lunedì 31 ottobre 2011

Senza lavoro il 29,3% dei giovani

Il tasso di disoccupazione fra i 15-24enni sale al 29,3%, il dato più alto dal 2004

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a settembre è salito al 29,3%, dal 28,0% di agosto. Si tratta del dato più alto dal gennaio 2004, ovvero dall'inizio delle serie storiche. Lo rileva l'Istat in base a stime provvisorie.
LA SITUAZIONE - Secondo l'istituto nazionale di statistica, il tasso complessivo di disoccupazione a settembre è inoltre balzato all'8,3%, dall'8,0% di agosto. Più in particolare, il tasso di disoccupazione maschile aumenta di 0,3 punti percentuali nell'ultimo mese, portandosi al 7,4%; anche quello femminile mostra un aumento della stessa entità e si attesta al 9,7%. Rispetto all'anno precedente il tasso di disoccupazione maschile sale di 0,2 punti percentuali e quello femminile di 0,3 punti percentuali. Sul fronte opposto, il tasso di occupazione si attesta al 56,9%, in diminuzione sia nel confronto congiunturale (-0,2 punti percentuali) sia in termini tendenziali (-0,1 punti percentuali). (con fonte Ansa)

giovedì 27 ottobre 2011

Maratona nella notte, c'è l'accordo su fondo salva-stati e sulle banche

Scudo da oltre 1000 miliardi, via libera alle ricapitalizzazioni. Plauso alle misure dell'Italia

La maratona salva-Euro durata oltre dieci ore porta a casa, quasi all’alba, tutti i risultati ormai insperati. I leader dell’Eurozona hanno trovato un accordo su un pacchetto «completo» di misure anti-crisi che metterà in sicurezza le banche attraverso ricapitalizzazioni per 106 miliardi di euro, darà certezza ai Paesi a rischio con un fondo salva-Stati da oltre 1.000 miliardi e salverà la Grecia con nuovi aiuti per 130 miliardi, facendo pagare un prezzo maggiore alle banche esposte con Atene per ridurre il debito del Paese.E anche l’Italia rientra nel piano dell’Eurozona per arginare la crisi dei debiti: gli impegni che ha preso vengono inseriti nelle conclusioni del summit, che plaude alle misure annunciate ma incalza sulla loro applicazione, guardando subito alla prossima tappa, ovvero un piano pensioni definito entro dicembre.Di seguito tutte le «decisioni estremamente importanti del vertice Ue», come ha sottolineato il presidente della Bce Jean Claude Trichet.

Banche:L’Europa ha deciso di ricapitalizzare quelle “sistemiche”, già sottoposte agli stress test, cioè 90 in tutto. Significa trovare, entro giugno 2012, 106 miliardi di euro, e per quelle italiane 14,7 miliardi. Gli sforzi serviranno per portare il coefficiente patrimoniale al 9%. Per rifinanziarsi dovranno trovare prima capitali propri, anche attraverso ristrutturazioni e cartolarizzazioni, poi potranno chiedere l’intervento degli Stati e solo in ultima battuta può intervenire il fondo salva-Stati Efsf. Inoltre, quelle in fase di ricapitalizzazione non potranno distribuire dividendi nè bonus. E dovranno essere valutate «le esposizioni al debito sovrano dell’area euro, calcolate ai valori di mercato al 30 settembre 2011».

Fondo salva-stati:L’Efsf aumenterà la sua potenza di fuoco di 4-5 volte, fino a raggiungere i 1000 miliardi di euro. Lo farà attraverso due opzioni: vendendo assicurazioni sui titoli dei Paesi, e con uno strumento ad hoc, lo special purpose vehicle, che attrarrà fondi da investitori esterni (come la Cina a cui Sarkozy ha aperto) e istituzioni (come il Fmi, che ha già dato la sua dipsonibilità).

Le banche e la Grecia. L’accordo è per un taglio del valore nominale dei titoli del 50%. Tutti, tranne quelli detenuti dalla Bce. Accettando queste perdite, le banche assicureranno al debito greco di tornare nel 2020 ad un livello sostenibile, ovvero al 120% sul pil. Obiettivo che sarà raggiunto anche grazie ad un contributo ulteriore del programma di aiuti pari a 130 miliardi di euro entro il 2014. La revisione del secondo piano salva-Grecia dovrà essere approvato entro il 2011 e l’operazione sui bond greci dovrà essere realizzata all’inizio del 2012.

ItaliaL’Eurozona è soddisfatta degli impegni presentati dall’Italia e chiede a Roma di «presentare urgentemente» un ambizioso calendario per la realizzazione delle riforme. Per quanto riguarda le pensioni, i leader «prendono nota» delle intenzioni italiane e chiedono che entro dicembre venga presentato un piano dettagliato su come raggiungere l’obiettivo.

FONTE: lastampa.it

mercoledì 26 ottobre 2011

Nokia tenta il tutto per tutto e presenta i suoi "smarter" phone

Qui si fa il botto, o si muore: la due giorni mondiale che Nokia tiene a Londra oggi e domani significa questo. Il Nokia World, tradizionale evento annuale che riunisce clienti, partner e sviluppatori della casa finlandese degli handset, è diventato il teatro in cui hanno debuttato i nuovi modelli che sfidano gli apparecchi Android e iOS opponendo il sistema operativo mobile Microsoft Windows Phone 7. A cercare di espugnare un mercato già affollato di apparecchi Samsung, Apple, LG e HTC, quindi, ci proveranno loro: i Nokia Lumia e Asha. "Smarter" phone: Lumia e Asha
Sono i cosiddetti "smarter" phone, che racchiudono tutto lo sforzo dei ricercatori Nokia di creare prodotti originali, all'avanguardia, e che nello stesso tempo conquistino fasce di mercato diverse da quelle ormai colonizzate da melafonini e smartphone Android, e nelle quali Nokia partirebbe con troppo svantaggio. I nuovi apparecchi - che rivelano come nel mirino ci sia soprattutto la clientela giovanile, che desidera accessori di qualità e tendenza senza dover spendere una fortuna - sono accomunati da design essenziale, gamma di colori glamour, processori potenti per una connessione veloce ad Internet, accento sull'uso dei social network attraverso l'handset e prezzo più che abbordabile. Si comincia con il Lumia 800, in ciano, magenta e nero, dal software intuitivo per il raggruppamento dei contatti, Internet Explorer 9 integrato, display da 3,7 pollici e processore da 1,4 Ghz. Il tutto corredato da fotocamera e riproduzione video ad altissima definizione al modico prezzo di meno di 500 euro. Il Lumia 710 richiama invece maggiormente nelle linee gli smartphone Apple e Samsung, e punta sulle applicazioni sociali e sulla condivisione di immagini. Stessa potenza di processore, questo dispositivo viene venduto a meno di 300 euro. Questi due modelli saranno disponibili dapprima a Hong Kong, in India, Russia, Singapore e Taiwan verso la fine dell'anno, per poi giungere agli inizi del 2012 ad altri mercati, dove il supporto alla commercializzazione, secondo lo stesso comunicato stampa della società, sarà senza precedenti. Ancora più colorati e a basso costo gli apparecchi della famiglia "Asha", una parola che in Hindi ? scelta molto eloquente ? significa "speranza". Questi strumenti si pongono, secondo la società, a vantaggio "del prossimo miliardi di persone che utilizzeranno dispositivi mobili". Con l'obbiettivo, quindi, di offrire a coloro che si affacciano per la prima volta al mercato dei telefonini (siano essi utenti delle economie emergenti o giovanissimi figli delle economie avanzate) un'esperienza tecnologica completa ed economica. La particolarità dei dispositivi Asha è l'essere dual sim (nel caso dell'Asha 200) e di combinare il touchscreen con la tastiera fisica. Nokia contro Apple e Samsung La domanda è: riuscirà Nokia a riguadagnare le quote di mercato perdute con una proposta di questo genere? Credit Suisse è scettica. Gli analisti della banca d'affari elvetica sottolineano infatti le difficoltà derivanti dalla forte competizione. "Sebbene il terzo trimestre abbia mostrato stabilità nel breve termine, rimaniamo convinti che la svolta di Nokia sia difficile - sostengono gli esperti - Anche se l'avvicinarsi a Microsoft sia probabilmente la strategia giusta, crediamo che l'operazione continuerà a essere difficoltosa a causa della forte competizione negli smartphone". Credit Suisse ha alzato comunque le stime di utile per azione 2011 a 0,28 euro (da 0,21 euro) e 2012 a 0,24 euro (da 0,17 euro), ma il rating è rimasto underperform. Scommettere sui nuovi utenti della telefonia può essere una scommessa vincente, ma esercitare un appeal tale da scalzare lo strapotere di Samsung e Apple, innegabilmente, è un'impresa ardua.

FONTE: borsaitaliana.it

lunedì 24 ottobre 2011

Ue all'Italia: «Riformate pensioni e lavoro Le misure vanno varate entro mercoledì»

I leader di Francia e Germania al premier prima del summit Ue: senza interventi scenario di tipo greco. Il presidente francese: «Ricordate sue responsabilità»

MILANO - Dopo i messaggi a mezzo stampa sono arrivate le richieste faccia a faccia. Al summit europeo convocato per proteggere la zona euro da una ulteriore drammatizzazione della crisi dei debiti sovrani, l'Italia è infatti stata sollecitata da Francia e Germania a introdurre le riforme economiche necessarie per evitare uno scenario simile a quello della Grecia, sull'orlo di un default. «Io e la cancelliera Merkel abbiamo incontrato Berlusconi e Papandreou per ricordargli le responsabilità che hanno e le decisioni che devono prendere» ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy nella conferenza stampa.

SIPARIETTO - La conferenza stampa di Merkel e Sarkozy ha fatto segnare anche un curioso siparietto. L'Italia rispetterà gli impegni di risanamento e di sviluppo? Prima di rispondere, il presidente francese aspetta un secondo, poi guarda la cancelliera e sorride. Un cronista ha infatti chiesto ai due capi di stato se l'Italia è ritenuta in grado di rispettare gli impegni chiesti dall'Europa. La risposta non è arrivata immediatamente: Sarkozy, infatti, ha aspettato un attimo prima di rispondere. Nel sentire la domanda rivolta ha sorriso, e sempre sorridendo si è girato verso la Merkel. Dopo averla guardata per un attimo sorridente, Sarkozy ha quindi risposto alla domanda. «Abbiamo fiducia nelle istituzioni italiane», ha detto.

ULTIMATUM - Dare rassicurazioni ai mercati e agli stati membri «entro mercoledì»: questo il lavoro che «faremo insieme all'Italia» ha detto il presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy nella conferenza stampa conclusiva del vertice Ue. «All'Italia chiediamo uno sforzo che sembra pronta a compiere», ha detto. «All'Italia abbiamo ricordato che è importante fare tutto il necessario per mostrare senso di responsabilità, prendendo provvedimenti sia sul fronte del debito che su quello della crescita», ha detto. «Abbiamo chiesto all'Italia rassicurazioni» sul fatto che «le coraggiose misure intraprese vengano attuate tempestivamente», ha aggiunto il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. Quella con Berlusconi è stata una discussione fra amici - ha aggiunto poi Merkel, allentando la tensione dopo l'espressione «raggelante» del presidente francese - spero che saranno adottate le misure necessarie». L'Italia, ha detto ancora, «ha una forza economica notevole ma un debito pubblico molto alto che deve essere ridotto in modo credibile». Per ripristinare la fiducia, però, non bastano le misure, «c'è bisogno di una prospettiva chiara».

OBIETTIVO - L'obiettivo minimo dei leader Ue è di raggiungere dunque entro mercoledì da un lato un accordo sulla Grecia che renda sostenibile per Atene l'onere sul debito. Dall'altro avviare un piano di riforme per l'Italia in modo che il nostro Paese non diventi il prossimo obiettivo della speculazione. Sul tavolo anche il rafforzamento patrimoniale delle banche europee, il miglioramento della governance dell'area euro (che non si dovrebbe limitare alla nascita di Mister euro) e il rafforzamento del patrimonio a disposizione del fondo di salvataggio EFSF per evitare che il contagio si estenda agli Stati più grandi.

ITALIA - Ma prima di tutto per il direttorio europeo franco-tedesco è necessario che ognuno faccia la sua parte. Quindi, prima dell'inizio dei lavori dei 27 leader, il Cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno incontrato il premier Silvio Berlusconi. Fonti diplomatiche riferiscono che Berlino e Parigi hanno voluto esercitare la massima pressione su Roma perchè metta a punto le riforme del mercato del lavoro e delle pensioni da tempo indicate come la strada maestra per aumentare il potenziale di crescita del Paese e rassicurare gli investitori sulla capacità dell'Italia di rimborsare il proprio debito, in rapporto al Pil secondo solo alla Grecia. Una fonte del governo tedesco ha detto che Merkel e Sarkozy hanno sottolineato «l'impellente necessità di passi concreti e credibili negli Stati della zona euro», senza i quali qualunque misura intrapresa a livello collettivo sarebbe insufficiente. Sabato la Merkel aveva lanciato un avvertimento all'Italia dicendo che se il debito italiano resta al 120% del Prodotto interno lordo «non avrà più importanza l'altezza del muro protettivo che riusciremo a costruire: i mercati non ridaranno fiducia all'area dell'euro».

PRESTITO - I ministri delle Finanze hanno concordato un prestito salvagente da 8 miliardi di euro in favore della Grecia e si sono impegnati a ottenere dai detentori privati di bond greci la disponibilità a sostenere perdite superiori a quelle prospettate finora. La questione chiave è come rendere sostenibile per la Grecia il costo del suo debito e come rafforzare il fondo di salvataggio della zona euro per proteggere Italia e Spagna, rispettivamente la terza e quarta economia dell'area, dalle turbolenze dei mercati che hanno costretto Grecia, Irlanda e Portogallo a ricorrere ai piani di salvataggio targati Ue e Fondo monetario internazionale.

DEBITO GRECO - I mercati temono che il debito greco, che quest'anno dovrebbe raggiungere il 160% del Pil, debba essere ristrutturato, ma gli investitori non sanno ancora l'entità delle perdite che dovrebbero sostenere. Uno studio sulla sostenibilità del debito messo a punto dalle banche internazionali mostra che il debito della Grecia sarebbe gestibile nel lungo periodo solo se gli investitori privati si assumessero perdite comprese tra il 50 e il 60%. Si tratta di percentuali ben superiori al 21% concordato con gli investitori il 21 luglio e ci si chiede se possano essere sostenute in modo volontario o solo attraverso un default che innescherebbe nuove e più ampie reazioni dei mercati. Funzionari della zona euro osservano che adesso la recessione in Grecia è peggiore di quanto atteso, che il Paese è in ritardo con le privatizazioni e gli obiettivi di finanza pubblica e che le condizioni dei mercati negli ultimi tre mesi si sono deteriorate. Per avere risorse in grado di sostenere anche l'Italia e la Spagna, in caso di necessità, la zona euro mira ad aumentare le munizioni a disposizione del fondo di salvataggio, l'European Financial Stability Facility da 440 miliardi di euro. Ma le opinioni pubbliche in molti paesi contestano i piani di austerity e ulteriori impegni finanziari in favore dell'Efsf potrebbero portare a un declassamento dei giudizi sulla solvibilità di alcuni paesi, peggiorando la crisi.

FONDO SALVASTATI - L'argomento più controverso sul tavolo è, probabilmente, come aumentare il potenziale del fondo senza far ricorso a denaro cash. La Francia e molti altri paesi vedrebbero con favore la trasformazione del fondo in una banca in grado di accedere ai finanziamenti illimitati della Bce. Ma contro questa ipotesi si sono schierate la Germania e la stessa Bce. La soluzione più probabile verso la quale i paesi Ue sembrano indirizzarsi è che l'Efsf garantisca una percentuale del nuovo debito di Spagna e Italia in modo da migliorare il sentiment degli investitori verso i due paesi. Una misura di questo tipo potrebbe aiutare a creare un argine attorno a Grecia, Irlanda e Portogallo, ma secondo alcuni analisti potrebbe anche sortire effetti perversi come creare un mercato dei bond parallelo e allentare la pressione sull'Italia perchè metta in campo misure politicamente impopolari per tagliare il debito. Un'altra possibilità di cui si discute è creare un veicolo speciale che consenta ai paesi non euro e ai fondi sovrani di investire in titoli di stato europei. Non sono però pochi all'interno dell'Ue a non vedere di buon occhio l'ingresso della Cina nella stanza dei bottoni della zona euro.

FONTE: corriere.it

lunedì 17 ottobre 2011

Times: «Offerta segreta della Cina per salvare l'euro. E Pechino chiede i tagli»

Il piano top secret presentato a Parigi al G20. Trichet accelera sulle riforme: «Ci vuole norma anti-contagio»

Saranno davvero i capitali cinesi a salvare l'Euro? E a quale prezzo? Domande tornate a circolare con insistenza a Francoforte e a Bruxelles dopo le indiscrezioni rimbalzate dal G20 finanziario di Parigi nel fine settimana e riportate domenica mattina dalSunday Times. La delegazione cinese a Parigi guidata dal ministro Xie Xuren , ha scritto il giornale londinese, avrebbe presentato a ministri e autorità europee riuniti nella capitale francese un'offerta per salvare la moneta unica con investimenti massicci in titoli di Stato dei singoli paesi e in infrastrutture.

IL PREZZO: RIFORME E TAGLI - Il piano segreto di Pechino, di cui i leader parlano solo informalmente, lontani dall'ufficialità ma anche dai taccuini dei cronisti, avrebbe un valore di decine di miliardi. Una forte iniezione di capitali nell' Eurozona che potrebbe aver avere un esordio con l'intervento in Grecia del colosso cinese Hna, in pole position per l'acquisto dell'aeroporto di Atene. Le condizioni d'investimento però sarebbero da lacrime e sangue: ampie ristrutturazioni di bilancio e tagli alla spesa in tutti i paesi dell'euro, scrive il Sunday Times. «La Cina vuole essere sicura che l'Europa conosca le dimensioni del buco e che questo buco non diventi più grande prima che Pechino accetti di riempirlo», ha affermato una fonte anonima e «vicina al negoziato».

TRICHET SPINGE PER LE NORME ANTI-CONTAGIO - Ultime raccomandazioni da parte del presidente uscente della Bce, Jean-Claude Trichet, che a fine mese passerà il testimone al governatore Mario Draghi. Trichet spinge tra le altre cose sulla riforma in chiave anti-contagio dei Trattati Ue, per impedire che gli errori di un Paese della zona euro minaccino gli altri. «Bisogna modificare i Trattati per impedire ad uno Stato membro di creare dei problemi a tutti gli altri» ha detto Trichet in un' intervista alla radio francese Europe 1. «Bisogna essere capaci di farlo, perchè questa è la lezione della crisi» ha avvertito invitando ancora una volta i leader Ue a «prendere misure adeguate, sia pure difficili» contro la crisi del debito e per proteggere le banche, al vertice europeo in calendario il prossimo 23 ottobre.

FONTE: Paola Pica (corriere.it)

giovedì 13 ottobre 2011

Polizze sotto accusa. Rincari fino al 35%

Durissima l'Antitrust: l'assicurazione sull'auto è rincarata fra il 2009 e il 2010 fino al 25%, alla faccia dell'inflazione, e per le motociclette addirittura del 35 per cento. Il Garante del mercato sta pensando se aprire una delle sue inchieste temute e amate. L'oggetto sono le polizze della responsabilità civile auto. Gli automobilisti e i motociclisti le percepiscono come una beffa, spesso si sentono vittime di un'estorsione. Le compagnie di assicurazione mettono sotto accusa i truffatori (tantissimi), che gabbano le polizze inventando gli incidenti, e i pericolosissimi evasori dell'assicurazione, una minaccia per il resto della società. Ieri durante un'audizione al Senato, il presidente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, Antonio Catricalà, ha parlato senza eufemismi di una «tendenza al rialzo continuo» per i premi pagati per l'Rc Auto. Il costo medio di un incidente è cresciuto del 27% ma – attenzione – al Sud l'aumento sarebbe di quasi il 70% superiore a quello del Nord per «i maggiori sinistri alla persona liquidati in quell'area». Traduzione: nel Mezzogiorno vengono denunciati alle assicurazioni molti incidenti in più e molte lesioni e ferite in più. Sintesi: l'introduzione dell'indennizzo diretto non ha raggiunto gli obiettivi. Inoltre, sottolinea Catricalà, «persistono i limiti di fondo del nostro sistema, nel quale la domanda è ancora poco mobile (risulta che solo il 10% degli assicurati cambia compagnia annualmente) e non c'è adeguata concorrenza tra le compagnie. L'assenza di questi fattori di contesto ha fatto sì che l'indennizzo diretto non riuscisse a suscitare nelle compagnie i corretti incentivi affinché tenessero sotto controllo i propri costi». È sempre più evidente il «contesto scarsamente concorrenziale» e per le assicurazioni «è più agevole scaricare sui premi i maggiori oneri derivanti da inefficienze di gestione» e, invece di saldare i danni veri, pagano rimborsi forfettari medi. Catricalà ha citato un esempio pratico. Per un 40enne dell'Alta Italia con un'auto media, il premio è salito di oltre il 20%; per una 65enne del Sud con un'utilitaria il rincaro è del 15-20%; per un 18enne siciliano la polizza del "cinquantino" è salita del 30 per cento. Il confronto internazionale è impietoso. In Italia il numero di frodi accertate resta contenuto, mentre Inghilterra e Francia, rileva l'Antitrust, accertano quattro volte e due volte le frodi rispetto all'Italia. Indagare costa fatica; più facile imporre tariffe più care.

FONTE: ilsole24ore.it

domenica 9 ottobre 2011

Giovani, sorpresa pensione arriverà al 70% del reddito

Studio Inps sugli effetti del metodo contributivo in vigore per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995. Più contributi con l'allungamento dell'età

Si andrà in pensione più tardi, sempre più tardi. Ma proprio il pesante allungamento dell'età minima per lasciare il lavoro, conseguente alle riforme più recenti, farà sì che l'importo della pensione non sarà così basso come si è stimato finora: potrà essere pari al 70% dell'ultimo stipendio per un lavoratore dipendente e del 57% per un parasubordinato. È l'effetto del metodo di calcolo contributivo che si applica, integralmente, a chiunque abbia cominciato a lavorare dopo il 1995: più anni di contributi si versano, più tardi si va in pensione, è più si prende. Bisogna quindi rivedere il discorso che si è sempre fatto sul contributivo che falcidiava le pensioni, riducendo il tasso di copertura rispetto all'ultimo stipendio a circa la metà dello stesso. Questo era vero fino a quando l'età pensionabile era rimasta più o meno la stessa di prima: 58-60 anni per la pensione di anzianità (con 35 anni di contributi) e 65 per quella di vecchiaia (60 per le donne). Ma la situazione è molto cambiata per chi comincia a lavorare oggi.

Costui non potrà andare in pensione prima di aver raggiunto 65 anni e 3 mesi (nel 2046) se avrà i 35 anni di contributi necessari per la pensione anticipata, senza differenze tra uomini e donne. Altrimenti dovrà attendere fino a 69 anni e 3 mesi. Sarà infatti questa l'età di pensionamento di vecchiaia richiesta nel 2046, per effetto di tre misure: finestra mobile (la pensione decorre con ritardo di 12-18 mesi rispetto alla maturazione dei requisiti); aumento a 65 anni dell'età di vecchiaia per le donne; adeguamento automatico ogni tre anni dell'età pensionabile alla speranza di vita. Il risultato è che anche le pensioni di vecchiaia avranno alla fine almeno 35 anni di contributi alle spalle. Di qui la necessità di rifare i calcoli sul tasso di copertura. Cosa che ha fatto Stefano Patriarca, responsabile dell'area pensioni dell'ufficio studi dell'Inps in un rapporto (che non impegna l'istituto) che verrà presentato lunedì alla Scuola superiore di economia e finanze Ezio Vanoni.

Patriarca è un profondo conoscitore del metodo di calcolo contributivo, essendo stato uno degli "inventori" dello stesso come membro della commissione tecnica che preparò la riforma Dini-Treu del 1995. Rifacendo i calcoli alla luce delle ultime novità legislative Patriarca ha fatto una scoperta controcorrente per uno che viene dalla Cgil (era il pupillo di Bruno Trentin): la situazione previdenziale dei giovani non è più drammatica come sembrava.

Vediamo qualche esempio. Una persona che comincia a lavorare oggi a 34 anni e andrà in pensione nel 2046 dopo 35 anni di lavoro dipendente prenderà il 70% dell'ultimo stipendio. Che si riduce al 54% per un lavoratore autonomo (ma questi versano all'Inps il 20% contro il 33% dei dipendenti). Anche ipotizzando il caso di un precario che restasse tale per tutta la vita lavorativa, la conclusione è che andrebbe in pensione con un assegno pari al 57% dell'ultima retribuzione. «Non è tanto - dice Patriarca - ma non è neppure il 30% di cui si parlava prima. Semmai il problema è che se la retribuzione è bassa allora la pensione potrebbe non essere sufficiente, ma questo riguarda il mercato del lavoro e non il sistema previdenziale, perché non si possono avere pensioni ricche se le retribuzioni sono povere». In ogni caso, aggiunge, l'ipotesi di un precario a vita riguarda una ristretta minoranza. Già simulando la pensione di un lavoratore discontinuo (10 anni in nero, 6 da parasubordinato e 22 di lavoro dipendente), si arriverebbe a un assegno pari al 59% dell'ultima retribuzione.

Va detto, sottolinea lo studio, che si sta parlando di tassi di copertura al netto delle tasse e non al lordo, come si usa di solito. Ma quello che conta è il netto che entra nelle tasche del pensionato. E siccome sulle pensioni non si pagano i contributi e si versano meno imposte che sulla retribuzione, ecco che il tasso di copertura se ne giova.

Certo, in molti casi pensioni sotto il 65-70% della retribuzione possono risultare insufficienti. Ma non bisogna dimenticare il Tfr, cioè gli accantonamenti per la liquidazione, che, simulandone la trasformazione in rendita, aumenterebbe il tasso di copertura di circa 13 punti, in caso di carriera contributiva piena. In sostanza, è la conclusione, i fondi pensione integrativi, che finora non sono decollati, non sarebbero così necessari per la maggioranza dei giovani, mentre servirebbero proprio per quei segmenti di mercato del lavoro più deboli, che non sono in grado di pagarseli e non hanno neppure il paracadute del Tfr. Conclude Patriarca: «La vera emergenza non è rappresentata dalle pensioni di un generico universo giovanile, ma dalle condizioni di lavoro di aree ben definite ma drammatiche, a partire dal lavoro nero e dalle nuove partite Iva. È qui che bisogna intervenire. Quanto al resto, bisogna dire una volte per tutte che il vecchio mix anzianità-sistema retributivo, che ancora si applica alla stragrande maggioranza dei nuovi pensionati, chi nel '95 aveva meno di 18 anni di servizio, è insensato».

Un esempio? Patriarca ha calcolato che un lavoratore che nel 2010 è andato in pensione a 59 anni con 2.031 euro al mese, che poi è quanto viene liquidato in media dall'Inps ai pensionati di anzianità, avrebbe dovuto prendere, ipotizzando che i contributi versati siano indicizzati e rivalutati con un interesse annuo generoso del 9,5%, non più di 1.050 euro. «La differenza è come se fosse pagata con le entrate dei parasubordinati, degli immigrati, dai contributi di coloro che non arriveranno ad avere la pensione previdenziale anche se hanno pagato i contributi (i cosiddetti silenti, ndr.), e con i trasferimenti dello Stato. I 2.031 euro al mese sarebbero equi e corrispondenti ai contributi pagati andando in pensione a 75 anni!». Insomma, il sistema retributivo era troppo generoso, quello contributivo, con l'aumento dell'età, è meno drammatico di come sembrava.

FONTE: Enrico Marro (corriere.it)

sabato 8 ottobre 2011

Partite Iva, nasce l'Osservatorio online

Nel 2011 meno aperture, ma è boom tra gli under 35

Italia popolo di poeti, santi e navigatori. E di partite Iva. Se nel nostro Paese sono circa 8 milioni quelle ufficialmente aperte, almeno tre risultano dormienti (o inattive), cioè i legittimi titolari alla fine dell'anno fiscale non depositano le relative dichiarazioni. Ecco perché per far luce su un fenomeno le cui proporzioni assumono le sembianze di un'anomalia rispetto agli altri Paesi occidentali (segno di un'estrema vitalità imprenditoriale o di una disoccupazione latente?) da venerdì è online l'Osservatorio sulle partite Iva del Dipartimento delle Finanze, uno strumento che nei desiderata dei tecnici ministeriali che lo hanno elaborato, dovrebbe fornire una visione aggiornata sul fenomeno.

I DATI – E leggendo i dati arrivano le prime sorprese: nei primi 8 mesi del 2011 (da gennaio ad agosto) le nuove partite Iva sono state poco più di 389 mila, con una contrazione del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2010. Sul montante complessivo incidono particolarmente le aperture da parte di soggetti con meno di 35 anni di età (più del 50%). Dice Anna Soru, presidente di Acta (Associazione consulenti terziario avanzato), che sono due le possibili motivazioni: «Il nuovo regime fiscale di vantaggio per l'imprenditoria giovanile introdotto nella manovra di luglio (che dispone un'imposizione sostitutiva del 5% del reddito in luogo dell'Irpef, delle addizionali e dell'Iva,ndr) potrebbe aver inciso, ma non sottovalutiamo l'impatto potenziale della crisi che potrebbe aver limitato gli spazi di manovra per le nuove leve alla ricerca di un lavoro dipendente».

IL PROCESSO DI RAZIONALIZZAZIONE – Ma il primo decreto di correzione dei conti pubblici (la manovra di luglio) ha previsto anche un'ipotesi di razionalizzazione delle partite Iva dormienti (quelle che da anni non fanno registrare dichiarazioni nei confronti del fisco) per le quali fino al 4 ottobre scorso era previsto un versamento forfettario di 129 euro che permetteva di potersi mettere in regola con l'erario. Ma la maxi-operazione di sanatoria è in realtà stata un flop, tanto che sono poche decine di migliaia i titolari che hanno deciso di chiuderla e si moltiplicano le pressioni per prorogare la sanatoria facendola sostenere da un'adeguata campagna informativa.

LA RENDICONTAZIONE – Ad ogni modo un'addetta ai lavori come la Soru accoglie con soddisfazione il via all'Osservatorio, perché «porta alla luce dati finora sconosciuti che impedivano così una chiara lettura delle dimensioni quantitative delle partite Iva in Italia». Un fenomeno particolarmente presente nel commercio (88mila nuove aperture) e nelle attività professionali 861 mila) solo nei primi 8 mesi del 2011.

FONTE: Fabio Savelli (corriere.it)

lunedì 3 ottobre 2011

Un «Patto» intelligente per aiutare la crescita

Nell'aggiornamento del Def i potenziali effetti depressivi delle manovre estive, oltre al peggioramento del quadro internazionale, hanno costretto il Governo a tagliare le previsioni di crescita 2011-14. Una parte di questo impatto recessivo passa attraverso gli interventi sulla finanza locale. La stretta di luglio ha alzato gli obiettivi imposti sui bilanci locali dal Patto di stabilità interno.

L'inasprimento si cumula ai tagli dei trasferimenti già stabiliti dalla manovra 2010. I sindaci sono scesi in piazza denunciando la sproporzione del peso della manovra tra ministeri e autonomie, l'insostenibilità dei sacrifici, l'impossibilità a garantire servizi adeguati. Ma c'è un aspetto che dovrebbe ancor più preoccupare. Alle strette su trasferimenti e Patto i sindaci hanno risposto innanzitutto riducendo drasticamente gli investimenti.

Le regole del Patto, il blocco delle imposte locali (in attesa del federalismo fiscale!), insieme al maggior costo politico e alle rigidità normative che rendono poco attraenti i tagli sulla spesa corrente, hanno portato a questo drammatico crollo degli investimenti locali (il 70% del totale di quelli pubblici). Questo toglie benzina a uno dei potenziali motori della ripresa, indebolendo anche le prospettive di un rientro duraturo della nostra finanza pubblica su binari meno drammatici. La manovra bis ha aperto nuovi scenari.

Lo Stato ha imposto obiettivi ancor più stringenti, ma ha concesso in cambio qualche spazio sulle imposte locali, a partire dalle addizionali Irpef. Gli enti decentrati hanno un margine di libertà in più che sfrutteranno (come già alcuni Comuni hanno fatto), insieme con possibili inasprimenti delle tariffe. L'aumento dell'Irpef (di fatto un'imposta sul reddito da lavoro) però deprime i consumi, e questo certo non fa bene a una domanda in affanno. Come andrebbe costruito allora un intervento sulla finanza locale più amico della crescita? Si dovrebbe ripensare (ancora!) il Patto.

Per stimolare gli investimenti andrebbero fissati obiettivi differenziati tra parte corrente (più stringenti) e in conto capitale (più laschi), pur senza arrivare a una golden rule che incentiva manovre elusive ed è incoerente con il saldo rilevante per il patto europeo. Dall'altro lato, dovrebbe essere diverso il tax mix attribuito all'autonomia locale. La letteratura economica suggerisce che sono le imposte ordinarie sulla proprietà immobiliare a produrre gli effetti distorsivi minori sulle decisioni economiche di famiglie e imprese, meglio delle imposte sui consumi e ancor di più di quelle sui redditi. Perché allora non sbloccare i margini di variazione dei Comuni sulle aliquote Ici?

Certo la base imponibile dovrebbe essere il più possibile ampia per richiedere, a parità di gettito, aliquote contenute e non gravare, come oggi, su imprese e lavoratori autonomi, oltre che sulle seconde case. Una ragione in più, oltre a quelle che richiamano la necessità di una corrispondenza stretta tra chi finanzia e chi riceve i servizi locali, per riportare nell'Ici, con le dovute agevolazioni sui patrimoni più limitati, la prima casa.

FONTE: Alberto Zanardi (ilsole24ore.it)