mercoledì 30 novembre 2011

«Facebook pronto per sbarcare in Borsa, la società vale 100 miliardi di dollari»


Secondo il «Wall Street Journal» la società di Zuckenberg sarà quotata entro aprile del 2012

Facebook potrebbe lanciare l'offerta pubblica di acquisto, che precede il collocamento del titolo in borsa, entro l'aprile del 2012. A riportarlo è il quotidiano economico «Wall Street Journal», secondo il quale la società fondata da Mark Zuckerberg potrebbe raccogliere 10 miliardi di dollari dall'Ipo. Il «Journal» cita fonti vicine alla vicende e calcola il valore di Facebook in 100 miliardi di dollari.

Dal quartier generale di Palo Alto nessun commento ma nemmeno smentite, del resto le voci sulla quotazione del social network ormai si rincorrono da mesi. Secondo le leggi americane Facebook ha tempo fino ad Aprile dell'anno prossimo per completare le pratiche richieste dalla Sec, l'autorità di controllo delle Borse Usa. Il collocamento di Facebook seguirebbe quello di altre società informatiche: dopo il debutto di Linekdin, a maggio, altre start up fra cui le più note sono il sito di acquisti di gruppo Groupon e il provider di giochi online Zynga, hanno debuttato a Wall Street nel 2011.

FONTE: corriere.it

mercoledì 23 novembre 2011

Btp-day, due appuntamenti per comprare i titoli di Stato


L'Abi fissa le date: il 28 novembre e il 12 dicembre

Il Btp-day raddoppia. L'Associazione bancaria italiana ha deciso che saranno due i giorni a disposizione per comprare titoli di Stato risparmiando sulle consuete commissioni dovute agli istituti di credito: il 28 novembre per l'acquisto di titoli italiani sul mercato secondario e il 12 dicembre per i Bot a un anno che saranno messi all'asta dal Tesoro.

L'iniziativa era stata lanciata dal Corriere della Sera dopo che Giuliano Melani - responsabile di una società di leasing - ha acquistato una pagina del quotidiano il 4 novembre scorso per rivolgere un appello al Paese: «Ricompriamoci il nostro debito pubblico». Allora, come adesso, i nostri titoli di Stato erano sotto l'attacco del mercato e lo spread dei Btp decennali sul Bund stava battendo tutti i record dalla nascita della moneta unica. Il Corriere ha proposto che le banche rinunciassero per un giorno alle commissioni nei confronti dei risparmiatori che avessero acquistato titoli di Stato. Subito hanno aderito i maggiori gruppi bancari del Paese: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, il gruppo Ubi Banca, Bnl e Banca Sella. Poi è scesa in campo l'Abi, che ha indicato la data: il 28 novembre, raddoppiando ieri l'iniziativa con il 12 dicembre per «dare un chiaro segnale d'impegno anche da parte del settore bancario al difficile momento che il Paese sta attraversando». Anche Giuliano Melani, dopo aver acquistato 20 mila euro di Btp come promesso sulle colonne del quotidiano, invitando gli italiani a fare altrettanto, ha deciso di rilanciare con un evento organizzato all'Unipol Arena di Bologna il 28 novembre: «Un grande abbraccio per l'Italia», dove dà appuntamento nel pomeriggio a tutti i cittadini che quel giorno avranno acquistato titoli di Stato. «Ci sarà un tavolo e un microfono - spiega - e qualche secondo per tutti per raccontarci». Melani rivolge anche una proposta al neo ministro dello Sviluppo economico e Infrastrutture, Corrado Passera: «Se stiamo finanziando il debito per partite correnti - dice - perché non dovremmo farlo per la ripresa e i nuovi investimenti?».

L'iniziativa definita nei dettagli dall'Abi consentirà di risparmiare sulle spese legate all'acquisto dei titoli di Stato: le commissioni di sottoscrizione o di negoziazione per la realizzazione dell'investimento e quelle di eseguito o ineseguito se l'ordine va o meno a buon fine. Nel caso dell'asta di Bot a un anno del 12 dicembre si tratta della misura massima applicabile stabilita dalla legge: 0,30 euro ogni 100 euro di capitale sottoscritto. Ma quanto risparmierà chi comprerà titoli italiani il 28 novembre? Secondo una simulazione dell'Unicredit, acquistando allo sportello 2 mila euro di Btp a scadenza 01/09/2021, attualmente al valore di circa 86,50, il risparmio lunedì sarà di 15,65 euro. Se l'ordine non fosse eseguito (magari perché il limite di prezzo chiesto dal cliente non incrocia quello di mercato), risparmierà i 5 euro di ineseguito per le operazioni disposte allo sportello. Estendendo il calcolo a un ammontare superiore, ad esempio 20 mila euro, si eviterà di pagare circa 105 euro di commissioni.

Investire in titoli di Stato vuol dire non solo comprarli ma anche possederli e questa seconda parte ha un costo. Infatti se non si hanno già Bot o Btp è obbligatorio aprire un deposito titoli presso la propria banca: il costo annuale per i diritti di custodia è pari a circa 20 euro, cui si deve aggiungere l'imposta di bollo sulle comunicazioni periodiche che fino ai 50 mila euro è di 34,20 euro. Quindi un deposito titoli di Stato sotto i 50 mila euro costa all'anno un po' più di 50 euro. È bene tenerne conto se si decide di investire piccole cifre.

FONTE: Francesca Basso (corriere.it)

mercoledì 16 novembre 2011

Il web è ormai il 2% del nostro Pil È ora di un ministro di Internet?


Un' industria con tassi di crescita del 18% annuo. Serve qualcuno che sappia dialogare con il mondo delle start up

Mentre si consumano le consultazioni per il nuovo governo Monti sembra lecito lanciare un seme per il futuro dell'Italia e della crescita del Pil, la cui debolezza è il vero cancro del bilancio pubblico, dell'occupazione e della speranza: anche se la bulimia dei prodotti tecnologici a cui ci ha abituati il consumismo 2.0 ci trasmette l'idea di un settore più che altro merceologico, l'economia digitale ha ormai uno status nobile di cui vale la pena interessarsi. Secondo le più recenti analisi di McKinsey l'industria del web in Italia rappresenta ormai il 2% del Pil, cioè oltre 30 miliardi di euro, e per Marc Vos, managing director di Boston Consulting Group, si stima un solido 4% entro il 2015. Poco? Oggi l'Agricoltura - che ha un proprio ministero - rappresenta il 2,63% del Pil (dati Istat). E dunque è probabile che nella prossima legislatura avvenga il sorpasso: più Internet, meno cabernet, rielaborando un vecchio e famoso graffito popolare.

Perché allora non iniziare a pensare a un ministro di Internet, anche senza portafoglio? In vista delle prossime elezioni potrebbe essere una bella provocazione. Se verranno rispettate le condizioni migliori prospettate dal rapporto Bcg tra il 2009 e il 2015 il tasso di crescita del settore in Italia potrebbe essere del 18% annuo. Il fenomeno sarà spinto anche dalla crisi visto che il paradigma del web è: maggiori tassi di crescita con meno investimenti. Nei Paesi del G8 oltre a Cina, India, Brasile, Svezia e Corea del Sud (70% dell'economia mondiale), Internet ha prodotto, nel 2009, 1.376 miliardi di dollari. Non è un caso che ormai il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, passi più tempo con il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, che con la dinastia Ford. Che piaccia o no, il futuro sarà anche, in parte, digitale. Ed è ora di iniziare a crescere politicamente dei candidati italiani per un ministero 2.0 che sappia dialogare con il ribollente mondo delle startup.
Ps. Ogni lunedì su Twitter faremo il punto. Vediamo quanto ci vorrà per avere un dicastero che capisca cos'è un mouse.


FONTE: Massimo Sideri (corriere.it)


sabato 12 novembre 2011

Lo stallo delle grandi opere pubbliche ogni anno si perdono oltre 8 miliardi

Secondo i calcoli dell'Osservatorio dei "Costi del non fare" il non aver realizzato una serie di infrastrutture nei settori energia, autostrade, ferrovie, rifiuti e acqua è un ulteriore tassa di 130 euro per ogni cittadino


Costa realizzare le opere pubbliche. E anche molto. Ma il non farle rischia di costare molto di più. In termini di minori benefici sociali, economici e ritardi che si accumulano per le imprese nel tenere il passo della concorrenza di aziende straniere che non hanno lo stesso deficit infrastrutturale del nostro paese. Ma può costare anche di più al cittadino, sotto forma di bollette più care.

E' questa la tesi con cui sei anni fa ha iniziato a lavorare l'Osservatorio dei "Costi del non fare", che ha individuato una serie di parametri per misurare quanto incide economicamente il non aver aperto una serie di "cantieri" nel settore dell'energia (centrali termoelettriche, rinnovabili, reti di trasmissione, rigassificatori), rifiuti (termovalorizzatori, compostaggio), autostrade, ferrovie (alta velocità e convenzionali), idrico (acquedotti, depuratori).

Nel 2009, l'Osservatorio ha valutato uno scenario di opere da realizzare entro il 2024: il non averle avviate e terminate sarebbe costato alla società Italia almeno 375 miliardi di euro.

Fra pochi a giorni, in un convegno a Roma presenterà i risultati di un primo monitoraggio per il periodo che va dal 2009 al 2011. Quali sono i risultati? Come era prevedibile, anche con la crisi della finanza pubblica e lo scarso apporto dei capitali privati, si è fatto meno di quanto previsto. "Un'inerzia - si legge nel rapporto - costata cara: in 30 anni sono già stati pagati 30 miliardi di euro in più". In pratica, 130 euro al giorno per
ogni cittadino.

Negli ultimi anni, alcuni settori si sono mossi meglio di altri. L'energia, per esempio, dove la forte crescita del parco produttivo elettrico ha addirittura creato una situazione di overcapacity che la crisi economica connessa alla minor domanda di energia ha accentuato. Ma, nel complesso, il bilancio è negativo. Ma vediamo cosa è accaduto settore per settore.

Partiamo proprio dall'energia. La costruzione di nuove centrali e gli investimenti nella rete elettrica hanno bilanciato l'inerzia nella costruzione di nuovi rigassificatori (che sarebbero neccessari per differenziare la fornitura di gas). Il miglioramento è dovuto anche alle spese per ammodernare le centrali a carbone e nello sviluppo delle rinnovabili. Per cui i costi del non aver fatto si sono sensibilmente ridotti. Anzi, ci sono stati benefici per l'intero sistema per 6 miliardi. Ma è l'unico settore in saldo positivo.

Nei rifiuti, nonostante la costruzione di alcuni termovalorizzatori, la discarica continua a essere la fonte principale di smaltimento per una quota del 49%. I termovalorizzatori smaltiscono solo il 24% dei rifiouti urbani, contro un obiettivo del 60%. L'inerzia è quindi già costata 1,7 miliardi.

Autostrade: nel trienno sono state realizzati 150 chilometri di nuovi tratti, inferiori agli obiettivi stabiliti dall'Osservatorio, che erano più del doppio (324 chilometri). Il non aver fatto in questo caso costituisce la voce più rilevante di tutte, con oltre 13 miliardi di maggiori oneri. Settore ferrovie: dopo l'apertura dell'Alta velocità Milano-Roma-Napoli nel 2009 quasi più nulla.

Infine, il settore idrico. Anche in questo caso, mentre il sistema degli acquedotti copre il 96% del fabbisogno, il sistema delle fognature si ferma all'86% e quello della depurazione al 70%. Gli interventi necessari sono soprattutto nel campo dell'ammodernamento della rete, la cui cattiva manutenzione alimenta il fenomeno della dispersione che ci costa almeno 4 miliardi di maggiori oneri all'anno.

Il rapporto completo verrà presentato a Roma il 16 novembre (sala delle Colonne, Palazzo Marini di via Poli 19) dai curatori Alessandro Gilardoni, Stefano Clerici e Alessandra Garzella.

FONTE: Luca Pagni (repubblica.it)

giovedì 10 novembre 2011

Monti: abbiamo un lavoro enorme da fare le richieste dell'Europa sono giuste

Per la formazione del governo Monti sembra essere questione di ore. «Mio marito arriva questa sera direttamente a Roma, non passa da casa, le valigie gliele porto io»: ha detto la moglie dell'economista al cronista dell'Ansa, che ha incrociato la signora sotto casa a Milano. Monti, di ritorno da Berlino dove ha partecipato ad un convegno, ha detto proprio ieri che un lavoro enorme attende l'Italia e che le richieste dell'Europa nei nostri confronti sono giuste.

P
«Le richieste dell'Europa e della comunità internazionale all'Italia, in termini di risanamento dei conti e di stimolo allo sviluppo, sono quello che dovrebbe essere chiesto ad ogni Paese, per una maggiore crescita», che deve avvenire non «da ulteriori prestiti, ma attraverso la rimozione degli ostacoli alla crescita stessa»: lo ha detto ieri Mario Monti a margine di un convegno a Berlino. Secondo quanto riporta il Financial Times, l'ex commissario Ue ha ammesso che l'Italia ha «un lavoro enorme da fare».


Richieste, quelle che arrivano a Roma e su cio che deve essere fatto, su cui Monti asserisce non possano esserci «molte divergenze intellettuali. La crescita richiede riforme strutturali», che tolgano «ogni privilegio» alle categorie sociali che ne hanno, cancellando il problema italiano di chi «protegge la propria circoscrizione elettorale».

Sull'euro, Monti ha affermato che l'Italia è ancora in ampio credito, grazie «ai benefici che ha dall'appartenenza». Benefici che costituiranno «un patrimonio nel tempo. Se l'Italia non avesse fatto parte dell'euro - ha detto - ci sarebbe più l'inflazione, politiche meno disciplinate e meno rispetto per le generazioni future».

«L'Italia - ha proseguito Monti - è al centro dell'Europa. Politicamente e storicamente, l'Italia non può ignorare le sue responsabilità in quanto stato membro fondatore della Ue».

«Mi piacerebbe vedere un maggiore rispetto per la Germania di oggi» ha detto ancora, nel senso di rispetto per l'essere «più rigorosi, più costanti nel tempo, meno a breve termine e più pazienti».

«E Roma - dice Monti - deve fare ogni sforzo per essere più coinvolta nella partnership franco-tedesca: sarebbe nel comune interesse».

FONTE: ilmessaggero.it

lunedì 7 novembre 2011

Crisi, quasi 9mila imprese fallite nel 2011

Aumento del 35,5% in due anni, edilizia e commercio pagano maggiormente il conto

Lo scontrino della crisi nel 2011 fa registrare circa 9mila imprese fallite in nove mesi. Come dire: quasi mille al mese, poco più di 30 ogni giorno. Parlare di doppia spirale recessiva, dopo il biennio post-Lehman, sembra non più temerario (d'altronde anche la prima azione di Draghi alla Bce con l'abbassamento dei tassi di interesse interbancari di 25 punti base avvalora l'ipotesi di una “lieve recessione” in atto). Con l'inevitabile conseguenza dell'avvio di procedure di cassa integrazione per i dipendenti e l'aumento degli “incagli” e degli insoluti per le banche, che non vedono più restituirsi il denaro prestato. Senza contare il montante delle imprese in concordato preventivo, l'ultima ratio prima del default vero e proprio.

LO STUDIO – Scrive Crisis D&B, la società del gruppo Crif specializzata nelle informazioni di carattere creditizio, che da gennaio a settembre 2011 sono state 8.566 le imprese che hanno portato i libri in tribunale, perché impossibilitate a pagare fornitori e dipendenti. Un aumento dell'8,7% rispetto allo stesso periodo del 2010, persino del 35,5% rispetto al 2009, quando la crisi sembrava aver toccato il suo apice. E non sorprende che a pagare il conto maggiore sia stata la Lombardia (1.872 procedure concorsuali), la cui vocazione imprenditoriale non ha eguali nel Paese ed è quindi quella deputata a soffrire di più in caso di avvitamento dell'economia. La seguono Lazio e Veneto con circa la metà dei casi, una principalmente orientata al mercato dei servizi, l'altra incentrata sulle pmi e sul manifatturiero.

LE CAUSE – Dice Marco Preti, amministratore delegato di Crisis D&B, che il problema è anche di ordine culturale e riguarda una non adeguata strutturazione delle imprese sul fronte del risk management: «Sta diventando fondamentale – dice – che le imprese adottino efficaci politiche di gestione del rischio, consentendo loro di conoscere in maniera più approfondita i partner con i quali instaurano rapporti commerciali». Certo, spesso, l'affidabilità creditizia dei potenziali clienti dovrebbe essere accertata (per esempio la pubblica amministrazione locale e centrale) eppure è proprio qui che si gioca molta della competitività del sistema-Paese. È sul terreno della puntualità dei pagamenti (ormai dilatati anche tra privati e privati, per effetto di un perverso meccanismo di posticipazione dei crediti che ritarda anche l'ipotesi di investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle imprese) che si può almeno limitare un conto così amaro alla cassa.

I SETTORI – A soffrire di più il comparto della costruzione di edifici (più di mille aziende edili hanno dichiarato default nel 2011). Non fa più da traino, evidentemente, anche tutto il mercato del sub-appalto. Non riducono l'entità dello smottamento neanche gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici (che pur avevano attenuato la perdita di utili derivante dalla asfittica domanda di nuove abitazioni per colpa di un potere d'acquisto sempre minore da parte delle famiglie). Rimasto ai margini il piano-Casa presentato più volte dal governo per renderlo più appetibile, è forse giunta l'ora di interrogarsi su politiche di social housing capaci di far da volano al settore?

FONTE: Fabio Savelli (corriere.it)