi, Psdi e Pri), di concedere alle impiegate pubbliche con figli di andare in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno, mentre era già possibile per gli statali lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni.
Come definire la pensione ai trentenni, se non un regalo? E se vi pare impossibile, basta riprendere gli articoli di Elisabetta Rosaspina e Gian Antonio Stella che sul Corriere della Sera , nel 1994 e nel 1997, raccontarono i casi delle signore Ermanna Cossio e Francesca Zarcone, che erano riuscite ad andare in pensione, rispettivamente, a 29 e a 32 anni, dopo aver lavorato come bidelle, con assegni quasi pari alla retribuzione. Insomma, mentre oggi non sono pochi quelli che a 30-35 anni non hanno ancora trovato un lavoro, fino al 1992 (riforma Amato), c'erano giovani che a questa stessa età andavano in pensione!Se poi vogliamo avere un'idea della disastrosa eredità che quelle leggi ci hanno lasciato, basta elaborare i dati del Casellario centrale dei pensionati, aggiornati al primo gennaio 2001. Si scopre che ci trasciniamo ancora più di mezzo milione di pensioni baby, liquidate a lavoratori con meno di 50 anni d'età: 535.752 per la precisione, che costano allo Stato circa 9,5 miliardi di euro l'anno. Ancora oggi l'Inpdap, l'ente di previdenza del pubblico impiego, paga 428.802 pensioni concesse sotto i 50 anni: di queste più di 239 mila vanno a donne e quasi 185 mila a uomini, per una spesa nel 2010 di 7,4 miliardi. A queste pensioni si sommano 106.905 pensioni liquidate a persone con meno di 50 anni nel sistema Inps (regimi speciali e prepensionamenti) per un costo di altri 2 miliardi.
lunedì 22 agosto 2011
Mais bene rifugio come l'oro Prezzi al consumo in aumento

Anche le quotazioni del grano, della soia e dell'orzo sono in forte crescita, mentre diminuisce la produzione complessiva, a causa della riduzione delle superfici coltivabili. E a pagare saranno i consumatori...
giovedì 18 agosto 2011
Scheda - Che cos'è la Tobin tax

L'imposta sulle rendite finanziarie costruita su un "falso" storico
Evocata a più riprese, come spettro per alcuni, come toccasana secondo altri, la celebre Tobin Tax è stata periodicamente riesumata sotto forma di un’imposizione sulle transazioni finanziarie contro le speculazioni. Battezzata così dallo statunitense premio Nobel per l’Economia James Tobin, questa tax - ma è più precisamente un’imposta - aveva come intento originario quello di colpire le transazioni internazionali valutarie per disincentivare, penalizzandole, le speculazioni a breve. Un’idea accantonata dopo la sua proposizione nel 1972, poi ripresa da diversi esponenti politici ed economisti di vari paesi. Un’idea che naturalmente piacque alla sinistra più vicina ai movimenti no global (in Italia la caldeggiò tra gli altri, negli anni novanta, l’allora leader di Rifondazione Comunista Bertinotti). Ha vantato tra i suoi fan una composita schiera che andava dall’ex presidente brasiliano Lula al venezuelano Chavez, ma anche all’ex ministro delle Finanze britannico Gordon Brown. La verità è che il nome di questa "tax" risulta, anche oggi a seguito della proposta Merkel-Sarkozy, abusato oppure impropriamente attribuito. Lo stesso suo "papà" James Tobin, scomparso nel 2002, prese un po' prima della morte le distanze da chi sventolava quel vessillo nel suo nome dicendo: «Non ho niente a che vedere con i sedicenti rivoluzionari antiglobalizzazione». L’imposta, egli corresse, nella sua formulazione originaria si applicava solo alle transazioni valutarie al fine di diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio. E tutti i soldi ricavati mica andavano ai governi, no, ma alla Banca Mondiale: per trasferirli in ultima analisi ai poveri del mondo. Non alle casse erariali. Quindi l’imposizione di cui si dibatte, per l’ennesima volta, oggi in Europa deve a rigore trovare un altro nome per non falsare la storia.venerdì 12 agosto 2011
La distrazione dei petrolieri: il prezzo del barile scende, la benzina alla pompa invece no

I petrolieri spiegano da tempo che non è possibile fare un collegamento diretto tra petrolio e benzina, perché il prezzo del raffinato è legato a un paniere di prodotti e non a un singolo bene. Eppure ogni volta che il greggio s’infiamma i prezzi della verde si adeguano con una rapidità invidiabile mentre quando il barile si sgonfia, i prodotti raffinati schiacciano un pisolino. Non bastano le urla delle associazioni dei consumatori, né i tavoli urgenti messi in piedi dal governo. Ogni volta è la stessa storia. Storia che si è ripetuta anche negli ultimi giorni.
Con una rapidità degna di un bradipo, i prezzi della benzina iniziano a invertire la rotta solo dopo giorni di forte contrazione del costo del barile. Qualche ritocchino qua e là, niente di che. Secondo “Quotidiano Energia” mettendo a confronto i prezzi monitorati dal ministero dello Sviluppo economico il 25 luglio e l’8 agosto di quest’anno, la benzina risulta in salita di 0,3 centesimi al litro e il diesel di 0,2 centesimi. Rispetto alle stesse date la quotazione del Brent risulta scesa di 10 euro al barile, quella della benzina di 4 centesimi al litro e del diesel di 5. «Gli attuali prezzi alla pompa non hanno quindi seguito gli andamenti dei mercati internazionali», si legge sul sito del giornale.
«Questa è la prova lampante delle speculazioni sulle vacanze degli italiani - ha detto nei giorni scorsi il presidente Codacons, Carlo Rienzi - Togliendo la parte relativa alle maggiori accise, il prezzo alla pompa sarebbe dovuto calare per effetto del minor costo del petrolio, cosa che ovviamente non è avvenuta. Considerati i costi del carburante sia per l’esodo che per gli spostamenti interni durante le vacanze, infatti, il caro-benzina determinerà per gli automobilisti italiani un maggior esborso di 550 milioni di euro rispetto alle vacanze estive dello scorso anno». Gli analisti ancora faticano a inquadrare le reali prospettive per l’economia mondiale, così l’Opec, il cartello che riunisce i principali Paesi produttori di petrolio e che soddisfa il 40% della domanda globale, ha un po’ ridimensionato il numero di barili che si aspetta di vendere entro la fine dell’anno. Il rischio è quello che il Cartello decida di tagliare la produzione per sostenere il prezzo. Al momento però non ci sono in calendario vertici straordinari e quindi non c’è motivo per mantenere così alti i prezzi della benzina.
FONTE: Antonio Spampinato (libero-news.it)
giovedì 11 agosto 2011
Panico a Piazza Affari, il Mib al -6,65%

Crollano i titoli bancari. Riunione Consob di emergenza. SocGen a rischio liquidità, smotta anche Wall Street
EUROPA -Listini europei tutti in forte ribasso, s'intravede dietro l'angolo il fantasma del double dip, la doppia spirale recessiva. Londra chiude a -3,05%, Francoforte -5,13% e Parigi -5,45%. Mentre l'indice Eurostoxx50, che comprende i 50 titoli europei a maggiore capitalizzazione, perde il 6,12%. Vendite anche sulle altre piazze: Zurigo perde il 4,12%, Amsterdam il 3,41%, Bruxelles il 2,92% e Lisbona l'1,25%.
I RIBASSI - L'ondata ribassista si è originata appunto dal crollo dei titoli bancari francesi. Sul mercato si sono diffusi rumors che un'agenzia di rating sarebbe pronta a tagliare il rating del debito francese, anche se la voce ha incontrato finora solo smentite sia da parte delle agenzie Moody's e S&P, sia da parte del governo transalpino. Un altro elemento di tensione è dato dalla situazione di Sociète Generale che a Parigi crolla del 20% (tanto che l'istituto di credito ha diffuso un comunicato in cui smentisce i problemi di liquidità). Ma alcuni trader sospettano che l'istituto stia vendendo oro a prezzi inferiori a quello di riferimento. Intesa Sanpaolo, andata in asta di volatilità a metà pomeriggio, lascia sul terreno il 13%, Ubi cade del 9,9%, Mps dell'9,78%, FonSai dell'8%, Unicredit dell' 9,37%. Fiat perde l'8,23%.
FARO CONSOB - La Consob ha intensificato il monitoraggio degli scambi a Piazza Affari. Lo si apprende da fonti della Commissione che si è riunita mercoledì per analizzare l'andamento del mercato finanziario nazionale caratterizzato da una situazione di particolare turbolenza. Dalle comunicazioni pervenute a seguito dell'introduzione, lo scorso 10 luglio, dell'obbligo di comunicazione delle posizioni ribassiste rilevanti (superiori allo 0,2%) risulta che le posizioni nette corte sono - ad oggi - contenute in limiti fisiologici e che comunque in sede di regolamento non si evidenziano scoperture.
LO SPREAD - Lo spread tra i Btp decennali e i bund tedeschi è invece risalito a 291 punti, mentre quello dei decennali spagnoli è a 286 punti. Continuano comunque gli acquisti da parte della Bce. Da notare che sta salendo anche lo spread dei decennali francesi è salito a 88 punti, mentre girava la voce, poi smentita da Moody' e Ftch, che le agenzie di rating si apprestavano a un downgrade della tripla A di Parigi.
LE RAGIONI - Capire quali siano i motivi alla base delle massicce vendite sui bancari italiani non è semplice, visto che mercoledì l'asta sui Bot a 12 mesi è andata bene e che i rendimenti sono calati, grazie all'intervento della Bce. «Una risposta logica non c'è - spiega Stefania Guetta di IwBank - non vorrei che fossero i segnali di rallentamento dell'economia. È logico che questa prospettiva provochi pessimismo sui titoli: l'altro giorno sono stati venduti gli industriali, ma anche le banche sono legate al ciclo economico».
FONTE: corriere.it
venerdì 5 agosto 2011
La Camera approva la riforma dell'ordine dei giornalisti: ora serve la laurea

Iacopino (presidente Odg): «E' una legge che non tiene conto della realtà»
«Una legge che non tiene conto della realtà non è una buona legge. Pur condividendo alcuni suoi elementi aggiunge ulteriore confusione». Così Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, commenta a caldo il via libera della commissione Cultura della Camera dei deputati (con un solo astenuto) al progetto di riforma dell'ordine dei giornalisti.LE NOVITA' - L’introduzione di un numero massimo dei membri del Consiglio (fissato in 90 contro gli attuali 150 in progressiva crescita dati gli automatismi attualmente vigenti: «un segnale di risparmio anche al Paese in un momento in cui la politica si chiude in trincea», dice Iacopino), la previsione che i giornalisti professionisti debbano avere almeno una laurea triennale e che gli aspiranti pubblicisti debbano superare un esame di cultura generale che attesti, tra l’altro, la conoscenza dei principi di deontologia professionale. Ecco in sintesi gli elementi innovativi della legge di riforma dell'organismo rappresentativo dei giornalisti, ora in attesa del via libera di palazzo Madama, che potrà recepirla in toto (in tal caso servirà soltanto la promulgazione del presidente della Repubblica) o parzialmente (e in tal caso, invece, dovrà tornare di nuovo alla Camera). Eppure - nonostante le prime vere novità relative all'accesso alla professione dopo 48 anni di vuoto normativo (la legge costitutiva dell'ordine è del 1963) - il massimo organismo della categoria mette in evidenza alcuni elementi di frizioni con il dettato legislativo, in distonia rispetto al documento presentato dal Consiglio nazionale dell'Ordine al Parlamento.
LE FRIZIONI - Soprattutto il fatto che siano state cancellate dalla proposta la commissione deontologica nazionale (per volere dell'esecutivo) e il giurì per la correttezza dell’informazione (desiderata del ministero del Tesoro). «L’una e l’altro - dice Iacopino - avrebbero consentito di dare risposte in tempi più rapidi alle doglianze dei cittadini su comportamenti ritenuti scorretti di giornalisti». Ma c'è maretta anche per l’introduzione di un rapporto di due a uno (negli organi di rappresentanza) tra professionisti e pubblicisti che «penalizza fortemente i secondi». In una professione sbilanciata - almeno a livello numerico - sui pubblicisti (circa 78mila, rispetto ai 28mila professionisti), il cui status è praticare la professione non in via esclusiva.
I COMMENTI - «Sono soddisfatto sia passata la riforma dell'Ordine dei giornalisti nella commissione cultura della Camera con un voto praticamente unanime visto che c'è stato soltanto un astenuto», è invece il commento di Giancarlo Mazzuca, deputato del Pdl e relatore del provvedimento. «Molti colleghi mi hanno chiesto che senso ha portare avanti questa legge quando si parla di azzerare tutti gli ordini. Anch'io in realtà sono favorevole a un azzeramento, ma il rischio era che succedesse la stessa cosa capitata con l'abolizione delle province, tutti ne parlano ma non si fa niente. Non si poteva andare avanti con una legge vecchia di 50 anni, varata nel 1963. Questa riforma serve a snellire e modernizzare l'ordine a dargli più senso e efficienza, più regole nell'accesso alla professione», ha aggiunto. Giuseppe Giulietti, del gruppo Misto e membro della commissione Cultura, sottolinea invece la delusione per lo scorporo della parte della riforma sul giurì: «Ho votato comunque sì, perché è importante intervenire sull'Ordine regolato da una legge vecchia di 50 anni, ma non capisco lo scorporo della parte sul giurì, che avrebbe permesso di affrontare un tema come quello delle rettifiche e di agire per la difesa soprattutto dei senza reddito e dei senza potere. Ora la riforma andrà al Senato dove sicuramente verrà modificato qualcosa e poi tornerà qua».
FONTE: Fabio Savelli (corriere.it)
martedì 2 agosto 2011
Sì della Camera al piano anti-default

269 voto a favore e 161 contro: ora al Senato
L'accordo sull'aumento del tetto del debito pubblico Usa passa il primo traguardo al Congresso: il primo via libera è arrivato nella notte tra lunedì e martedì alla Camera, con 269 voti a favore e 161 contrari. Per l'occasione è tornata in aula anche Gabrielle Giffords, la deputata democratica ferita gravemente in gennaio in una sparatoria in Arizona. Fra poche ore toccherà al Senato. Poi, con la firma del presidente, l'accordo sarà legge, evitando il default dello stato, previsto per il 2 agosto se il tetto del debito non fosse stato alzato.
RISCHIO RATING - La diplomazia è stata al lavoro nei corridoi di Capital Hill l'intera giornata, per raccogliere i voti necessari. L'accordo (se sarà approvato) scongiura il rischio di un default, ma non quello di un downgrade (abbassamento della valutazione) del debito pubblico americano da parte delle agenzie di rating: l'ammontare della misura, un aumento del tetto del debito da 2.100-2.400 miliardi di dollari e tagli per almeno 2.100 miliardi di dollari in 10 anni, è decisamente inferiore ai 4.000 miliardi di dollari identificati da Standard & Poor's per il mantenimento del rating AAA (il migliore). E l'impatto della misura sull'economia, già fragile, preoccupa. «L'accordo è positivo per l'economia, evita altri danni» afferma il segretario al Tesoro, Timothy Geithner. Il presidente della Fed, Ben Bernanke, convoca una riunione del board per discutere di «politiche fiscali e di bilancio».
OBAMA - Secondo gli osservatori, la Fed dovrà aiutare ancora l'economia. Barack Obama ha rassicurato: «I tagli saranno graduali, non peseranno e ci consentiranno di continuare a effettuare investimenti in settori che creano occupazione». Ma il presidente non convince i mercati: Wall Street, dopo un balzo iniziale, procede negativa, con la doccia fredda dell'indice Ism manifatturiero sceso ai minimi degli ultimi anni, confermando le difficoltà della ripresa. La crescita americana è lenta e i tagli alla spesa nell'accordo sull'aumento del tetto del debito potrebbero rallentarla ulteriormente. Se ci sarà un downgrade da parte delle agenzie di rating, la frenata potrebbe essere anche più forte. Standard & Poor's ha messo sotto osservazione il rating degli Stati Uniti e messo in guardia su un possibile downgrade nei prossimi 3 mesi. Moody's e Fitch si sono mostrate più caute, evidenziando che gli Usa potrebbero mantenere la tripla A. Un downgrade da parte di una sola agenzia sarebbe maggiormente gestibile e avrebbe un impatto più ridotto. «Abbiamo contatti regolari con le agenzie di rating» afferma il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, sottolineando che l'accordo rappresenta «una vittoria per gli americani» e un «messaggio rassicurante per il mondo».
IL PIANO - L'accordo prevede un aumento del tetto del debito di 2.100-2.400 miliardi di dollari, tagli alle spese immediati per 1.000 miliardi di dollari, fino ad arrivare a 2.100 miliardi complessivi in 10 anni. Una commissione bipartisan sarà creata per determinare ulteriori tagli per 1.500 miliardi di dollari e dovrà presentare le proprie proposte entro il Giorno del Ringraziamento, a novembre. Il Congresso dovrà approvare i tagli proposti entro il 23 dicembre, altrimenti scatteranno tagli automatici a sanità e difesa.

