mercoledì 28 settembre 2011

Arriva una tassa comune sulle transazioni finanziarie. Incerte le Borse europee

Sì a eurobond e Tobin Tax, stop all'unanimità a tutti i costi: l’Unione europea deve modificare i Trattati per andare oltre questa regola. Lo ha detto il presidente della Commissione europea nel Discorso sullo stato dell’Unione alla plenaria di Strasburgo. Per Josè Manuel Barroso, «Il passo non può essere dettato dal più lento». Barroso ha annunciato che la Commissione Ue ha adottato ufficialmente oggi la proposta per introdurre un sistema comune di tassazione sulle transazioni finanziarie: la Tobin tax, se adottata dal 2014, potrà dare un gettito annuo di 55 miliardi. «Serve una tassa unica Ue sul risparmio» ha poi aggiunto Barroso, annunciando che chiederà al Consiglio un mandato per negoziare un nuovo sistema di fiscalità sul risparmio che rafforzi il mercato unico. Ha quindi assicurato che la Grecia «è e resterà nell’eurozona». Barroso s'è anche detto favorevole agli eurobond, che saranno «vantaggiosi» per tutta la zona euro. Schierandosi a favore delle obbligazioni europee ha spiegato: «Una volta che l’eurozona si sarà dotata degli strumenti per garantire integrazione e disciplina, l’emissione di debito comune sarà un passaggio naturale e vantaggioso per tutti».Apertura in ribasso intanto stamane per le principali borse europee che poi cominciano a recuperare terreno. Il Dax di Francoforte ha aperto a -0,81% per poi invertire la tendenza con un +0,25%; così il Cac 40 di Parigi che apre lasciando sul terreno l'1,30% per poi toccare un +0,31%. Ancora in calo Londra che però ridimensiona le perdite (da un -1,06% all'apertura a -0,30%). Chiusura piatta per la Borsa di Tokyo, al termine di una giornata segnata dall’attesa di una svolta per scongiurare il default della Grecia e di misure per affrontare la crisi del debito sovrano in Eurolandia. Malgrado l’ottimismo mostrato ieri sul punto da Wall Street e listini europei, Tokyo termina la seduta pressochè invariata (+0,07%); l’indice Nikkei si attesta a quota 8.615,65, con un rialzo di appena 5,70 punti.La Grecia sembra comunque fare progressi per ottemperare alle richieste dei finanziatori al fine di sbloccare il pacchetto di aiuti mirato a consentire al piccolo paese dell’Eurozona di evitare il default. Ieri il primo ministro greco Yorgos Papandreou era a Berlino per convincere la Germania ad abbandonare la sua riluttanza ad adottare i piani dell’Unione Europea tesi ad allentare la crisi del debito. Il Dow Jones ha chiuso a 11.190,69 punti (+1,33%). Il Nasdaq Composite ha guadagnato l’1,2% a 2.546,83. L’S&P 500 è salito dell’1,07% a 1.175,38. Il dollaro ha perso terreno nei confronti dell’euro a 73,6 centesimi di euro dai 73,98 centesimi di lunedì. Il biglietto verde ha però guadagnato nei confronti della valuta giapponese, a 76,75 yen da 76,41 yen.

FONTE: lastampa.it

martedì 27 settembre 2011

Meno sprechi e low cost la crisi cambia gli italiani

Giovannini (Istat): ma attenzione non è un modello che dura

Crolla la fiducia dei consumatori italiani e tocca il minimo dal luglio 2008 ma il sentimento di profondo pessimismo non si è ancora trasferito alle scelte operate dalle famiglie. Non siamo ancora a fine settembre ed è quindi difficile avere dati ufficiali, la sensazione però è che esistano degli stabilizzatori automatici che rallentano la caduta. Per dare un tocco di colore cominciamo dalla presenza degli spettatori alle partite di calcio. Confrontando i due mesi di settembre, 2010 e 2011, siamo grosso modo sugli stessi numeri, il numero dei biglietti staccati è sostanzialmente lo stesso (attorno a 22.500 per gara) eppure la serie A ha perso squadre piuttosto seguite come Bari, Samp e Brescia. Gli italiani, dunque, non hanno tagliato la voce «stadio» nei budget familiari. Il caso limite è quello del Napoli che a fine agosto ha visto 8 mila tifosi accollarsi il costo di una trasferta a Barcellona per seguire gli azzurri in un match amichevole.

Per rimanere in zona sport possiamo aggiungere che gli abbonati di Sky non sono diminuiti. Anzi. Mancano pochi giorni alla chiusura della trimestrale e le stime sono ottimistiche. La pay tv cresce al ritmo di 30-40 mila abbonati ogni tre mesi con un costo medio per abbonato pari a 43 euro al mese. Nel valutare questo dato gli esperti amano sottolineare l'ipotesi della compensazione, in sostanza la spesa per la pay tv può essere sostitutiva di una cena al ristorante o di un week end fuori città e per questo motivo a Sky la definiscono addirittura «anticiclica», si muove in direzione contraria agli indicatori economici.

Il presidente dell'Istat Enrico Giovannini sostiene che fino alla bufera di agosto gli italiani erano rimasti dell'idea che la crisi fosse transitoria, che si dovesse aspettare che passasse la nottata e che bastasse in qualche modo stringere di un buco la cinghia. Infatti prima della calda estate 2011 i consumi sono rimasti in linea in virtù però del prelievo che gli italiani hanno operato sui flussi di risparmio, tanto che la propensione - testata dall'Istat - ha toccato il suo punto più basso (9%). Giovannini pensa che nei prossimi mesi ci troveremo di fronte a una discontinuità, la portata della crisi apparirà nelle dimensioni reali e di conseguenza non è detto che i comportamenti adattivi, messi in atto dal 2008 ad oggi, si prolunghino. «Il modello non regge» pensa Giovannini e di conseguenza se ci fossero delle autorità lungimiranti sarebbe il caso di gestire un downsizing intelligente, piuttosto che subirlo. È chiaro che quando parliamo di un monitoraggio degli effetti della recessione tiriamo in ballo la percezione, quindi è più difficile accorgersi se in pizzeria restano vuoti tre tavoli in più. Mentre ci colpisce che quella pizzeria abbia ancora tanti clienti.

Per cercare di spiegare la lenta metamorfosi italiana Giuseppe Roma, direttore del Censis, racconta la storia de L'Aquila, una città che ha perso dopo il terremoto 20 mila abitanti, in cui la ricostruzione è sostanzialmente a zero e nella quale in virtù della defiscalizzazione sono sorte tante piccole attività tutte a basso valore aggiunto. Il paradigma aquilano è un tipico comportamento adattivo italiano, si ottimizzano le risorse esistenti e si nasconde l'assenza di un progetto socioeconomico vero. Si ha così la sensazione che questo aggiustamento stia evitando i traumi più dolorosi e tenga lontana una vera stretta di austerità o un degrado sociale tipo film di Ken Loach. Sul suo blog Luca Sofri ha messo in evidenza come domenica scorsa nel centro di Milano ci fossero le file per comprare le t-shirt di Abercrombie. Si può replicare l'ovvio, Milano non è l'Italia. Nella città del Duomo le grandi firme dell'abbigliamento mondiale devono comunque esserci, è come Wimbledon per un tennista e sono in diversi anche in queste settimane di annunciata recessione ad aver investito nella riqualificazione o nel lancio di nuovi negozi come hanno fatto Pirelli, Sisley, Louis Vuitton e Piquadro.

Milano è sociologicamente interessante anche per monitorare altri comportamenti adattivi. Un fenomeno interessante è quello legato all'espandersi dell'economia dei buoni pasto. Gli esercizi commerciali del centro puntano sempre di più sulla pausa pranzo degli impiegati. Sorgono nuovi punti di ristoro con un target ben preciso e i bar ristrutturano gli spazi in funzione della maggiore capienza di tavolini. Pur operando con prezzi contenuti, il margine di guadagno è buono anche perché la scena si consuma nel giro di un'ora con la massima concentrazione tempo/spazio. È una formula di low cost all'italiana, se vogliamo è la risposta a Mc Donald's e come da tradizione non avviene per impulso di un unico grande operatore ma lungo comportamenti imitativi che si diffondono a macchia d'olio. Non è tutto. La «capitale morale» richiama da tutta Italia giovani che vogliono cercare sbocchi nel terziario avanzato e che sono disposti a caricarsi di anni di stage e precariato per sfondare. Sbarcare il lunario con i prezzi milanesi e intanto non vivere reclusi è un bel rebus e così un altro comportamento adattivo che ha preso piede è quello dell'aperitivo lungo che inizialmente prevedeva un corredo di arachidi/olive e via via si è allargato fino a diventare un pasto serale con pasta fredda, tranci di pizza, tapas alla spagnola. Nello slang meneghino si chiama «ape» ed è diventata la cena di una fascia generazionale che va dai 25 ai 40 anni che così risolve il problema di un pasto a prezzi contenuti e per di più non rinuncia alla socializzazione.

Per capire come reagiscono gli italiani alla bufera economica il commercio è sicuramente un elemento chiave. I dati degli uffici studi delle associazioni segnalano la chiusura di 10 mila piccoli esercizi ogni semestre in Italia, aggiungono che questa cifra è destinata ad aumentare vertiginosamente e tuttavia esiste un buon tasso di rotazione. Perché se è vero che nelle vie delle grandi e medie città aumentano i locali vuoti, vanamente in attesa di chi li riempia, non si può dire che la recessione abbia desertificato le arterie commerciali. C'è ancora chi apre un piccolo negozio. È stata la Cna di Roma di recente a segnalare un fenomeno distorsivo che può indurre in errore le statistiche. Chiudono, infatti, le piccole imprese dell'artigianato e quasi in parallelo aumentano le ditte individuali e le partite Iva, così è vero che i numeri attestano la vitalità del territorio ma il saldo occupazionale è nettamente sfavorevole e poi spesso l'apertura di un nuovo esercizio copre anche tanta improvvisazione. Se passiamo ad analizzare i dati che vengono dalle grandi catene di distribuzione tutti esprimono preoccupazione per l'aumento dell'Iva che alla fine ha colpito assieme ai beni di lusso anche molti generi di largo consumo. Per ora comunque non si segnalano crolli delle vendite. Una cartina di tornasole può essere rappresentata dalla movimentazione dei camion di Esselunga che ha un sistema logistico abbastanza avanzato e che reagisce quasi in tempo reale agli input del mercato, ebbene dalla società raccontano come la movimentazione sia rimasta costante e, che pur di tenere le quote di mercato, Esselunga in questo momento stia sacrificando i margini di guadagno. Ma, ed è questa la cosa interessante, il cavallo beve, i clienti quelle merci se le portano a casa.

Quindi se il calo di fiducia non ha portato per ora i consumatori a disertare i negozi li ha spinti però a mettere in atto strategie adattive. Non si fa più la spesona che è stata sostituita da giornaliere visite al supermarket, ci si ingegna per ridurre gli sprechi (gli italiani buttavano fino al 30% del loro frigorifero) e quindi si attua una sorta di just in time di tipo familiare. Quello che si compra si consuma e le scorte sono ridotte al minimo. Sia chiaro, la sensazione resta sempre quella di un lento e inesorabile downsizing però non ci sono scaloni, è una discesa lenta e che i consumatori amministrano per evitare la sindrome della quarta settimana. Almeno finora. Giovannini dell'Istat invita però ad esser vigili.

Resta il risparmio. È chiaro che non se ne forma di nuovo, non ci sono però code davanti alle banche o alle società di gestione per ritirare i soldi già investiti. Del resto il portafoglio degli italiani è tra i più prudenti in Europa e l'investimento in azioni è circa al 20%. Gli addetti ai lavori concordano nel dire che in questo caso più che aver adottato una consapevole strategia di adattamento i risparmiatori sono rimasti bloccati. Non vogliono disinvestire per non contabilizzare le perdite e comunque perché non saprebbero cosa fare di nuovo. E, come in politica, gli italiani in mezzo alla bufera faticano a prendere decisioni.

FONTE: Dario Di Vico (corriere.it)

lunedì 26 settembre 2011

«Atene rispetterà gli impegni». Euro, spunta un maxi-piano

Venizelos: la Grecia non è il capro espiatorio d'Europa

Il messaggio inviato dal G20, di un impegno corale a sostenere gli sforzi dell'Europa per superare le crisi del debito sovrano, potrebbe non bastare a rassicurare i mercati alla riapertura delle contrattazioni, oggi. Ed i primi ad esserne convinti sono proprio, i ministri, i governatori delle banche centrali, i regolatori che hanno partecipato alla tre giorni di vertice dei Venti paesi più ricchi del pianeta e ai lavori dell'Fmi. Sui quali ha aleggiato la prospettiva, peraltro sempre smentita, di un inevitabile default della Grecia. Così ieri si sono rafforzati gli inviti a potenziare il fondo salva-Stati (Efsf), reso permanente e già più ricco rispetto alla prima edizione del maggio 2010, dal piano approvato, ma non ancora attuato, a Bruxelles il 21 luglio.

E si è diffusa anche l'ipotesi di un nuovo mega piano europeo da 3 mila miliardi di euro che sarebbe stato già esaminato e discusso da parte dei ministri del G20. Venerdì e sabato scorsi sotto la pressione della Cina, dell'Fmi e degli Usa che con il suo segretario al Tesoro Tim Geithner sabato hanno avvertito del pericolo di una serie di «default a cascata» nei paesi dell'Eurozona. A dare la notizia è stato il settimanale britannico Sunday Times secondo cui l'obiettivo dell'azione sarebbe quello di mettere in sicurezza Eurolandia e l'euro, anche nella prospettiva di un crack della Grecia. La maggior parte delle risorse verrebbe dirottata a rafforzare il capitale delle 16 maggiori banche del continente più in difficoltà, onde evitare disastrosi sconquassi sistemici, e per il resto ad alimentare in misura maggiore il Fondo salva-Stati. Sempre secondo il settimanale il piano verrebbe annunciato nei prossimi giorni. Non esistono però conferme (ma neanche smentite) così come non sembra trovare sbocco l'iniziativa, segnalata dal settimanale Le Journal du dimanche , che sarebbe stata proposta dal governo francese alle 5 principali banche del Paese (Bnp Paribas, Societé Generale, Credit Agricole, Bpce e Credit Mutuel), a metà di settembre, per una ricapitalizzazione da 10-15 miliardi di euro.

A chiedere comunque un rafforzamento dell'Efsf ieri a Washington è stato Lorenzo Bini Smaghi, componente del board della Bce: il fondo va rafforzato, deve diventare uno strumento realmente efficace per garantire la liquidità sui mercati», ha detto, aggiungendo che bisogna «agire tempestivamente nei prossimi giorni» perché «l'attuale rete di protezione va rafforzata per assicurare che il sistema finanziario europeo resista a qualunque choc». Dal Fondo invece è arrivata, dal capo del dipartimento Europa del Fmi, Antonio Borges, la sollecitazione alla Bce per «un'azione congiunta» con l' Efsf per calmare il nervosismo dei mercati e scongiurare il rischio di contagio della crisi dal Vecchio Continente agli Stati Uniti e al resto del mondo.

La Grecia però non ci sta a fare da «capro espiatorio» della crisi europea e, col primo ministro George Papandreou, rilancia sui ritardi e le divisioni della comunità internazionale la responsabilità della gravità dell'attuale situazione. La Grecia «non è il problema centrale dell'Europa, anche perché possiede solo il 3% del debito pubblico della zona», ha affermato il ministro delle Finanze greco, Evangelos Venizelos parlando a Washington. Il paese farà «qualunque cosa sarà necessario» per centrare gli obiettivi che sono stati fissati ed «è pronto a prendere le iniziative opportune qualunque sia il costo politico». E che la Grecia non si debba far fallire lo ha spiegato anche la cancelliera Angela Merkel in tv ai tedeschi: «Si distruggerebbe la fiducia degli investitori nell'Eurozona». Giovedì il Bundestag voterà la riforma dell'Efsf e Merkel - per la quale il fondo va ampliato e «si deve avere la possibilità di ristrutturare i debiti dei Paesi come si fa con le banche» - ha «fiducia» nella maggioranza della sua coalizione.

FONTE: Stefania Tamburello (corriere.it)

giovedì 22 settembre 2011

Piazza Affari a picco, vola lo spread

Anche Wall Street in caduta

Va male la Borsa di Milano, dopo la bocciatura di S&P che ha tagliato il rating di 7 istituti di credito e rivisto a negativo il loro outlook insieme a quello di altri otto. A Piazza Affari il Ftse Mib cede il 4% a 13.554 punti e il Ftse All Share il 4,04% a 14.406 punti. Tra i cali maggiori Tenaris (-8,16%), Prysmian e Pirelli (-6,7%), FonSai (-6,2%) Exor (-5,9%), Fiat e Telecom (-5%)Vola lo spread Bund-Btp mentre si profila un'altra seduta in forte ribasso sulle borse europee. Chiusure pesanti per Tokyo e soprattutto Wall Street dove hanno pesato le preoccupazioni espresse dalla Fed per l'aumento dei rischi di rallentamento dell'economia. Forte pressione sullo spread Btp-Bund che torna sopra i 400 punti base, riavvicinandosi ai massimi dall’introduzione dell’euro: il differenziale tra i decennale italiano e tedesco - sugli schermi Bloomberg - si è allargato a 412 punti, con il tasso di rendimento del Btp in rialzo di 8 punti base al 5,84%. Lo spread Btp-Bund continua a rimanere sopra i 400 punti nonostante l'attivismo della Bce. Anche oggi la Banca centrale europea sta comprando titoli di Stato italiani. Lo riferiscono alcuni operatori all’agenzia Bloomberg senza però indicare i volumi degli interventi. Lo spread dei Bonos spagnoli con il Bund si posiziona poco sotto i 370 punti a 369,5.Trascinati al ribasso dall'allarme di ieri della Fed sui pesanti rischi per l'economia, gli indicieuropei perdono circa 4 punti. In Europa è Parigi a registrare la performance peggiore (-4,68%), seguita da Madrid (-4,46%), Londra (-4,27%) e Francoforte (-4,08%). Pure la piazza di Tokyo risente dei pericoli per la stabilità finanziaria annunciati dalla Fed che ha varato nuove misure per sostenere l'economia americana. Sotto pressione soprattutto le banche, dopo che Standard & Poor’s e Moody’s hanno declassato oltre alle sette banche italiane anche tre istituti Usa. Sulla piazza finanziaria giapponese l’indice Nikkei ha perso il 2,07% a 8.560,26 punti, prova della preoccupazione per le previsioni pessimistiche della Fed sull’economia americana e dello scarso entusiasmo riguardo al piano presentato per puntellarla. L’indice Nikkei ha perduto 180,90 punti, e si è fermato a quota 8.560,26. Crollo della borsa di Hong Kong. Dopo un’apertura a circa -3%, l’indice Hang Seng della borsa dell’ex colonia inglese ha chiuso a -4,85%, perdendo 912,22 punti, finendo a 17.911,95 punti. Pochi minuti prima della chiusura, l’indice ha superato in negativo anche il 5%. Negativa anche la chiusura di Shanghai, dove l’indice Composite ha chiuso perdendo 69,91 punti, pari a -2,78%, finendo a 2.443,06 punti.

FONTE: lastampa.it

mercoledì 21 settembre 2011

Mattone, quanto rende durante le crisi

Chi ha comprato casa nel Duemila ha guadagnato più che con Borsa e Btp. Dal 1992, invece, vince Piazza Affari...

La tranquillità non ha prezzo. Chi possiede la casa in cui abita oggi può guardare alla crisi finanziaria con serenità olimpica: l'appartamento non può essere «congelato» come teoricamente potrebbe succedere ai Btp, né può diventare carta straccia come potrebbe succedere con il fallimento di una società quotata. Inoltre la manovra del governo non ha toccato il mattone: E tutte le ipotesi di patrimoniale girate nelle scorse settimane, e che potrebbero ritornare dì attualità se lo spread tra Bund e Btp si alzasse ulteriormente, non coinvolgono la prima casa.

La scelta

Per questo non c'è numero che tenga: chi ha comprato l’abitazione in cui vive, ha comunque fatto un buon affare, a prescindere da quando ha effettuato l'acquisto. Ma se i numeri volessimo guardarli lo stesso? Un approccio di valutazione meramente finanziaria dell’acquisto immobiliare andrebbe fatto ipotizzando un acquisto finalizzato all'acquisizione di un reddito da locazione e di un capital gain. In questo caso i canoni di locazione sono l'equivalente delle cedole dei bond o dei dividendi, mentre l'incasso finale si può assimilare al valore di dismissione di un titolo, con un atout in più: dopo cinque anni non si pagano imposte sul capital gain.

Una casa usata come residenza dal proprietario invece non è solo un bene da investimento, ma è anche un bene di consumo, il che di per sé renderebbe accettabile anche un deperimento di valore. Nonostante questo CorrierEconomia ha cercato di valutare (vedi grafico) se, da un punto di vista solo finanziario, la prima casa risulti un buon investimento e se l'acquisto difende i risparmi nei periodi di crisi come questo.

Per cercare di rispondere a questa domanda, tornata di stringente attualità con le fibrillazioni dei mercati finanziari, abbiamo fatto una corsa a ritroso nel tempo senza ricavare una risposta univoca: come per tutti gli investimenti la performance dipende dai tempi di acquisizione e di cessione del cespite. Se si risale indietro di venti anni l'acquisto della prima casa ha reso meno della Borsa, ma ha battuto i titoli di Stato (vedi tabella).

Dal 2000 a oggi l'appartamento stravince sia contro le azioni sia contro i Btp. Se si parte dal 2007, perde con i titoli di Stato e ha difeso solo in parte dall'inflazione. Batte Piazza Affari, ma non è un'impresa esaltante: ci si sarebbe riusciti anche mettendo i soldi non nel mattone, ma sotto un mattone.

Le tre sfide

Per il primo confronto abbiamo scelto il 1992, l'anno che forse più assomiglia al periodo che stiamo vivendo. Allora la lira non poteva più resistere al sistema dei cambi fissi e dovette subire una drammatica svalutazione, i consumi erano in crisi, il mercato immobiliare aveva toccato i massimi mentre la Borsa era depressa. Ciliegina sulla torta: la manovra monstre di correzione dei conti pubblici del governo Amato. Chi ha comprato a Piazza Affari ai minimi di allora ha fatto l'affare della sua vita, soprattutto se ha avuto l'accortezza di vendere nel giro di una decina d'anni. Per quanto riguarda gli immobili chi ha comprato a Roma ha triplicato il valore iniziale, solo qualche punto meno hanno reso Firenze e Napoli mentre a Milano il capitale si è comunque rivalutato di oltre due volte e mezzo (+160%). Nella media delle principali città il mattone ha reso il 167%, sopravanzando del 106% l'inflazione e di 68 punti i titoli di Stato mentre è rimasto indietro di ben 85 punti percentuali rispetto alla Borsa (vedi tabella).

Nel 2000 alla vigilia del cambio lira/euro la Borsa e il mercato immobiliare si trovavano in una situazione opposta: i prezzi della case erano in discesa da quasi sette anni, piazza Affari era euforica per la bolla Internet. Chi ha comprato casa allora ha raddoppiato il capitale, e lo ha triplicato a Roma. La media delle grandi città ha registrato una performance di 85 punti superiore rispetto ai titoli di Stato, di ben 166 nei confronti di Piazza Affari e di 96 sull'inflazione.

Infine, nel 2007, con i default bancari che bussavano alle porte, lo scenario era ancora diverso: immobili e Borsa erano entrambi ai massimi. I dati da noi elaborati dimostrano empiricamente l'assunto per cui la Borsa ha variazioni verso l'alto o verso il basso molto più rapide e ripide. La crisi ha solo lambito il mattone: le case hanno registrato una performance effettiva del 5%, sotto l'inflazione e sotto i Btp, ma comunque di quasi 57 punti superiore a quelle dei corsi azionari. Roma e Palermo hanno reso nettamente sopra la media, sfiorando il 13%, Milano ha messo a segno un modesto +1,5%.

FONTE: Gino Pagliuca (corriere.it)

martedì 20 settembre 2011

Debito, S&P boccia (a sorpresa) l'Italia

Il rating tagliato di un «notch», l'outlook è negativo: "Governo fragile, limitate capacità di risposta alla crisi"

L'agenzia internazionale di rating Standard & Poor's ha annunciato, a sorpresa, la decisione di tagliare di un gradino, un «notch» in gergo, il voto sul debito pubblico italiano: il «rating» indica in sintesi la capacità di ripagare il debito pubblico da parte di un Paese. Standard and Poor's ha declassato il debito sovrano a breve e a lungo termine dell'Italia portandolo a «A» da «A+» e a «A-1» dal precedente «A-1+». Le prospettive future per l'Italia, spiega l'agenzia americana, sono per giunta «negative».

- Nella nota dell'agenzia americana, si sottolinea come il taglio del rating sul debito sia dovuto alle «deboli prospettive» di crescita economica, con il Paese governato da una «fragile coalizione»: la situazione politica e la fragilità della coalizione di governo in Italia, si legge, «limita la capacità di risposta dello Stato» nell'affrontare la crisi, così come la debolezza della crescita economica. Sulla manovra, S&P sostiene che le misure allo studio e le riforme prospettate «riusciranno probabilmente a fare ben poco per rilanciare le performance di crescita dell'Italia». «A nostro parere - si legge ancora nella nota, datata 19 settembre e diffusa a New York nel pomeriggio, notte fonda in Italia (ndr) - una crescita economica più debole probabilmente limiterà l'efficacia del programma di consolidamento del bilancio in Italia». S&P ha rivisto le previsioni sul debito pubblico italiano, il cui picco è previsto ora a un livello più elevato rispetto alle precedenti aspettative. L'agenzia di rating sostiene come «le prospettive di crescita economica dell'Italia si stanno indebolendo. E ci aspettiamo - prosegue il rapporto - che la fragile coalizione di governo e le differenze politiche all'interno del Parlamento continueranno a limitare la capacità del governo di rispondere in maniera decisa alle sfide macroeconomiche interne ed esterne».

DEBOLI PROSPETTIVE ECONOMICHEDECISIONE INATTESA - La scelta di Standard & Poor's - che all'inizio di agosto aveva per la prima volta declassato gli Stati Uniti, negando la «tripla A» al debito americano - è giunta inattesa nel panorama già molto complicato della finanza internazionale: ci si attendeva, per la verità, un declassamento da parte di Moody's, un'altra, e più piccola, agenzia di rating. Alla fine della scorsa settimana Moody's ha però comunicato che l'esame sul debito e sulle prospettive del Paese avrebbero richiesto un altro mese di lavoro. Invece, è arrivata la nota del gruppo Usa. La decisione è destinata a produrre effetti per nulla leggeri sui mercati del Vecchio continente, già duramente provati dallo spettro del contagio dell'effetto Grecia, considerata da molti pericolosamente vicina al default, ovvero dalla dichiarazione di insolvenza. Lunedì, i rinnovati timori sulla capacità del governo di Atene di rinsaldare le finanze pubbliche avevano mandato a picco le Borse, con Piazza Affari (-3,17%) nello scomodo ruolo di maglia nera d'Europa. Un quadro fosco, in cui il cancelliere tedesco, Angela Merkel, era stata costretta a uscire allo scoperto in difesa della moneta unica e dello stesso progetto di Unione monetaria europea: «Se crolla l'euro, crolla anche l'Europa».

FONTE: Paolo Ligammari (corriere.it)

lunedì 19 settembre 2011

Effetto aumento iva, la benzina vola Nuovo record: sfiora 1,7 euro al litro

Aumento di 1,4 centesimi per la verde, per il diesel di 1,3 e per il Gpl di 0,5 centesimi ma al Sud siamo già oltre

L'aumento dell'Iva dal 20% al 21% ha avuto un effetto immediato sui prezzi dei carburanti con aumenti dei prezzi raccomandati ai gestori per la benzina verde di 1,4 cent al litro, per il diesel di 1,3 e per il Gpl di 0,5 centesimi. È quanto rileva Quotidiano energia.
AL SUD - La verde sfiora così quota 1,7 euro, volando al nuovo record di 1,646 negli impianti Tamoil. A livello Paese, il prezzo medio praticato della benzina (in modalità servito) va oggi dall'1,640 euro al litro degli impianti Esso all'1,646 di quelli Tamoil (no-logo a 1,547): ma in alcuni impianti del Sud siamo già oltre 1,7 euro. Per il diesel si passa dall'1,514 euro al litro di Esso all'1,525 di Q8 (no-logo a 1,413). Il Gpl, infine, si posiziona tra lo 0,723 euro al litro di Eni e lo 0,742 di TotalErg (no-logo a quota 0,719). (fonte: Ansa)

venerdì 16 settembre 2011

Il governo ai privati: immobili in cambio di grandi opere

Tra le misure che il Governo sta studiando per rilanciare le infrastrutture e favorire la partecipazione dei capitali privati alle grandi opere c'è anche una maggiore flessibilità per la «cessione di immobili a titolo di corrispettivo delle concessioni». Già oggi la permuta di immobili per pagare i lavori pubblici è possibile per il codice degli appalti (articolo 53, commi 6 e seguenti), ma il Governo pensa di facilitare queste operazioni, allargarle alle concessioni, dove gli edifici possono sostituire il contributo pubblico nelle operazioni di partnership pubblico-privato. Nel pacchetto che il ministero delle Infrastrutture sta preparando ci sarebbe anche la possibilità di fare ricorso alle società miste per la gestione di «concessioni di sviluppo territoriale» con una tariffa di area applicata a infrastrutture di modalità diverse.

Procede insomma la ricognizione a 360 gradi degli strumenti con cui rilanciare i cantieri: anche il ministero dell'Economia, con la consulenza della Cassa depositi e prestiti, sta mettendo a punto un pacchetto di proprie proposte. Un segnale di apertura alla richiesta che nei giorni scorsi era venuta dalle Infrastrutture: prevedere nel pacchetto di stimoli anche incentivi fiscali in favore dei privati disposti a investire nella realizzazione delle opere, per esempio destinando loro quote dell'extragettito dell'Iva derivante dalla realizzazione dell'opera o introducendo la parziale deducibilità dei capitali investiti in opere. Nel merito del tipo di incentivo, però, non si è ancora discusso. Anche perché il vertice di ieri fra i ministri Tremonti (Economia), Romani (Sviluppo economico), Sacconi (Lavoro), Calderoli (Semplificazioni) e il viceministro Castelli per le Infrastrutture, si è limitato a una ricognizione delle cose fatte nel 2011 (si veda articolo a fianco) anche per capire che cosa non ha funzionato. Il ministero delle Infrastrutture stima comunque che nel 2011 sono stati avviati nuovi cantieri relativi a opere dal valore totale di 73 miliardi. Il problema, semmai, è garantire una cassa con continuità negli anni a queste opere.

Parallelamente ai vertici ministeriali, Castelli sta tenendo una serie di incontri con le parti sociali, le associazioni imprenditoriali, i concessionari per raccoglierne le proposte capaci di rimettere in moto la macchina. Sui provvedimenti allo studio è intervenuto ieri il presidente dell'Ance, Paolo Buzzetti, che lancia l'allarme sui tempi del provvedimento e sulle risorse. «Apprezziamo lo sforzo del Governo di queste settimane - ha detto - ma perché questo intervento sia efficace le semplificazioni non bastano, servono risorse immediate per far ripartire le opere pubbliche, grandi e piccole, e per mettere in sicurezza il territorio attraverso un programma di piccoli e medi interventi». L'Ance rilancia anche il piano per le città.Proprio sul punto delle risorse, per altro, il Governo ha definitivamente tagliato i 2,4 miliardi di risorse del Fas nazionale che la manovra di luglio aveva inizialmente accantonato in attesa dello svolgimento dell'asta sulle frequenze tv. Lo ha fatto con un emendamento alla legge di assestamento del bilancio approvato mercoledì dalla Camera. Il sacrificio maggiore viene chiesto allo Sviluppo economico che perderà risorse per 1.012 milioni, mentre l'Economia rinuncia a 579 milioni per vari programmi di finanziamento e la Difesa dovrà rinunciare a 235 milioni (per gli altri ministeri si veda la tabella).

FONTE: Giorgio Santilli (ilsole24ore.it)

martedì 6 settembre 2011

L'Iva sale, tassa sopra i 500mila euro Interventi sulle pensioni per le donne

MILANO - Un aumento dell'Iva dal 20 al 21%, contributo di solidarietà del 3% per redditi superiori a 500 mila euro fino al pareggio di bilancio, adeguamento delle pensioni delle donne nel settore privato a partire dal 2014. Queste le aggiunte al testo sull manovra che il governo intende "blindare" ponendo il voto di fiducia. Le modifiche al testo sono state comunicate dall'esecutivo attraverso una nota diffusa da Palazzo Chigi al termine di un vertice di maggioranza con Silvio Berlusconi. Nel comunicato si specifica anche che giovedì prossimo il Consiglio dei ministri approverà l'introduzione in Costituzione della «regola d'oro» sul pareggio di bilancio e dell'abolizione delle Province col conseguente passaggio di competenze alle Regioni. Il voto finale sulla manovra al Senato è fissato per mercoledì. La Conferenza dei capigruppo ha infatti accolto le richieste di accelerare i tempi di approvazione della provvedimento economico anche se si aspetta il maxiemendamento su cui l'esecutivo porrà la fiducia.
AUMENTO IVA - La manovra cambia ancora, dunque, ad appena una settimana dal vertice di Arcore di lunedì scorso e le ultime modifiche sono il frutto di un compromesso nella maggioranza. L'aumento dell'aliquota ordinaria dell'Iva dal 20 al 21% non è temporaneo: secondo quanto si apprende da fonti di governo, non è stata fissata una scadenza (si era parlato di 3 mesi) per quanto riguarda la durata. Invece, per le altre aliquote Iva (rispettivamente al 10 e al 4%), secondo quanto riferiscono fonti di governo, resta in piedi l'ipotesi di innalzarle entrambe di un punto percentuale. In questo modo, passerebbero rispettivamente all'11% e al 5%. Il gettito previsto, sempre secondo indiscrezioni, sarebbe stato quantificato in 6 miliardi.
L'ATTACCO DELLA SPAGNA - A peggiorare ulteriormente la situazione arriva dall'estero la reprimenda del governo spagnolo. L'Italia e la Grecia non stanno rispettando gli obiettivi di risanamento dei conti, creando così sfiducia nei mercati. L'accusa arriva dall'esecutivo di Madrid attraverso il portavoce Josè Blanco. «Stiamo attraversando una turbolenza economica che è evidente ogni giorno», ha dichiarato Blanco intervistato da «Telecinco», proseguendo: «Siamo molto preoccupati perchè alcuni Paesi sono in una brutta situazione e non stanno rispettando i loro obiettivi: la Grecia e l'Italia, che si è rimangiata in pochi giorni il suo piano di aggiustamento». «Ciò - secondo il portavoce - influisce sulla decisione dei mercati che devono acquistare il nostro debito e ci dirige verso una fase caratterizzata da una certa instabilità».

FONTE: corriere.it

giovedì 1 settembre 2011

Economia. L’inflazione si impenna ad agosto: +2,8%

Economia. Impennata dell’inflazione: 2,8% ad agosto contro il 2,7% del mese precedente. Per via soprattutto degli aumenti di benzina e trasporti. Ma, avverte l’Istat, il valore dei prezzi al consumo registra una crescita maggiore nel confronto annuale: +0,3%. Levata di scudi del Codacons: a causa del caro prezzi vacanze più caredegli ultimi dieci anni. A settembre nuova fiammata sui prodotti al dettaglio.

Il Codacons lo aveva preannunciato che in seguito all’ondata di rincari, le vacanze per gli italiani quest’anno sarebbero state molto più esose del passato. E puntuale oggi è arrivata la conferma.

L’impennata dell’inflazione che ad agosto è salita a quota 2,8%, dato diffuso oggi dall’Istat, ne è la testimonianza. Stando ai numeri la sigla dei consumatori ha stimato che “le vacanze 2011, sotto ilprofilo degli incrementi di prezzi e tariffe, sono state per gli italiani le più care degli ultimi 10 anni”. Basti considerare una serie di fondamentali voci di spesa: la fiammata sul prezzo di benzina

(+16% rispetto al 2010), trasporti (+5,7%), traghetti (+61,4%), aerei (+5,1%), treni (+9,7%).

Morale della favola: ognuna delle famiglie che ha avuto la possibilità (anzi la fortuna) di fare le ferie fuori di casa ha dovuto sborsare in questa stagione estiva 360 euro in più rispetto all’anno scorso.

Ma al ritorno in città ci attendono altre brutte sorprese. “Temiamo una nuova ondata di aumenti dei prezzi al dettaglio nel mese di settembre – afferma il presidente Codacons, Carlo Rienzi”. Perché? “Con la riapertura degli esercizi commerciali –spiega il leader dell’associazione - i listini potrebbero subire ritocchi al rialzo, con effetti negativi sui consumi e sul tasso di inflazione, e con un conseguente depauperamento del potere d’acquistodelle famiglie”. Di male in peggio.

L’inflazione. È uno dei principali spauracchi, soprattutto in questo periodo di recessione: la fiammata ulteriore sui prezzi, l’impennata dell’inflazione che mette ancora più a repentaglio il potere d’acquisto degli italiani. E così è stato. L’Istat segnala che ad agosto c’è un incremento dell’0,1%. L’inflazione insomma è passata dal 2,7% di luglio al 2,8% di agosto. Si tratta di stime preliminari che non fanno presagire nulla di buono. Nel confronto con l’anno scorso, l’incremento dell’inflazione è ancora più consistente e sale di 0,3 punti percentuali. Mentre, sottolinea l’Istat, il dato acquisito per il 2011 è pari al 2,6%.

Sull’andamento generale dell’aumento dei prezzi ad agosto hanno pesato soprattutto i rincari dei beni energetici non regolamentati (i carburanti registrano +0,9%) che determinano, spiega il nostro Istituto di statistica “un’ulteriore accelerazione del loro tasso tendenziale di crescita (15,5%, dal 13,6% di luglio)”. Ma una buona parte di responsabilità spetta anche agli aumenti registrati alla voce “servizi relativi ai trasporti” che hanno subito incrementi del 2,5%. “Per contro – spiega l’Istat - il principale effetto di contenimento, si deve alla diminuzione congiunturale dei prezzi dei beni alimentari non lavorati”. I cibi freschi, infatti, nel confronto annuale (rispetto ad agosto 2010) costerebbero lo 0,4% in meno. Infine, “sulla base delle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,3% su base mensile e del 2,2% su

base annua, con un’accelerazione di un decimo di punto percentuale rispetto a luglio 2011 (+2,1%)”.

FONTE: Redazione Le Novae/mf